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“Un Certo tipo di intimità” di Jenn Ashworth

Di Claudia Verardi



“Un Certo tipo di intimità” di Jenn Ashworth (edizioni e/o, traduzione di Nello Giugliano)
 
Annie ha trent’anni, parecchi chili superflui ed è appena arrivata nella sua nuova casa in un tranquillo quartiere inglese, l’ingresso nella quale segna anche l’inizio di un nuovo percorso. Per la verità, i chili superflui non sono solo parecchi, ma molti, anzi, moltissimi. La sua è un’obesità di terzo grado, per la precisione. Annie comincia a raccontare in prima persona la storia della sua vita, poi svela fatti del passato, fino ad arrivare alla vera natura, quella in apparenza nascosta. Garbata e introversa, ossessionata dalle buone maniere, Annie vive una vita di complessi soprattutto per la sua natura fisica ingombrante. Una volta entrata nella nuova casa, si innamora perdutamente di Neil, un suo vicino, il quale, però, non si accorge nemmeno di lei e del suo amore. Infatti, Neil è fidanzato con Lucy, una bella ragazza di diciannove anni, e non è niente di più che educato con Annie, ma tanto le basta per credere che lui ricambi il suo amore. Secondo lei, il fatto che non stiano insieme dipende solo da un misterioso complotto da parte di Lucy e di tutti gli altri vicini di casa. In realtà, è Annie che nasconde un passato poco chiaro, un vissuto torbido e misterioso. Il marito Will e la figlia Grace sono stranamente scomparsi dalla sua vita, per fare un esempio, e lei ha passato un periodo in cui andava a un appuntamento dopo l’altro con un sacco di uomini conosciuti sulla rubrica degli annunci della rivista erotica Abundance, pubblicazione per uomini amanti delle donne obese. Questo passato viene a galla soprattutto grazie alle confidenze con la vicina di casa indiana, Sarita. Annie passa pomeriggi ad aprirsi con lei, oltre a consultare manuali sentimentali e di auto aiuto a cui attinge per pensare a nuovi propositi per provare a mandare avanti la sua vita, mentre intanto annota tutti i particolari che la colpiscono quando spia le vite dei suoi vicini. È a questo punto che il racconto si tinge di nero, assumendo i contorni di un noir che avvolge completamente il lettore nella lettura e nella comprensione dell’avvincente plot. I contenuti adesso sono chiari e dallo spunto letterario si passa subito a un’analisi di tipo psicologico. Chi è veramente Annie? Una donna turbata da un’infanzia infelice, una vittima del processo di solitudine che, inevitabilmente, prima o poi tutti siamo costretti a provare oppure una sociopatica pericolosa, con gravi e profondi disturbi e tare mentali?
Questa è la storia di Un certo tipo di intimità, il bel romanzo d’esordio della scrittrice inglese Jenn Ashworth, che pone al centro della narrazione un personaggio magnetico e particolare, quello di Annie, caratterizzato da una personalità fortemente disturbata e disturbante, a tratti addirittura perfido anche se, per contrasto, fragile e delicato.
Lo stile narrativo della Ashworth è diretto (fa parlare la protagonista in prima persona) e suggestivo dalla prima all’ultima pagina. Scrittura lucida e seducente, attraverso una trama ricca di elucubrazioni e di momenti di introspezione, la Ashworth ci accompagna in punta di piedi – e di penna – fra le pieghe della vita, almeno in apparenza, “normale” di una persona, offrendo spunto di riflessione sul concetto e sulla definizione di normalità, idea che forse oggi dovrebbe essere rivista e riscritta completamente. Un certo tipo di intimità dà l’occasione di ragionare sulle nostre sfere più intime, di operare un’introspezione su noi stessi e sulle persone che ci sono accanto, che spesso pensiamo di conoscere a fondo soltanto perché le frequentiamo temporalmente da un mucchio di tempo. E invece, spesso, non è così, perché gli strati più profondi del nostro io e della nostra coscienza interiore talvolta sono sconosciuti perfino a noi stessi.
Jenn Ashworth ha saputo sfruttare l’elemento (e la struttura) narrativo più elementare – quello che in gergo letterario si chiama “romanzone” per intenderci – per indagare le zone più nascoste e pericolose dell’animo umano. E partendo non dall’animo di un criminale o di un boss mafioso, ma di una donna, una signora semplice e addirittura innocua, almeno in apparenza. Può capitare, però, che le due facce si incontrino e si sovrappongano, speculari come quelle di una moneta. Il male spesso vive accanto al bene, così come la limpidezza si accompagna talvolta all’oscurità. Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera, diceva Goethe e Nietzsche rincalzava dicendo che Solo dal caos può nascere una stella danzante.
