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Edmund White: un “Ragazzo di città” che diventa il più grande scrittore (gay) attualmente in circolazione

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Di Giovanni Ragonesi

Edmund White e la narrativa gay

Esistesse un canone della letteratura gay, con buona pace di Harold Bloom e Larry Kramer, Edmund White ne occuperebbe sicuramente più di un posto sulla balconata d’onore.
Playground, la migliore casa editrice italiana specializzata in tematiche gay-lesbiche, ha appena pubblicato un ulteriore suo titolo: dopo “My lives” in cui White ripercorre i temi autobiografici già presenti nella sua produzione migliore (“Un giovane americano”, “E la bella stanza è vuota” e “Sinfonia dell’addio”) ma senza filtri narrativi; a seguire il romanzo storico “Hotel de Dream” in cui l’autore costruisce una lunga e gustosissima digressione sulla vita del poeta americano Stephen Crane; lo scorso anno la raccolta di racconti dal titolo “Caos”, una raccolta che nulla toglie e nulla aggiunge al prestigio del suo autore (ma, a dirla tutta, inferiore nei risultati a un’altra raccolta, edita nel ’99 da Derive Approdi col titolo di “Scorticato vivo”). Stavolta a vedere la luce è “Ragazzo di città”, un percorso autobiografico (il suo paradigma imprescindibile) di White nella sua New York negli anni ’70; soprattutto è il racconto, con alle spalle i grattacieli, dell’apprendistato mondano e letterario, di un giovane che scrive e vuole scrivere e vuole farsi un nome che circoli degnamente nella scena letteraria statunitense, e che alla fine ci riesce.
White dipana il cuore di queste sue memorie negli anni ’70, quando New York era una città pericolosa in cui ogni sera si correva un rischio rientrando in casa, ma dove nel contempo ogni occasione si prestava all’incontro – occasionale o meno – e alla consumazione sessuale. Ci troviamo tra le pagine un decennio e il suo look, le sue droghe, i suoi costumi, i suoi locali e i suoi riti, i suoi miti letterari che White incontra e di cui ci racconta retroscena con un piglio da portiera d’eccezione, senza censurare vizi privati e senza omettere le virtù pubbliche.
Il tutto è vissuto da un giovane del midwest che introietta una certa mitologia, letteraria e libertaria, e che muove i suoi primi incerti passi nel mondo dell’editoria, incominciando con le collaborazioni a riviste, articoli e recensioni con corredo di ruffianerie e ringraziamenti; i fari (“New Yorker” e “New York Review Of Books”) sempre sullo sfondo, come parti integranti del suo personale sky line della città; le case editrici, i progetti spericolati che per qualche tempo lo portano nella fauna freak di San Francisco. Poi il primo romanzo, “Forgetting Elena”: le recensioni senza eccessi di entusiasmo, la carenza di notorietà alle tavole presso cui veniva invitato e dove si servivano sofisticate cene con un occhio sempre attento all’Europa e l’altro alla esigenza di esclusività richiesta dalla cittadinanza nella città autoconsapevolmente più esclusiva del pianeta.
Arriva il ’78 e sulla scorta di critiche e saggi consigli e freni inibitori che tirano le briglie ad uno sperimentalismo poco incline alle concessioni economiche, il nostro Edmund, ancora sconosciuto al di fuori dei circuiti metropolitani, pubblica il secondo romanzo, “Nocturnes For The King Of Naples”. Le accoglienze rimangono però sostanzialmente invariate, così come i problemi per mettere insieme i soldi per l’affitto di mese in mese.
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Gli unici progressi, in quegli anni, White li ha nel suo percorso psicoterapeutico, talmente longevo da fare concorrenza a quell’altro made in New York di Woody Allen (e al volgere del decennio successivo andare dall’analista sarà lo sport più praticato a Manhattan). La svolta, en passant in questo libro che si focalizza su altro, è il passaggio a uno psicoterapeuta col quale condivide l’orientamento sessuale che lo aiuterà a liberarsi, sia a livello conscio che inconscio, della sua omofobia interiorizzata e a legittimare a livello intellettuale il suo percorso di formazione. Questa svolta, questa personale rivoluzione copernicana, lo metteranno nella posizione per rivedere la propria personale narrazione, ed è un po’ come il Christopher Isherwood che nel 1971 con “Christopher e il suo mondo” rivede e ricorregge in chiave autobiografica parte del suo percorso letterario e umano (ma sofisticatamente in terza persona: il soggetto oggettivizzato, giusto per non abbandonare il suo “occhio dal closet” per dirla a la Tommasio Giartosio).
La svolta è segnata dapprima dalla lavorazione ad un provocatorio manuale di educazione sessuale che segue una guida alle città d’America e ai suoi abitanti maschili (“Stati del desiderio”, in Italia edito da Zoe nel 1996), mentre i risvolti narrativi si avranno nel 1982 con la pubblicazione di “Un giovane americano”, romanzo che tra le altre cose si avvale dell’appoggio incondizionato di quella che White definisce “la stella più luminosa” della scena intellettuale newyorchese, altrimenti definita – da un altro protagonista di quegli anni – come “la donna più intelligente d’America”: Susan Sontag.
Dopo gli incontri e gli scambi con Elisabeth Bishop, Bob Wilson, Richard Howard, William Burroughs, Kasper Jones, Michel Foucault, Peggy Guggenheim, Robert Mappletorpe, Richard Poirer, Harold Brodkey (di cui racconta la curiosissima parabola letteraria con disincantato e delizioso cinismo) finalmente Edmud riesce ad incontrare e diventare amico di Susan Sontag.
Sarà proprio la Sontag a fare prendere certe strade alla composizione di “Un giovane americano”: se da un canto, attraverso il suo universalismo ideologico, consigliava all’amico di non intraprendere una strada così particolare come la narrazione di un percorso omosessuale che lo avrebbe allontanato dalla via maestra della grande narrativa, dall’altro canto, con consigli e incoraggiamenti portò White a scrivere un romanzo con il quale finalmente imporsi. A romanzo pubblicato si adoperò anche affinché Edmund non fosse più povero, obiettivo che realizzò con la candidatura e a seguire con l’assegnazione del Guggenheim Fellowship, ma anche con le traduzioni all’estero del romanzo, tutte riportanti sul risvolto di copertina un lusinghiero commento della Sontag che verrà tolto dalle successive edizioni, a partire dal 1985, anno di pubblicazione del suo quarto romanzo, “Caracole”, per colpa del quale la sua amicizia con Susan subirà una battuta d’arresto dalla quale non si riprenderà più.
Con “Un giovane americano”, al di là del chiacchiericcio speculatorio, Edmund White mette a fuoco un romanzo e una strategia narrativa che non solo farà la sua fortuna – letteraria, non economica –, ma anche e soprattutto imposta una sorta di fenomenologia della narrativa gay (ci si passi l’etichetta, sempre discutibile e opinabile ma a volte necessaria) dalla quale non si potrà più prescindere.
I successivi e già menzionati “E la bella stanza è vuota”, Sinfonia dell’addio” e “L’uomo sposato” seguono lo stesso percorso tracciando un itinerario narrativo di ispirazione biografica (una sorta di scuola proustiana manierata all’americana e puntellata di ideologia) che tracciano una parabola romanzesca di primo piano all’interno della produzione contemporanea e di cui quest’ultimo “Ragazzo di città” ricostruisce l’humus e gli scenari e la palestra all’interno della quale questa esperienza è stata possibile.
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