A che serve la sofferenza? “Himmo re di Gerusalemme” di Yoram Kaniuk
Himmo re di Gerusalemme è il romanzo senza tempo che Yoram Kaniuk scrisse nel 1968 è che la casa editrice La Giuntina ha pubblicato quest’anno, per il pubblico di lingua italiana, con la traduzione di Elena Loewenthal. L’autore israeliano torna in libreria e torna ad affascinare i lettori a quindici anni dalla morte. L’opera risulta immortale, tanto quanto l’autore, proprio per le tematiche così attuali. L’incombenza della morte, l’importanza della vita, gli orrori della guerra e l’affettuosa pietà s’intrecciano in una Gerusalemme assediata.
È il 1948 e infuria la guerra arabo-israeliana, un conflitto che l’autore ha conosciuto sulla sua pelle nel periodo in cui vi partecipò attivamente, arruolandosi nella Palmach, finché non rimase ferito e fu costretto a trasferirsi a New York per ricevere le cure necessarie alla sua guarigione. L’esperienza devastante della guerra d’indipendenza è protagonista nel romanzo 1948 e viene nuovamente riproposta in Himmo re di Gerusalemme. Qui, come in 1948, c’è di nuovo un monastero adibito a ospedale da campo ma il conflitto non ha un ruolo principale. Il rumore delle bombe e delle sirene è percepito come una melodia abbastanza vicina da far paura ma allo stesso tempo distante. In città, una Gerusalemme ormai allo stremo, le donne ogni due giorni attendono in coda il carretto dell’acqua rischiando la vita sotto i colpi di mortaio, i negozi sono ormai quasi tutti chiusi ed è «la mancanza di acqua corrente a pesare più di tutto». Nel monastero di San Gerolamo, luogo in cui si dipana l’azione, regna un’immobilità tragica.
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Hamotal Horowitz, una giovane infermiera di Tel Aviv, giunge al monastero di San Gerolamo per prestare soccorso ai feriti stipati nelle stanze adibite a camerate. Nella Stanza delle campane viene portato Himmo Farrah, un tempo chiamato “re di Gerusalemme” poiché era solito circondarsi di numerose ragazze – tanto era bello –, oggi ridotto a un misero “pupazzo” dalla cui bocca giunge solo un triste lamento: «Sparami, sparami, sparami». Di Himmo, cieco e mutilato di entrambi gli arti inferiori e di entrambi i superiori, resta solo la bella bocca “tirabaci”, al ricordo della quale Hamotal non smetterà mai di arrossire. Ben presto l’infermiera inizia a occuparsi solo ed esclusivamente di lui tanto da coricarsi al suo fianco allo scopo di frapporsi tra lo sventurato Himmo e la porta da cui i pazienti privi di vita lasciano la stanza quando il loro tempo mortale è scaduto.
La dedizione della giovane Hamotal desta le reazioni di Assa, di Frangi e degli altri pazienti dell’ospedale ma ciò che crea maggiormente scompiglio tra questi poveri derelitti è proprio la condizione del “re di Gerusalemme”, una condizione che «è peggiore della morte stessa». Himmo è la prova tangibile, ogni giorno sbattuta in faccia agli altri sventurati, che per quanto le loro vite siano miserabili, essi non hanno più il diritto di lamentarsi. Ciò che resta a coloro che sono diventati un peso, non più utili alla causa della guerra, è solo la possibilità di aggrapparsi alla condizione di malati ed eroi per giustificare la propria esistenza e la propria sofferenza. Ma «la loro sofferenza» paragonata a quella di Himmo «diventa un nonnulla» e di conseguenza «il loro diritto alla sopravvivenza diventa più piccolo di quelle briciole che loro racimolano negli angoli del loro orgoglio ferito».
Il romanzo s’interroga continuamente sulla vita e sulla morte. Tutto ciò avviene nelle lunghe chiacchierate, sul tetto del monastero, tra Hamotal e Clara, la monaca che ha studiato ebraico, arabo e aramaico ma sa imprecare in dieci lingue ed è la memoria storica di questo luogo. Ma anche attraverso le parole degli uomini di scienza, il dottor Neuman e il direttore dell’istituto, Moshe Abayoff. Attraverso la “pistola parabellum” nella tasca di Marco con la pallottola pronta a porre fine alle sofferenze del fratello Himmo e infine in ogni piccolo gesto di pietà della giovane Hamotal.
Che bisogno c’è di prolungare le sofferenze del povero Himmo? Che egli morirà, oggi o domani, è cosa certa ma è la qualità del tempo della vita a fare la differenza. E quella di Himmo che tipo di vita è?
Kaniuk affronta questi dilemmi morali con delicatezza. L’autore spazia dai “progressi” di Himmo, il quale continua a essere inchiodato alla vita benché la bocca implori continuamente di farla finita, ai progressi della medicina espressi dal dottor Neuman, il cui unico scopo è prolungare la vita il più possibile. Poi però, attraverso le parole di Hamotal, l’autore introduce una riflessione sull’accanimento terapeutico: «Adesso è chiaro che non c’è posto per la pietà e che Himmo deve smettere di soffrire, che bisogna permettergli di morire». Ma in fondo non è proprio questo un atto di pietà?
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Il romanzo è permeato da una totale immobilità, un senso di attesa. L’attesa che l’assedio termini, che Himmo smetta di soffrire, che torni il tempo della vita. Si sopravvive come in una bolla e gli unici rintocchi, imprevedibili ma pressanti sono quelli delle bombe sganciate sulla città di Gerusalemme. Quando poi la speranza che il conflitto giunga ad una tregua diventa un’idea concreta, il tempo ricomincia a scorrere sulle note di conversazioni spensierate e di un graduale ritorno alla normalità. Ma cos’è la normalità? Forse un gruppo di bambini davanti al chiosco dei gelati. La vita che segue il suo corso.
Per la prima foto, copyright: David Rodrigo.
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