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Come scrivere un romanzo in 100 giorni

Intervista a Sara Lorenzini

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Di Morgan Palmas

Un incontro con Sara Lorenzini

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Direi da sempre. Da piccola, quando ancora non sapevo leggere mia madre mi raccontava le favole e si fermava sul più bello. Il finale lo “scrivevamo” insieme, inventandolo nuovo per ogni storia e diverso tutte le volte. Di solito la mia bella addormentata si arrabbiava con il principe perché l'aveva svegliata e Biancaneve apriva una pasticceria con i sette nani, tanto per fare qualche esempio... Mia madre non lo sa, ma è lei che mi ha insegnato a raccontare storie, e a scrivere in un certo senso. Poi quando ho saputo usare la penna, invece del diario segreto, ho cominciato il mio primo “romanzo”, in piena fase mistica da prima comunione, come solo a una bambina può succedere, ho scritto una storia di conversione e d'amore che ora mi fa ridere, ingenua e terribilmente tormentata. Qualche anno dopo a Babbo Natale ho chiesto la macchina da scrivere e ci sono rimasta malissimo quando ho capito che non mi aveva presa sul serio, portandomi un modello giocattolo. Insomma, per me scrivere è sempre stato un divertimento, il mio gioco preferito e il mio rifugio segreto. L'ho fatto a fasi alterne, dedicandomi seriamente in età adulta alla scrittura di poesie e di racconti brevi. Tutto quello che ho scritto per me è stato anche un esercizio importante, in attesa di trovare una storia da raccontare. Fino a quando è arrivata Emma, la mia protagonista, e ho cominciato a scrivere “Diario semiserio di una redattrice a progetto”, il mio romanzo d'esordio, pubblicato da Mondadori.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

La razionalità consapevole è l'estremo a cui mi sento più vicina quando accendo il computer e mi metto a lavorare. Scrivere per raccontare, pensando di essere letti richiede consapevolezza, metodo e tecnica. Con l'istinto creativo annuso il mondo, ascolto gli altri e me stessa, e guardo le cose che mi circondano trasformandole spontaneamente in personaggi, emozioni e situazioni da descrivere. È la primissima fase, l'origine. Il risultato arriva solo molto tempo dopo, quando trovo un approccio razionale.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Io sono un diesel. Ci metto un po' prima di cominciare a scrivere. Ma nel frattempo non aspetto l'ispirazione come una manna dal cielo, cerco il coraggio di ritrovarmi faccia a faccia alla pagina bianca. Prendo appunti, faccio schemi, leggo moltissimo... e lo faccio con metodo e costanza. Quando trovo le mie prime righe, quando inizio a vedere i miei personaggi, lavoro sistematicamente e, cascasse il mondo, lo faccio tutti i fine settimana. È il weekend il tempo della scrittura per me. Dal lunedì al venerdì sono in redazione a fare un lavoro che mi piace e poi di corsa tra i tanti impegni della giornata. Per scrivere non mi basta la sera, devo pensare di avere un tempo lungo tutto per me. Preferisco farlo il sabato e la domenica mattina presto, nella casa ancora addormentata, e andare avanti fino a che ho qualcosa da dire. Poi mi fermo, torno indietro, e correggo, taglio, butto.

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Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso fare a meno del tavolo in cucina. È l'unico posto dove io riesco a scrivere, prima e dopo pranzo, anche se c'è ancora qualche briciola in giro. Ci metto sopra il mio portatile, poi i fogli, i pennarelli e i post-it colorati, tutti strumenti indispensabili. La televisione rigorosamente spenta. Cerco il silenzio o la pace, che mi dà il mio fidanzato nella stanza accanto quando suona il pianoforte o compone una sinfonia.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Ho sempre considerato alcuni grandi scrittori del passato dei maestri. Non a caso il nome della mia protagonista, Emma, è un omaggio alle eroine di Flaubert e Jane Austen. Penso che per scrivere seriamente, qualsiasi opera, qualsiasi genere, sia indispensabile leggere, intrattenendo in modo particolare un rapporto profondo e serio con i grandi testi del passato.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Se internet ha annullato le distanze e facilitato la comunicazione, dall'altra parte ha contribuito a diminuire le occasioni di incontro reale tra le persone e di scambi culturali vis à vis. Social network, blog, forum... sono le piazze virtuali in cui anche gli intellettuali si ritrovano sempre più spesso. A questa virtualità fortunatamente sopravvivono piccole, grandi realtà che partono dai comuni, le associazioni culturali, le biblioteche e le librerie stesse che creano occasioni di ritrovo tra scrittori e tra scrittori e lettori e spazi per fare e dire letteratura.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Per scrivere ci vuole onestà, impegno e fatica. Si mettono in gioco i ricordi, le emozioni, i desideri, le fantasie... Tutto si sovrappone, si modifica, si trasforma. Anche se la scrittura può rivelarsi catartica, non è semplice mettere in gioco se stessi per raccontare la storia di qualcun altro, una storia che non è mai esistita prima e che appena arriva nelle mani dei lettori non è nemmeno più solo tua. È una perdita e una restituzione allo stesso tempo, ma le passioni rendono sempre migliore una vita.

La ringrazio e buona scrittura.


Sara Lorenzini, classe 1981, è autrice di “Diario semiserio di una redattrice a progetto” edito da Mondadori. Con uno stile veloce e asciutto, Sara Lorenzini racconta la storia di Emma, giovane operaia dello spettacolo alla ricerca di storie vere da raccontare in diretta tv per il talk show in cui lavora, a progetto. Un romanzo lucido e ironico che parla di precari dietro le quinte del magico mondo della televisione e del modo cinico e spietato in cui si costruiscono i programmi della cosiddetta tv del dolore. E se il precariato lavorativo ha spesso conseguenze su quello privato e sentimentale, Emma si ritroverà presto in bilico tra realtà e finzione sia a causa di un fidanzato pieno di segreti che di un talk show in cui si cerca la verità a ogni costo.
Sara Lorenzini, oggi editor per riviste dedicate a bambine e adolescenti (“Il mondo di Patty”, “Pop's” e “Tweens”) è stata redattrice televisiva per molti programmi su diverse reti, tra i quali ricordiamo “Ricomincio da qui”, “Markette”, “Chef per un giorno”e “Frankenstain”.

Di “Diario semiserio di una redattrice a progetto” esiste una fanpage su Facebook, basta cercare il titolo del romanzo o cliccare qui.


Il booktrailer di “Diario semiserio di una redattrice a progetto” di Sara Lorenzini, Mondadori

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