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Bisogna avvicinare i giovani studenti alla poesia?

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I giovani studenti e la poesia.
Seconda parte
 
Nell’opera plutarchea De audiendis poetis la vera e propria trattazione della materia inizia con l’esposizione del complesso di regole da seguire per prevenire i danni della poesia, quindi l’Autore passa al metodo da adottare per trarre profitto reale dalla lettura dei poeti e infine elenca i vantaggi di tale metodo.
I giovani studenti e la poesia.
Seconda parte
 
Nell’opera plutarchea De audiendis poetis la vera e propria trattazione della materia inizia con l’esposizione del complesso di regole da seguire per prevenire i danni della poesia, quindi l’Autore passa al metodo da adottare per trarre profitto reale dalla lettura dei poeti e infine elenca i vantaggi di tale metodo.
 
Occorre spiegare a questo punto cosa intendesse Plutarco per poesia.
“Molte sono le menzogne dei poeti”, avverte il filosofo, preoccupato che i giovani non siano tratti in inganno dai poeti. Di seguito aggiunge: “Talvolta consapevolmente, talvolta non volendo”.
Per Plutarco quindi la poesia è in primo luogo invenzione, anzi menzogna, parte volontaria, parte involontaria.
Invenzione volontaria poiché la verità è troppo rigida e austera per dilettare o per destare meraviglia o stupore, mentre ciò che si può inventare, essendo pura fabbricazione di parole, colpisce di più e dà più soddisfazione di un’opera scritta in versi e in stile elegante, ma priva di miti e in genere di finzione.
Questo è il motivo per cui Socrate, indotto dai sogni a far poesia, non essendo lui stesso per natura un bravo inventore di miti, essendo stato per tutta la vita il campione della verità, mise in versi le favole di Esopo, convinto anch’egli che non si potesse far poesia senza un’aggiunta di menzogna.
Il critico A. Benzoni sostiene che Plutarco esageri quando afferma tale opinione e quasi dia dimostrazione di scarsa sensibilità artistica quando “un po’ grossolanamente” dice: “Se uno con mente memore e attenta terrà presente che la poesia è illusione, risparmierà anche di versar lacrime perché è morto Agamennone o perché Achille è nell’Ade”.
E così Benzoni sintetizza il suo giudizio: ”Davvero gusterebbe e sentirebbe assai la poesia colui che si attenesse rigidamente a questo precetto di Plutarco!”. Il quale precetto, secondo il critico, induce Plutarco ad esprimere un giudizio non certo imparziale a proposito del libro XI dell’Odissea, quando rimprovera ad Omero di aver composto, descrivendo il regno dei morti, favolette degne di essere ascoltate dalle donne”.
“È forse una tavoletta degna di essere narrata alle donne il racconto di Tiresia ad Ulisse, in cui si mostra come l’empietà sia sempre punita e come invece trascorra lieta e tranquilla la vita del giusto?” osserva il Benzoni. “E che l’anima, l’ombra dei morti sia incorporea, è forse una barzelletta omerica?”.
 
