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Aldo Busi, lo ‘stile del sangue’ la forza di una Nazione

Aldo Busi, lo ‘stile del sangue’ la forza di una Nazione«La forma è il linguaggio. La mia sostanza sta nella mia forma. Il fatto che la mia forma sia sbagliata per lei e per la maggior parte degli italiani vuol dire a maggior ragione che io la forma non la cambio». Così Aldo Busi salutava Simona Ventura e l’isola del Nicaragua, non senza lasciare tracce del suo passaggio, che è stato ‘forma’ e ‘sostanza’ allo stesso tempo: l’attacco aperto al Presidente del Consiglio, ai ‘berlusconini’ e all’intera classe politica, al papa e ai ‘naufraghi’ tutti è portato avanti in modo pungente, fermo, mai inopportuno. Il cerchio si è chiuso, e la sostanza è esplosa in una forma, quella forma, che ha lasciato il segno, la stessa che ha spinto Rai a radiare il ‘naufrago’ da tutte le trasmissioni della rete.

Ci vorrebbero più Aldo Busi in Italia, anche per il sol fatto che avrebbero il coraggio di esserlo. Certo, l’‘uno frantumato in mille’ non riscuoterebbe più la stessa attenzione, non avrebbe più lo stesso fascino, finirebbe col dar noia: l’abitudine spingerebbe le masse a cercare i Vittorio Sgarbi e, perché no, annoiati da grida, schiamazzi e discorsi un po’ troppo complessi, i Cristiano Malgioglio, che col ciuffo biondo all’insù e la battuta pronta regalerebbero una risata a tutti (o quasi).

Ci vorrebbe un numero maggiore di ribelli, qualcuno che desse alla sostanza una voce, una forma corretta, che non fosse puro autoreferenzialismo, non si fermasse al punto e alla virgola, al congiuntivo e al condizionale, ma andasse oltre; la vera forma finisce col ‘veicolare’ il contenuto: segnata, logorata, mai uguale a prima, ma sicuramente più forte, incisiva, coinvolgente, sicura; è una forma che parla di noi.

«Uno stile non si può mediare da nessuno – così esordisce Aldo Busi nell’intervista Almeno essere stati italiani per qualcosa! di ItaliaLibri.net del 2000 –, non  è questione di nascita, di suggestione, di pedagogia, di cultura: direi che è lo stile del proprio sangue. Io ne ho uno, solo perché il mio sangue, come la mia testa, è mio, e questa è affermazione che calzerebbe per pochi altri (suvvia, sono poche le teste che non sono avvitate sul collo di un altro): dico grazie a tutti quelli che vi hanno contribuito (anche con le dovute malattie veneree, bruscolini)».

E i ‘grazie’ dovrebbero essere parecchi: il padre lo costringe a lavorare a tredici anni in diverse località del Garda, impedendogli di continuare a studiare; lascia l’Italia negli anni a seguire, dorme chissà dove, e chissà con chi, a Milano, poi a Parigi, Berlino, New York, Londra. La sostanza c’è, quella c’è sempre stata – attorno ai dieci anni denuncia, forse ingenuamente, l’abuso di un prete -; la forma inizia a ‘temprarsi’: il suo Monoclino nel 1984 diverrà, grazie ad Adelphi, il tanto contestato Seminario sulla gioventù, che sarà rimaneggiato fino al 2003, quando con lo stesso editore integrerà il lavoro con Seminario sulla vecchiaia. Aggredito anche lui come Pier Paolo Pasolini – qualcuno gli ruppe una bottiglia di vetro in testa, lo racconta a una giornalista di Gay.tv –, contrastato dalla critica per il suo anticlericalismo, amato e contestato dal pubblico televisivo e non solo, Aldo ha il coraggio di essere Busi di giorno e Busi di notte, in un bar, in tv, nello studio di Amici Libri, su un’isola che abbandonerà dopo tre settimane, sotto le coperte, nella sua villetta dove le viole non muoiono mai, per strada, anche nei ‘cessi’ dove non si prostituiva ma si dava alla pazza gioia, è lui a chiarirlo. I sessantasei anni, insomma, son tutti sulle spalle, e tra la ‘forma’ e la ‘sostanza’ è tutto un do ut des, un dare e ricevere che forgia lo ‘stile del sangue’, del ‘proprio sangue’.

