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A caccia delle “Vipere a San Marco”

A caccia delle “Vipere a San Marco”Venezia è un teatro silenzioso a cielo aperto. Il palcoscenico del 4 giugno si apre alla riunione di redazione mattutina del giornale quotidiano «l'Istrice». Così ci accompagna dentro il libro Paolo Forcellini nel suo ultimo romanzo, Vipere a San Marco, edito da Marsilio.

L'argomento della riunione è la scomparsa misteriosa e improvvisa del patriarca di Venezia Franco Bisato. Apparentemente non ci sono segni di omicidio. Sarà fuggito? Sarà stato rapito?

E qui entra in pista il protagonista del romanzo, Alvise Salvadego, giornalista del quotidiano del Nord- est che si interessa principalmente di cronaca nera e giudiziaria e che vanta numerose conoscenze nella Venezia altolocata. Grazie alle sue aderenze, Salvadego parte molto motivato e coinvolge il vice-questore Possamai che gli consente di accedere a notizie fondamentali e molto riservate per lo svolgimento delle indagini. Ma le cose non sono così semplici come sembrano.

Oltre al Vice, Salvadego coinvolge anche un’affascinante giornalista culturale: Gaspara Maravegia poiché, oltrea essere dotata di evidente sensualità, possiede una grande conoscenza storica di Venezia e potrebbe aprire strade illuminanti per la risoluzione del caso; in effetti sarà il personaggio che farà la differenza.

 

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In realtà sono tanti i curiosi personaggi che ruotano intorno alla redazione e che l'autore descrive magistralmente attribuendo a ognuno di loro un ruolo ben definito. Abbiamo il ruvido direttore, «un omone quarantaseienne alto come un armadio e largo poco meno...con un naso importante e un testone inutilmente ampio, considerata la materia cerebrale ivi racchiusa», soprannominato Grizzly. Poi c'è Culodipietra, ovvero Baldo Nordio, così nominato per essere praticamente inseparabile alla sua sedia da ufficio, e infine il fanatico Nazareno Deogratias, «magrolino e occhialuto vaticanista del foglio veneziano», che ogni sera canta i vespri in redazione.

A caccia delle “Vipere a San Marco”

Il romanzo da un lato procede con narrazione pratica e senza fronzoli letterari ma dall'altro, grazie alla palese passione per la città lagunare che trapela tra le parole e le righe del romanzo, si sente il fascino dell'arte e della decadente debolezza dell'umanità. Il tratto del romanzo più attraente è sicuramente la visione di Venezia che l'autore celebra. Come avrebbe detto Abraham Yeshoua:

«Ma quando siamo usciti, stanchi e intontiti, dalla stazione di Venezia e abbiamo visto il Canal Grande e i palazzi marmorei che sfioravano l’acqua melmosa, quel gioiello di cultura che si dondolava sui canali fetidi e muffosi, abbiamo improvvisamente compreso quanto forte e tenace è l’uomo e quanto meraviglioso è il suo spirito, e si è destato in noi un tale amore per l’umanità, l’umanità con le sue pene e le sue epidemie; e siamo penetrati ad occhi aperti dentro un sogno, perché Venezia è il sogno...»

 

Nel romanzo di Forcellini non manca nemmeno un elemento per creare, grazie anche alla sua nota esperienza, la suspence del giallo e il brivido del thriller.

Non è di secondaria importanza il linguaggio del testo interamente permeato dall'uso del dialetto veneziano. Il vernacolo è ben dosato e immersivo rispetto all'ambientazione, tuttavia potrebbe risultare, per alcuni lettori, un elemento troppo caratterizzante. Io trovo che sia un atto coraggioso da parte dell'autore cercare di restituirci un gergo “comune” e quotidiano esattamente come accadrebbe realisticamente in una redazione di un giornale veneto. Conferisce veridicità e coinvolgimento al romanzo.

 

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Forcellini è ben consapevole che la Serenissima è sempre un gran palcoscenico per lo svolgimento di una qualsiasi opera d'arte: «Esiste una città più ammirata, più celebrata, più cantata dai poeti, più desiderata dagli innamorati, più visitata e più illustre? Venezia! Esiste un nome nelle lingue umane che abbia fatto sognare più di questo?»direbbe un illustre Guy de Maupassant.

A tratti il romanzo mi ha portato a visioni più astratte e moderne di Venezia facendomi pensare a un pittore che, con le sue linee nere e misteriose, della Serenissima ha fatto il suo “antro”: Emilio Vedova. Quest'ultimo riteneva che le sue opere dovessero ruotare intorno al concetto di tempo e navigare nello spazio e in un certo senso è proprio ciò che tentano di fare i personaggi di Forcellini con una contestuale visione di modernità.


Per la prima foto, copyright: Tom Podmore su Unsplash.

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