Che ci sia anche una morale in questo racconto? Una morale violenta che descrive l’incapacità del mondo di assorbire la sofferenza e di limitarne il contagio, quasi si trattasse di una brutta malattia. L’intimità è cosa molto difficile da gestire, fa quasi paura doverla affrontare, perché bisogna mettersi a nudo completamente e senza la protezione di maschere, magari ribaltando quello in cui si è creduto fino a quel momento. I frammenti di vita incastrati nelle coscienze possono venire a galla scatenando le reazioni più diverse, magari facendoti piombare in una cupa disperazione, nella depressione più profonda che si concretizza nelle pagine nere su cui prendono forma le sagome dei nostri mostri, che possono anche essere i nostri più fedeli compagni. E allora la terapia può diventare anche scrivere, indagare attraverso un personaggio i lati più nascosti del nostro io e della nostra personalità.
La prima copia di questo romanzo è stata distribuita alla Fiera del libro di Torino ancora in bozza, successivamente il libro è stato acquistato e tradotto dalla casa editrice e/o. Certo si tratta di una scrittura rapida, un po’ appuntita, e decisamente strana. L’autrice si affida a una narrazione che si serve di uno strumento di analisi psicologica e mentale per capire a fondo un personaggio che potremmo anche essere noi. Una vita che impaurisce perché esce dai normali binari di un’esistenza convenzionale che crea un mostro che non puoi non amare nonostante la consapevolezza del pericolo che rappresenta, perché ha una sua storia, un suo dolore e molti sogni che richiedono un coraggio infinito per essere raccontati, soprattutto quando è una donna – musa ispiratrice di piacevolezze domestiche e rassicurante normalità quotidiana – a volerli raccontare, e a volersi raccontare. Una donna che respinge, ma che attira (come insegna la poetica del sublime tanto cara ai Romantici), una creatura dotata di fascino sinistro e inquietante, ma accattivante e forte come quello di una calamita. Un certo tipo di intimità è dunque un bel romanzo, un bel pezzo di vita interiore – ma non solo – in cui il personaggio vorrebbe provare a essere libero, invece in fondo si colpevolizza. La Ashworth è brava a dosare le rivelazioni della vita di Annie e a svelare poco alla volta la sua storia, creando un intreccio che si sviluppa pagina dopo pagina e contribuisce a far aumentare nel lettore la tensione della lettura. È un romanzo intrigante e intenso, dalla prosa bellissima ed evocativa e dallo lo stile veloce anche se riflessivo. Il personaggio di Annie, costruito a tutto tondo, assomiglia molto da vicino a quello dell’infermiera psicotica del Misery non deve morire di Stephen King, non solo nel nome e nelle fattezze, ma anche nel modo bizzarro e cupo di vivere e condurre la propria strana esistenza. Le due figure sono molto simili nella loro lucida follia e nel fatto di essere vittime e carnefici nello stesso tempo.
Annie ha bisogno di recuperare l’autostima seguendo un “percorso di miglioramento personale” che per lei vuol dire soprattutto l’abbandono del vecchio divano logoro che l’ha accolta negli ultimi tempi. L’autrice di questo racconto terribile e affascinante insieme è in grado di descrivere con sapiente abilità le emozioni e le sensazioni della protagonista, ribaltando completamente quelli che sono i canoni della normalità e amplificando le ossessioni di quella che sembra essere una donna normale. Annie, invece, ha la testa piena di mostri che le impediscono di comprendere appieno se stessa, gli altri e quello che il suo corpo – e la sua personalità – goffo e sgraziato suscita in loro.
Un certo tipo di intimità è una storia che merita di essere letta, un racconto che molesta la nostre paure più nascoste e (forse) volutamente dimenticate, un libro che val la pena di pasticciare un po’, magari annotando a margine, rigorosamente a matita (i libri vanno “violentati” poco) le proprie annotazioni, per vedere – perché no? – se tra le pieghe di un personaggio così forte c’è anche qualcosa di noi.
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