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Lo sguardo poetico su un massacro

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Di Paola Paoletti

Massacri e Capote, letteratura e cinema

Quando poco più di cinquant'anni fa, nel cuore dell'autunno, una famiglia venne massacrata nel villaggio di Holcomb, nel Kansas, per mano di due giovani mentalmente instabili, la popolazione americana fu profondamente turbata e per gli abitanti del Kansas la vita cambiò radicalmente: fu perduto il naturale senso della fiducia sia nei confronti dei concittadini che della natura.

Sei anni più tardi i responsabili del massacro, Richard Hickock e Perry Smith, furono giustiziati e l'anno successivo lo scrittore americano Truman Capote terminò il suo “A sangue freddo”, un romanzo su questo fatto di cronaca nera.
Quando, nel 1966, il romanzo uscì molta dell'opinione pubblica e della critica letteraria accusò Capote di cinismo e di protagonismo.
In realtà, la vita intima di Capote dopo quel lavoro cambiò profondamente. Lo scrittore perse per sempre la leggerezza e la gaiezza che lo contraddistinguevano.
“A sangue freddo” è un capolavoro che allo scrittore costò sette anni di ricerche dentro i carceri, dentro i tribunali, dentro le menti massacrate dai dolori più diversi, dentro l'indifferenza, dentro gli ambienti inospitali, dentro la morte.

Dopo una prima lettura tre cose risaltano: a) la struttura del romanzo; b) la natura come guida sapiente; c) il viaggio nella contraddittorietà.

Con passo delicato e creando una grande suspense, Truman Capote narra i fatti del massacro di Holcomb con un ritmo ampio e perfetto. Il romanzo è diviso in quattro parti e il vissuto e le emozioni di tutti i personaggi si incastrano senza difetto.
Le vicende sono narrate in terza e talvolta in prima persona. La mattina dopo il massacro, che non è stato ancora descritto, il passaggio dalla terza alla prima persona crea un geniale e delicato tuffo nell'intimità, anche perché a farlo è la dichiarazione di una ragazzina, Sue Kidwell, amica della giovane vittima, Nancy Clutter.

Capote riesce a fare della natura una figura sapiente, nascosta nelle pianure di grano del Kansas o nel mare di Acapulco o nel deserto di Mojave. È una figura “amorevolmente” impassibile, si dimostra capace di contenere ogni cosa: l'apparenza e la realtà, il bene e il male e le loro conseguenze.

Il racconto di finzione dona una libertà che la storia di un fatto reale non concede. In “A sangue freddo” il fucile, il pugnale, le grida sono vere, il bisogno di vendetta, la paura sono reali.
Perché “A sangue freddo”? Perché spingersi nel cuore di una tragedia reale? Truman Capote e noi, i suoi lettori, siamo entrati nel vivo di un massacro e ci siamo sporcati di sangue.
Nell'antichità l'arte del narrare aveva un fine, quello di condurre l'ascoltatore o il lettore alla catarsi.

Se vogliamo tracciare un cammino, un percorso dell'anima, possiamo seguire l'ispettore Dewey. Egli è uno dei primi a vedere il massacro della famiglia Clutter, intuisce e ricostruisce la verità. Cerca ossessivamente giorno e notte i responsabili e quando li cattura e ascolta la verità dei fatti, che è molto simile alla sua ricostruzione, ne resta comunque turbato. Quando i colpevoli vengono giustiziati Dewey è presente. Egli si era immaginato che con la loro morte avrebbe provato un senso di completamento e di liberazione e invece scopre che non è così. Quando al termine del romanzo Dewey si allontana dal cimitero per ritornare a casa la sua anima è consapevole della contraddittorietà che serpeggia in fondo a tutte le cose.

E Perry Smith, il vero assassino, descritto da più persone come un uomo da “un grande cuore” ne è l'emblema. Ma questo lo vedremo nella prossima occasione.
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