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"Aleph" di Paulo Coelho

AlephIl nostro primo incontro risale ormai a molti anni fa. Ero reduce da un estenuante tour de force di studio e notti insonni, al termine del quale realizzai che tanto sforzo era valso a nulla. Il cartellone posto fuori dall’aula magna dell’Università parlava chiaro: ero appena stata bocciata per la quarta volta all’esame di Istituzioni di Diritto Romano. “Non avrai intenzione di mollare proprio ora? Che poi ti ritrovi senza arte né parte parcheggiata in qualche affollato ufficio di collocamento, sola, e senza alcuna prospettiva di lavoro futura e solida?”.

Ad essere sincera, la previsione prospettata dai miei genitori, per quanto non particolarmente confortante, era sempre meno spaventosa dell’idea di dover riprendere per la quinta volta il mio sofferto tomo in mano.

“Ho bisogno di capire che cosa voglio fare della mia vita”.
“Leggi questo libro”, l’amica coi capelli rossi, la frangetta corta e la sciarpa di lana colorata mi regalò L’alchimista.
“Di chi è?”, chiesi con la superba ignoranza di chi si vanta di leggere solo i Grandi Classici.
“Paulo Coelho. È uno scrittore brasiliano, vedrai, ti sembrerà che scriva proprio per te”.
Presi il libro tra le mani e lo guardai con un misto di diffidenza ed esitazione.
“Una volta finito ti sentirai meglio”.

Ci sono scrittori in grado di arrivare al cuore delle persone. A mio parere, Paulo Coelho è uno di questi. Non lo dico perché in effetti il libro fu come una dolce pennellata di balsamo sui miei tormenti e probabilmente lo è stato anche per molte altre persone. E neppure perché trasmette un messaggio di incolmabile e ineccepibile fiducia, qualcosa che suona come: anche se non ci sentiamo particolarmente attenti, valorosi e degni di lode, il tetto che abbiamo sopra di noi continuerà a proteggerci dalle intemperie, il sole a splendere nel cielo e le sedie a sorreggerci; e altrettanto sarà della nostra vita.

No, perché il punto è un altro.

Paulo Coelho scrive e racconta le sue storie con la capacità di ricorrere all’intuito e alla sua natura più istintiva, e così facendo erompe una semplicità spontanea, una semplicità che, però, non è mancanza di saggezza. Nell’Aleph, il suo ultimo romanzo, forse il più intimo, lo scrittore ritorna, con una straordinaria peregrinazione, alla ricerca di se stesso.
Al pari di Santiago, il pastorello de L’alchimista, Paulo sta vivendo una profonda crisi personale, “immaginavo che, arrivato a cinquantanove anni, mi sarei ritrovato in prossimità della tranquillità assoluta [...] Al contrario, credo di essere assai lontano da quell’obiettivo. Non mi sento mai davvero in pace”.

L’unica vera possibilità è di ricominciare tutto da capo. E dunque, anche in questo romanzo, Coelho abbraccia due temi a lui particolarmente cari: il viaggio e il sogno.

La fabula si snoda per l’intera durata di un cammino che lo condurrà attraverso l’Africa, l’Europa e l’Asia, lungo il percorso della Transiberiana. La narrazione è lineare, semplice per l’appunto, ma non per questo meno profonda e intensa e finisce col consegnare alla storia un significato più ampio che, in qualche modo, riguarda un po’ tutti.

Di per sé la scelta del viaggio vuole smuovere le acque stagnanti della palude interiore alla ricerca di una brezza che scacci l’aria appestata. In realtà, l’avventura che lo porterà a percorrere migliaia di chilometri da ovest a est finisce per rappresentare una nuova presa di coscienza.
Per caso, anche se per Coelho nulla è per caso, egli incontra Hilal, una giovane e talentuosa violinista che ha amato cinquecento anni prima ma che ha tradito con un gesto di viltà così grave da impedirgli di raggiungere la felicità in questa vita. Insieme iniziano un percorso mistico, nel tempo e nello spazio, che li porta più vicino all’amore e al perdono.

Che cosa scoprirà il nostro eroe alla fine del suo percorso? Che gli errori del passato non si cancellano. Grazie tante, lo so bene, io che mi sono incaponita nel perseguire una laurea che non fa per me. Che il passato continua a esistere in noi sotto forma di ricordi e suggestioni. Perfetto, ma non è la scoperta dell’acqua calda.

E che se guardiamo ai nostri errori con occhi comprensivi e con la disposizione a chiedere perdono, in primo luogo a noi stessi, facciamo già molto per medicare le nostre ferite.

Lo so, vi aspettavate chissà che roboante rivelazione, quando invece sono tutte cose che già sapete, e siete delusi. Mentre io non lo sono. Io ho bisogno che ogni tanto qualcuno mi prenda per mano e me le ricordi, certe cose.

Datemi pure della sempliciotta o della inguaribile credulona.

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