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Antonio Moresco, o della narrativa del Potere

Antonio MorescoPer una lettura di Canti del Caos e Gli Incendiati

 

Gli Incendiati” (Mondadori, 04/’10) è figlio imperfetto di “Canti del Caos” (Mondadori, 03/’09): presenta gli stessi topoi e stilemi sintattico-linguistici senza nessuno spirito di innovazione; ne ripercorre gli errori, aiutando a chiarire come Antonio Moresco confonda lo stile con le caratterizzazioni stilemiche. In CdC (473-4), ad esempio, il modo in cui un Chirurgo Spastico vede il mondo è descritto tautologicamente attraverso un lungo inventario di oggetti e situazioni visti spasticamente. Tale stilema è ripetuto all’inverosimile per convincere il lettore di aver effettivamente assistito alla descrizione del mondo osservato da uno spastico, esattamente come la maggioranza degli italiani è ormai convinta che la magistratura operi in nome del comunismo o come un’ampia fascia di italiani scontenti è convinta che la precarizzazione del mondo del lavoro sia addebitabile esclusivamente al centro-destra. La tecnica propagandistica entra nel romanzo e crea una velina del Potere caratterizzata da:

 

-         Uniformità di linguaggio;

-         Erocizzazione del protagonista/autore;

-         Equiparazione della critica sociale a violenza cieca.

 

Per quanto CdC brilli per il continuo capovolgimento di punti prospettici e per i repentini cambiamenti dell’io narrante, il passaggio da un soggetto all’altro non è sancito da nessun mutamento di registro, da nessuna innovazione di stilemi, sintassi o pensieri: i Canti dei singoli personaggi sono il riproporsi della stessa voce che ripete il medesimo concetto in un’unica lingua, sia che si tratti di una puttana africana che di un editore, di Dio o di una bambina stuprata da animali su un set porno. La tecnica propagandistica tradisce la promessa del caos: un messaggio funzionale al Potere (andreottianamente inteso) è codificato in contesti diversi con gli stessi stilemi per facilitarne la trasmissione indottrinante, come quando nel dibattito politico si usano le stesse argomentazioni per avanzare o rigettare le richieste di dimissioni dell’attuale Presidente del Consiglio, sottintendendo il principio secondo cui l’autorità del numero è superiore all’autorevolezza del buon governo. Il discorso del Potere sovrasta ed informa di sé le finte contrapposizioni di parti che sostanzialmente sono parlate dalla stessa lingua di un Potere che mira all’autoconservazione, al punto di ridurre tutto a narrazioni egotiste di leader narcisi.

Anche la prosa moreschiana è appiattita sull’io di un autore troppo presente nella sua opera, che diventa autoesaltazione (“mi stava accarezzando il costato, le anche, il ventre, fino al mio sesso sproporzionato di ragazzo poco più che bambino”, GI-26), assolutizzazione della propria superiorità (“Non c’era libertà intorno a me, non c’era amore. Solo aridità, asservimento, vuoto, vita che sembrava morte”, GI-7), esibizione dell’osceno per trasformare il fango in marachella o sfogo liberatorio (“Che cosa c’è? Che problema c’è? Non si era mai visto un autore spalmare della pomata lenitiva in gel nel buco del culo della sua musa?”, CdC-166-167), seguendo uno stratagemma già messo in atto dal Presidente del Consiglio nell’affaire Ruby e dall’ex Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che esibisce l’adulterio in un’espiazione canossiana per tacere del peculato e del cedimento al ricatto.

