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“Accordi minori” di Grazia Verasani

Grazia Verasani, Accordi minimi«E da allora canta sempre / la stessa melodia / una canzone d’amore in la minore / ch’è la nota della malinconia», scrive Eugenio Finardi (Laura degli specchi, una splendida canzone per la collega Alice) negli anni Ottanta. Testo e temi che ben si attagliano a quest’ultima fatica narrativa di Grazia Verasani, uscita per i tipi di Gallucci. Le tonalità minori sono, infatti, comunemente associate alla tristezza e alla melancholia, anche per quella legge fisica dei suoni che vede il modo minore naturale abbassarsi di un semitono al terzo, sesto e settimo grado rispetto alla scala maggiore. Accordi minori è una silloge di brevi racconti che sono altrettante voci o monologhi di artisti (nella fattispecie musicisti) che l’eccesso di talento ha reso smisuratamente fragili, malinconici, estremi e a loro modo unici nel panorama musicale. Da Aristotele in su la malinconia è stata – lungo l’asse del pensiero occidentale – prerogativa dell’uomo di genio, di colui che è come un’antenna ipersensibile che capta ogni segnale proveniente dall’etere e ne viene travolto. La melancholia generosa, prerogativa della creatività, ma spesso figlia di Cronos-Saturno (che fagocita i suoi figli), condanna all’inadeguatezza, alla marginalità esistenziale, al male di vivere che estingue precocemente lo spirito vitale, come una candle in the wind – e qui il parallelo melomane continua a imporsi e rifrangersi in rivoli di citazioni.

Il percorso della Verasani è sentimentale, lasciato all’uzzolo irregolare delle sue preferenze e modelli di riferimento: così le danze si aprono con la maledetta Janis Joplin che grida a se stessa e al suo pubblico; si prosegue con Chet Baker che parla a una giornalista incontrata a un party – e sembra di sentire la sua tromba e la sua voce velata, in bianco e nero, che sussurra: «Almost blue / almost doing things we used to do». Kurt Kobain si rivolge al suo dottore, e l’autrice si diverte a farlo un po’ suo, romanzando quel mal di pancia che lo attanagliava, come un refrain ossessivo. Edith Piaf dialoga col suo amore Marcel, perduto con grande dolore in un incidente aereo. E via via si odono le voci di Luigi Tenco, di Umberto Bindi, bistrattato dal mondo canzonettaro e provinciale di un’Italietta che mal digeriva l’omosessualità dichiarata. Accordi minori come una piccola Antologia di Spoon River: il compianto Jeff Buckley e la sua voce angelicata, travolta dai flutti del Mississipi. Non mancano le stoccate allo show-biz, tritacarne rozzo e insensibile di talenti immolati per il bene del “prodotto”. Lo sottolinea Amy Winehouse, nel suo dialogo col padre: «Daddy… Alla fine, la musica non era più importante. Sulla mia voce si puntava come alla roulette, ma non ero più io il giocatore, io ero solo il numero fortunato, e ho smesso presto di divertirmi. Già, potevo continuare a farli vincere oppure scomparire, non avrebbe fatto differenza. È così che funziona, no? I discografici sono come Dio, pretendono tutta la tua devozione. Loro investono, e tu ti fai investire. Non è un loro problema, non è mai un loro problema. Al limite, ti consigliano una clinica di lusso e dicono ai giornalisti: ‘Giudicatela solo per la sua musica’».

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Grazia Verasani, Accordi minimiAccordi minori è una galleria privata di idiosincrasie e depressioni, di ansie e terrori atavici, di occasioni perdute e tragiche fatalità, di ebbrezza e furore, di gioia bambina e incapacità di gestire le emozioni. Qualcuno ha commentato che questi artisti di cui parla Verasani hanno sofferto per la mancanza di un vero amore, che siano stati incapaci di amare o che abbiano amato solo se stessi, prigionieri della loro immagine e del loro successo. O forse che l’unico amore della loro breve esistenza sia stata la musica, l’unica grande passione che li ha resi “vivi” e meritevoli di lasciare un segno nel pantheon dei mortali. Di certo, la musica è stata per molti di loro una scialuppa nel mare in tempesta, un faro nella notte più buia. Verasani ha cercato di mettersi in sintonia e amplificarne inquietudini e amarezze. Quel che ci restituisce la sua scrittura è la tela complicata e ineffabile di tanta musica, di alcuni aspetti delle loro vite e personalità. Ci sono dei momenti “alti” in questi ritratti di Grazia Verasani, quando ci rammenta, per esempio, la figura struggente di Giuni Russo: «C’erano ragazzine dal corpo forte e felice, desiderose di primeggiare, ma io pensavo a donne di brughiera, a Emily Dickinson e alle sue poesie, e anche all’altra Emily, un uragano in gonna, seduta su Cime tempestose. Pensavo all’abbandono di questi bei cervelli femminili, vissuti sempre nello stesso posto, inchiodate alle riserve indiane della fantasia. La donna. Le donne. Accordi minori sociali. Confinate al dio dell’intimità, delle sale da tè confidenziali e a vecchi romanzi firmati con nom de plume maschile… Io volevo l’ombra, lo sai, l’esilio tra i tendaggi nelle stanze, il vento tra i capelli. Essere leggera, spiando da lontano le passeggiate gattopardesche delle vedove, nei giorni della merla o del caldo torrido. Duminica jurnata di sciroccu…». E ancora l’evocazione della insostituibile Mia Martini: «Lasciali dire, tu non senti niente. Più niente. Che pace non essere più al mondo. Che pace adesso potermi cantare dentro».

Tuttavia, l’impressione che ho avuto nella lettura è che Grazia Verasani si sia accostata ai suoi “mostri sacri” con grande timore reverenziale. Ne ha approfondito le tormentate vicende, li ha coccolati e vi si è immedesimata, ma l’effetto finale, in molte pagine, è quello di trovarsi accanto le proteiformi figure degli spettri di famiglia, degli dei Lari. Ogni voce ha una parola finemente cesellata; gli echi degli episodi più singolari, degli eventi più drammatici, gli aneddoti, la biografia degli artisti riecheggiano nella memoria; qua e là baluginano foto o immagini di repertorio che fanno parte di tanto immaginario collettivo. Improvvisamente, nella penombra, risuona una melodia, un canto. Sono sempre loro, ma lo schema è sempre il medesimo: statico e prefissato. Come in una kermesse canora: «È il momento di … che ci canterà…». Così la voce di Dalida si sovrappone a quella di Ian Curtis; quella di Nico al soliloquio della Piaf; l’invettiva di Piero Ciampi al vigore di Freddie Mercury e tutto finisce per appiattirsi, a tratti, in un informe orizzonte grigio-nero che anticipa la burrasca. In altre parole, intendo dire che avrei preferito più Verasani e meno “accordi in minore”. L’autrice avrebbe potuto osare di più, magari rendendo partecipe il lettore dei suoi innamoramenti per i modelli di musico coi quali si confronta. Più compiuto, a mio avviso, il gradevole e intenso racconto in appendice, sorta di contraltare al coro di voci che popolano Accordi minori e che vede protagoniste cinque donne che amano la musica, ognuna un diverso genere musicale. Queste donne costituiscono i differenti volti di un prisma che modella, ancora in via di definizione, l’immagine intrigante di Grazia Verasani, scrittrice e musicista dalle molteplici influenze che attendiamo con piacere e curiosità al varco della sua prossima produzione e per la quale è sempre operante il viatico dell’eterno Freddie: «The show must go on».

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