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L'orto degli altri - 1: Il romanzo come segno dei tempi

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Di Morgan Palmas

Il romanzo contemporaneo italiano

Un’altra nuova rubrica oggi, sceglieremo ogni martedì un articolo pescato in rete che ci sembra possa stimolare il dibattito sulla letteratura contemporanea. Capita che vi siano post originali, ciononostante la poca visibilità del blog o del sito condanna subito all’oblio; in altri casi non è questione di illuminare coni d’ombra, ma di troppa informazione.
Sul Romanzo, forte del suo migliaio di visite uniche ogni giorno, desidera sostenere approcci e visioni esterni alla redazione, convinti che incrociare, integrare, condividere sia l’unica strada per lo svelamento, divenire consapevoli è un impegno da non sottovalutare.

Un piccolo patto: noi cerchiamo di stimolare il dibattito, voi aiutateci a rafforzare il confronto: che cosa pensate dell’articolo? È così che la letteratura contemporanea italiana si sta rivelando?

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Il romanzo come segno dei tempi

Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.
Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.
In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.
Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.
Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.
Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.
Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.
Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.


Fonte: Marco Valerio

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