Sul piano narrativo, l’eccessiva auto-eroicizzazione trasforma entrambi i romanzi in scenario di lotta con scene tipiche da videogame: esplosioni in cui tutti sembrano morire e a cui l’eroe sopravvive per partire verso nuove avventure. Un io, che si ricostruisce in chiave eroica, non può che estremizzare qualsiasi conflitto, appiattendo la critica sociale a massimalismo, terrorismo ed omicidio preventivo: i tre momenti che i due protagonisti de “Gli Incendiati” attraversano per eternarsi come coppia, all’interno di questo romanzo di formazione, nel duplice senso di fenomenologia degli stadi dell’innamoramento e susseguirsi di prove da superare per crescere ed affermarsi. La prima è la liberazione dell’amata dal castello del cacciatore di schiavi, simbolo di un potere che schiavizza gli uomini sfruttando la loro paura del caos. In questa massimalistica riduzione del mondo a officina di schiavi, non c’è spazio per un’analisi del potere e delle strategie adottate per trasformarci in servi. Una bomba e i nostri due eroi sono pronti ad affrontare il secondo livello del videogame: l’inseguimento da parte degli emissari del padrone, fino all’uccisione di entrambi gli eroi; uccisione che, però, come nella tradizione dei videogame, è una rinascita che apre a nuove forme di lotta. Se è vero che esistono padroni e servi solo perché gli uomini vogliono essere schiavi, combattere contro il cacciatore di schiavi non basta: la battaglia deve divenire guerriglia. Moresco e la sua eroina si uniscono all’esercito dei morti per combattere contro i vivi (“perché non ci siano più morti è importante che non ci siano più vivi” GI-153).Ovviamente, anche in questo livello del gioco, non c’è né tempo né spazio per dire come i vivi portino la morte nel mondo né per spiegare come pochi potenti convincano i vivi ad uccidersi tra loro. C’è tempo solo per scegliere un bersaglio: la caserma dei vivi, “la base da cui partono le operazioni che hanno seminato tutto il paese e tutto il mondo di morti” (GI-153). Ma chi altro finirà vittima di questo qualunquistico terrorismo spacciato per critica sociale? “Poi, senza un istante di tempo tra un’azione e l’altra ha cominciato a sparare contro i primi vivi che erano apparsi ai lati della strada uscendo di corsa dalle case, a falciarli” (GI-171). Tutti i vivi, perché essere vivi significa essere schiavi! Tutti, tranne Moresco e la sua donna! La presa di distanza dal mondo con cui si apre “Gli incendiati” non è funzionale alla sua osservazione ma è strumento di affermazione di una pretesa superiorità: io, Antonio Moresco, ho diritto di uccidervi tutti perché siete tutti imbrigliati nel potere; uccidervi anche solo se state uscendo dalle vostre case poiché l’esistenza è condizione di sussistenza della vostra schiavizzazione. Allora, meglio un omicidio preventivo a corollario di un attacco terroristico, meglio morire nella lotta piuttosto che vivere in un sistema caratterizzato da….

L’impossibilità a declinare le caratteristiche del sistema attaccato da Moresco rende la sua opera funzionale al Potere. Dire sommariamente che siamo tutti schiavi ed ugualmente responsabili delle morti e delle guerre equivale a dire che nessuno lo è; una letteratura costruita intorno a questo assunto è una semplice parodia al servizio del Potere che concede l’illusione della critica, essendosi già messo al riparo da qualunque smascheramento e la messinscena ostentata e voluttuosa di una violenza eccessiva ma non chiarificatrice è arma distraente e anestetizzante come i volgari e sguaiati pomeriggi televisivi di Rai2 e Can5 o i dibattiti sui personaggi dei reality show.

Tale letteratura è il prodotto di questi tempi che sono, a loro volta, il prodotto del potere di turno: “Le cosiddette Grandi Famiglie nascono e perdurano grazie all’osservanza di uno schema, dello Schema che impone il modello originario di crescita della prima alla seconda generazione, che lo impone tale e quale alla terza e così via. Una Famiglia, prendi gli Orléans e i de’ Medici, non deve più riadattare sé ai tempi, ma i tempi a sé, allo Schema preesistente. Nello schema, una volta dato con successo, rientra tutto dei suoi fondatori e dei loro successori: sesso, amore, amicizia, matrimonio, adulterio, stupro; l’educazione a quegli inevitabili nodi o scogli o appuntamenti o passatempi della vita e del caso dovrebbe essere atemporale, nel senso che nella lista delle priorità non si dovrebbe mai perdere di vista la voce primaria: il potere della Famiglia al quale tutto è subalterno in tutti i suoi componenti” (Aldo Busi, Vendita Galline Km 2-267, Mondadori, ’97), incluso chi, come Moresco, avalla tale Schema convalidandone le tecniche di propaganda.

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