Dunque, chiarito che la poesia non ha come fine la verità e che una favola bene impostata e sviluppata forma la principale attrattiva di ogni poesia, perché senza favola o mito questa non è altro che prosa in versi, come infatti sono i componimenti di Teognide, Empedocle e di altri (cfr. Aristotele, Arte poetica, 1447b.), Plutarco viene a parlare dell’oggetto dell’arte poetica, ponendo l’essenza di essa nell’imitazione, facendola corrispondere in questo alla pittura (ut pictura poesis, Orazio A.P.).
Non basta però dire che la poesia è pittura parlante e la pittura poesia muta; bisogna aggiungere che, sia in poesia che in pittura, spesso ammiriamo soggetti e caratteri e azioni turpi, non perché siano belli, ma in quanto simili al vero.
Ciò dunque che costruisce il pregio dell’arte è la capacità di imitare, indipendentemente dalle cose imitate. Pertanto i giovani, leggendo ciò che il buffone Tersite o il ruffiano Batraco o Sisifo seduttore di donne sono rappresentati dire o fare, devono imparare a non approvare questi soggetti o azioni, ma ad apprezzare soltanto la capacità di imitare queste cose, cioè ammirare il poeta a causa della fedeltà, della verosimiglianza, della descrizione perfetta. Non l’azione in se stessa va lodata, ma l’arte, se cioè l’artista ha espresso con proprietà l’oggetto dell’imitazione.
Come è facile notare, Plutarco accenna a un criterio estetico disgiunto da ogni criterio morale. Il che ci appare alquanto strano.
Approfondendo l’analisi, il filosofo sottolinea che l’arte è l’imitare bene; quanto meglio uno imita, tanto più è valente artista sia che imiti cose e azioni belle, sia turpi. Perché non è la stessa cosa imitare bene o imitare il bello. Imitare bene è imitare con verosimiglianza: a caratteri turpi convengono pure turpi parole. Ma subito Plutarco ridiventa moralista e chiude questa brevissima parentesi estetica per illustrare come i giovani debbano leggere i poemi, o meglio il modo di cogliere, attraverso le parole, l’intimo pensiero dell’Autore.
Molta attenzione è necessaria per capire se da parte del poeta stesso ci siano osservazioni critiche o accenni al fatto che quanto egli presenta sia spregevole, oppure se ciò risulti evidente dallo sviluppo dell’azione, quando l’agire male comporti cattive conseguenze per il colpevole.
Numerosi sono gli esempi che Plutarco ci fornisce a tal riguardo, tanto che questa parte della sua opera è sembrata a qualche critico quasi un manuale, una guida ad uso degli odierni professori di scuola media per commentare dal punto di vista morale la poesia letta a scuola. Inoltre troppe citazioni poetiche gravano il contenuto e soprattutto quelle omeriche. I poemi omerici offrono a Plutarco gli esempi più numerosi e convenienti ai suoi scopi pedagogici. Per questo egli non risparmia lodi ad Omero per la sua poesia altamente morale ed educativa, per gli utili insegnamenti che se ne possono derivare, per il modo infine con cui mette in rilievo e rende sospette le cose turpi e raccomanda le buone prima di descriverle.
Con la favola della tresca tra Ares e Afrodite, Omero – sostiene Plutarco – ci vuol dimostrare che la musica voluttuosa e le poesie scurrili rendono dissoluti i costumi e lussuriosa e effeminata la vita. Insomma Omero, il poeto bandito dallo Stato platonico, per Plutarco è il sommo poeta, o forse l’ideale, perché in lui pochissimi sono i passi suscettibili di censura dal punto di vista morale, e perché in questi pochi passi il Poeta stesso dà avvertimenti e consigli, con cui disapprova l’azione descritta, oppure lascia parlare chiaramente i fatti, per mezzo di cui mostra come le azioni cattive portino tristi conseguenze.
Quando poi i poeti trascurino di correggere il danno delle loro affermazioni e descrizioni per mezzo dell’ulteriore sviluppo dell’azione, Plutarco consiglia di contrapporre affermazioni più sagge sullo stesso argomento o dello stesso poeta o di un altro poeta o di un celebre filosofo.
A sostegno di ciò Plutarco cita tra gli altri questo esempio: se Alessi commuove quando dice che l’uomo saggio deve raccogliere i frutti del piacere e che inoltre tre cose hanno la massima importanza nella nostra vita: bere, mangiare e amare, mentre tutto il resto è aggiunta, si deve ricordare che Socrate usava dire proprio il contrario, cioè che i viziosi vivono per mangiare e bere, mentre i saggi mangiano e devono per vivere. In questo modo è attenuata l’influenza dell’errore e resa più facile la conoscenza della verità.
Ancora, secondo Plutarco, un’esatta conoscenza delle parole e del loro significato in differenti contesti è indispensabile per interpretare rettamente qualsiasi componimento poetico. Perché si verifica questo, che i poeti adoperino il medesimo termine per indicare oggetti del tutto differenti; così come, parlando di divinità, ora nominino proprio gli dei, ora soltanto certe forze e facoltà che noi a quelli attribuiamo. Anche Omero, ad esempio, col nome di Zeus talora indica il nume, talora il fato o la fortuna. Così con la parola aretè indica ora la virtù, ora il valore oppure un’altra ottima qualità. Dunque solo se si è consapevoli del diverso valore che le parole acquistano in diversi contesti, si può penetrare l’intimo pensiero dell’Autore e si possono ritenere giuste e inoffensive alcune sue sentenze, le quali, se realmente parlassero della virtù e degli dei comunemente intesi, non sarebbero senza danno.
Moltissimo si preoccupa Plutarco che false ed erronee opinioni siano insinuate nell’animo dei giovani a causa dei diversi significati attribuiti dai poeti ai nomi degli dei. Egli, che ebbe l’”ame religieuse” e conformemente alla sua dottrina teologica tese a epurare il politeismo tradizionale, non può permettere che la coscienza giovanile rimanga turbata da alcune frasi mal comprese o mal espresse; comprende che se vuol formare i giovani a sani principi morali, deve innanzitutto porre nel loro animo salde basi religiose.
Orbene quando in un poema si nominano gli dei quali esseri superiori ai mortali, Plutarco insegna ai giovani a ritenere che sia indicato il nume in persona. Dove invece si parla di fatti, da noi indipendenti e le cui cause non si possono comprendere, allora insegna a ritenere che si parli della fortuna o del fato.
(continua)
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