La ‘forma’ segue un percorso, prima in salita poi in discesa poi ancora in salita e forse mai più in discesa. Porta con sé i sorrisi e le lacrime di un tempo che fu, le vittorie e le sconfitte; porta con sé il peso della determinazione e quello dell’arrendevolezza: è una sorta di testimone, lei, con i suoi punti e le sue virgole; le sue subordinate e coordinate; la forma vive con noi, esiste con noi, per sempre. E forse, qualche traccia resta anche dopo di noi, come quando muore un padre, un fratello, un amico, come quando la mamma va via: lasciano qualcosa, restano per sempre, non nei ricordi, ma nella vita di tutti i giorni, perché tu sei quello che sei anche grazie a loro. Aldo è convinto del contrario: «Non credo neppure di poter lasciare «nipotini», il mio stile è tale, non credo si possa imitare, perché, di sintagma in sintagma, resta una meraviglia imprevedibile per me per primo».

Lo stile non si trasmette, certo, ma qualcosa resta, fosse pure per poco tempo in un lettore appassionato: se una vera opera nasce, non muore. E la forma, che dà vita alla sostanza, non può che restare lì, in tutti coloro che ne sono stati testimoni.

Ma se questo percorso non c’è, se non ci sono né salite né discese, se il peso dell’arrendevolezza schiaccia quello della determinazione, quale forma potrà mai ‘guidare’ la sostanza? E quale paese potrà esser portato avanti da generazioni senza né forma né sostanza, immerse e perse in una dilagante ‘iper-ignoranza di massa’? «Già! La vostra vera natura – dice Aldo – è sempre un'altra. Ma perché non l'avete mai usata una sola volta in vita vostra?». E se la nostra natura è poco più che finzione, se il coraggio dell’esistenza soccombe dinanzi all’indifferenza, quanto vale la nostra forma? E il peso dei discorsi di un’intera collettività non finisce per essere forse inferiore al peso delle singole parole, se il connubio forma-sostanza non è temprato a dovere? Ognuno di noi ha una forma, foss’anche la più vile, la più codarda, la più arrendevole: quella forma esiste. E fa i conti con una sostanza che non c’è e con tutte le conseguenze che questo comporta.

Gli Indifferenti di Moravia non avevano sostanza, né si può dire diversamente degli uomini pirandelliani, ridotti a maschere: un trionfo d’apparenza, che non è forma badate bene, in un mondo dove la finzione muove gli intrecci, manipola le vite, senza che queste vengano difese a spada tratta. Un’Italietta non tanto lontana, purtroppo; un’Italietta che potremmo riassumere con alcuni versi di Lentamente muore di Martha Medeiros:

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
[…]
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivi
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.


L’indifferenza regna, la forma e la sostanza son vuote, effimere, di passaggio; non hanno linfa vitale a cui attingere, né forza per sostenersi a vicenda. Manca l’esperienza, manca il coraggio, la forza e l’interesse necessari per dire di ‘no’, per ribaltare un sistema che ha mietuto e miete continuamente vittime, che sono poi dei ‘morti viventi’: restano lì, continuano a perpetuare lo stesso vergognoso sistema fino alla sua tragica implosione.

«La mia vita è eroica – scriveva Arthur Schopenhauer ne L’arte di conoscere se stessie non si può valutare con un metro da filisteo o con il cubino del bottegaio, né con una misura proporzionata alla gente comune, che non vive altra esistenza se non quella individuale, limitata a un breve lasso di tempo. Per questo non devo turbarmi se penso a quanto mi manchi ciò che fa parte della regolare vita dell'individuo: ufficio, casa, vita sociale, moglie e prole. L'esistenza degli esseri comuni si risolve in questo. La mia vita invece è una vita intellettuale, il cui imperturbato procedere e l'indisturbata operosità devono dare frutto nei pochi anni della piena forza mentale e del suo libero impiego per arricchire secoli dell'umanità. La mia vita personale è soltanto la base di questa vita intellettuale, la conditio sine qua non – un elemento del tutto subordinato, quindi».

Conditio sine qua non per una sostanza e una forma che, uniche e irripetibili, trasmissibili ma non interamente, non esaurendo la loro utilità in quattro pezzi di carta consumati dal tempo, restano per sempre qui; sono tracce di uomini veri che hanno saputo dire di no. La sostanza c’è, la forma trionfa. E solo così il Paese va avanti.

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