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Alentejo, la “famiglia” di uno scrittore

Alentejo

Un libro riuscito, un capolavoro socialmente riconosciuto, anche quando affronta temi angosciosi e schiva ogni ipotesi di lieto fine, racchiude sempre qualcosa di confortante. A confortare è proprio la sua riuscita in quanto opera d'arte. La bellezza è consolatoria. Per chi ama Kafka, perfino sentirsi uno scarafaggio può diventare una sensazione un po' meno deprimente. Forse è per questo che i frequentatori dell'alta letteratura hanno bisogno ogni tanto di scendere da certe vette estetiche e bazzicare la scrittura occasionale, estemporanea, diaristica, non elaborata, espressiva sebbene (o proprio in quanto) irrisolta. Un interesse del genere, al di là dell'indubbio valore storiografico, è probabilmente alla base di operazioni come l'archivio diaristico nazionale e il premio di Pieve destinato a diari ed epistolari, iniziative entrambe nate dall'impegno di Saverio Tutino. Consultando il sito si scopre che in Europa esistono diversi centri che si dedicano alla raccolta di questo patrimonio di scrittura sommersa (va sottolineato che non parliamo di poesia; di canti e stornelli il mondo contadino è notoriamente prodigo).

 

In Portogallo una delle ultime iniziative di José Saramago in vita fu quella di pubblicare, tramite la fondazione che porta il suo nome, un libro a cui sentiva di dovere qualcosa come uomo e come scrittore: Uma família do Alentejo di João Domingos Serra. Di cosa si tratta? Del romanzo familiare di un contadino dell'Alentejo, la regione a sud del Tago teatro di battaglie epocali per il diritto alla terra e alla libertà negli anni della dittatura salazarista. Saramago vi si era trasferito a metà degli anni '70 deciso, non più giovanissimo, a dedicarsi esclusivamente all'attività di romanziere. Ospite di una delle cooperative agrarie che dopo la Rivoluzione dei garofani avevano occupato e preso in gestione i latifondi dei vecchi padroni in fuga, qui il futuro Nobel per la letteratura decise di scrivere un romanzo sulla vita nei campi. Ne sarebbe venuto fuori il suo primo vero successo letterario (il cui titolo italiano sarà appunto “Una terra chiamata Alentejo”). Ora sappiamo che un peso importante nell'ispirazione dello scrittore lo ebbe questo vecchio contadino comunista, João Domingos Serra, appunto, di cui in paese si diceva che avesse scritto la storia della propria famiglia. Saramago gli chiese in prestito il manoscritto, pensando di poterne estrapolare un po' d'informazioni utili e qualche frase, ma si ritrovò a batterlo interamente a macchina, affinché nemmeno una parola, non un errore ortografico andassero perduti.

 

Il libro ci mette davanti a una tranche de vie poco imbellettata: una triste routine di violenza, soprusi, malattie e morte che in un romanzo “normale” avrebbe il sapore di una schidionata di luoghi comuni difficilissimi da trattare letterariamente senza cadere nel già detto. Serra li dipana in una prosa semplice, cui tuttavia non mancano guizzi sarcastici, come quando parla del padrone, uno che prima di uscire di casa appendeva il cuore alla porta; o quando riassume anni e anni di sofferenze in locuzioni del tipo “dopo un periodo di otto anni ben massacrati”. Il resto è una ripetitività sintattica molto vicina all'oralità. Forse non sarebbe dispiaciuta a un Thomas Bernard, alle prese com'è con la descrizione ossessiva di vite senza scampo. Come quella della figlia dell'autore, morta suicida a 38 anni. La sua breve parabola occupa all'improviso, drammaticamente, le due paginette finali e lascia il lettore esterrefatto. Ma forse la spia linguistica più triste è la speranzosa disperazione che traspare in frasi come “chiedo a Dio la continuazione della nostra poca salute”. João Domingos Serra morirà pochi anni dopo di una vecchiaia lunga perché iniziata molto presto.

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