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A settantacinque anni da James Joyce

A settantacinque anni da James JoyceSettantacinque anni ci separano da quel 13 gennaio 1941, l’ultimo respiro di James Joyce come uomo, solo un passaggio per Joyce scrittore, “influenzatore” e disturbatore di animi e correnti letterarie.

Incardinato nell’immaginario collettivo in un'Irlanda che ha osservato ossessivamente, contestato e scosso (un Paese da cui si è esiliato ed è stato esiliato per anni, con lunghi soggiorni a Trieste, Parigi e Zurigo), facendone la protagonista diretta o indiretta di tutte le sue opere narrative, James Joyce è diventato per il Novecento un moloch narrativo difficilmente eguagliabile, con cui tutti i narratori che lo hanno seguito, in Europa e fuori, hanno dovuto confrontarsi.

Se Joyce ha studiato i classici della letteratura greca e latina, soffermandosi anche su Aristotele, Dante e Shelley, non ha certo trascurato autori come Flaubert, Fogazzaro, Verlaine e Ibsen. A quest’ultimo Joyce dedicherà, appena ventiduenne, una delle sue prime e accalorate opere, pubblicando sulla rivista «Fortnightly Review»il saggio Ibsen’s New Drama (1900), in cui tenterà di difendere Ibsen dalle pressanti accuse di immoralità, attaccando il gretto provincialismo della critica irlandese.

A settantacinque anni da James Joyce

Inizierà così la lotta contro l’immobilismo dell’Irlanda che ritroviamo in pieno nella raccolta di racconti Dubliners. L’idea di una raccolta di fotografie della borghesia di Dublino, invischiata nell’apatia e nell’immobilismo fisico e morale, non viene però direttamente a Joyce, almeno non subito. I primi racconti nasceranno su commissione, da una richiesta dell’Associazione Agricola Irlandese, che desiderava dei bozzetti di vita quotidiana, ma il risultato andrà ben oltre i desideri della committenza. È lo stesso Joyce a dirci come e perché ha riunito questi racconti nei Dubliners e lo fa con toni decisi e sicuri del suo valore nelle lettere inviate all’editore Grant Richards nel 1906: «La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio Paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi». E ancora: «non è colpa mia se l’odore di cenere, di erbe marce e di immondizie aleggia sulle mie novelle. Io credo seriamente che lei ritarderà il corso della civiltà in Irlanda se impedirà agli irlandesi di contemplare per bene se stessi nel mio specchio tirato a lucido».

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A settantacinque anni da James Joyce

Tanta tenacia e autostima, cui forse molti scrittori esordienti hanno già avuto l’idea di ispirarsi dopo aver letto queste righe, non fecero però l’immediata fortuna dell’opera, che fu pubblicata solo nel 1915, dopo vari tentennamenti e molte insistenze di Joyce. Nel frattempo, come accade spesso nella vita dei narratori, la scrittura era andata avanti e Joyce aveva cominciato a lavorare all’opera che lo renderà immortale: Ulysses. Testo che ebbe forti oppositori non soltanto fra la borghesia tanto biasimata da Joyce e la Chiesa (altro sistema che l’autore irlandese considerava deleterio e bloccante per il suo Paese), ma anche fra scrittori a lui contemporanei, portatori di grandi innovazioni nel romanzo del Novecento. Uno fra questi fu la scrittrice Virginia Woolf che ebbe il privilegio (non da lei condiviso) di leggere in anteprima l’Ulisse, inviato alla casa editrice Hogart Press che la Woolf dirigeva. Il rifiuto dell’opera fu senza appelli. In A writer’s diary Virginia Woolf definisce l’opera di Joyce ambientata in un unico giorno (16 giugno 1904) un libro «rozzo», opera di un «artigiano autodidatta». Ancor più drastica fu la recensione di «The Common Reader»:«una catastrofe memorabile, grandissimo nell’audacia, terrificante nel disastro».

Questa accoglienza e la lunga gestazione dell’opera portò a una sua pubblicazione solo nel 1922, quando la prima idea sul personaggio di Leopold Bloom era stata concepita da Joyce nel 1906 a Roma. Eppure oggi è considerata una delle espressioni più importanti della letteratura europea fra le due guerre insieme all’opera di T.S. Eliot, Marcel Proust, Virginia Woolf e Franz Kafka. Écon questa opera che si sono confrontati molti scrittori nel corso del Novecento: da George Orwell a Malcolm Lowry, da Anthony Burgess a Salman Rushdie, da William Faulkner a David Foster Wallace, senza dimenticare le influenze joyciane su culture non anglosassoni (Borges, Fuentes, Vargas Llosa). E il flusso di influenze non si è ancora esaurito.

A settantacinque anni da James Joyce

Quanti fra voi staranno pensando ora a uno stream of consciousness joyciano, dimostrando che a settantacinque anni dalla scomparsa di James Joyce il suo lavoro ancora pulsa nelle nostre teste e scuote i nostri pensieri?

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