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“Il libro dei bambini” di Antonia S. Byatt

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Di Debora Vagnoni

“Il libro dei bambini” di Antonia S. Byatt (trad. it. di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi, ed. Einaudi 2010)

Il sontuoso e affascinante scenario da cui prende inizio la vicenda è la galleria del principe consorte (il principe inglese Alberto, morto nel 1861, prima di vedere completato il suo progetto di un museo in cui “gli artigiani inglesi potessero studiare il disegno nelle sue migliori realizzazioni”) nel Victoria e Albert Museum di Londra. 

È il 19 giugno 1895. Di fronte alle solenni teche di vetro che ospitano tesori d’oro e d’argento (e che ad uno dei protagonisti ricordano Biancaneve nella sua bara di cristallo), il quindicenne Julian mostra a Tom, due anni di meno, un segreto: un ragazzo che non parla mai con nessuno, inquietante, che si aggira furtivo per le sale del museo (e ci dorme anche, come poi scopriranno i due ragazzi) e in mezzo ai pesanti tendaggi di velluto rosso si ferma a ritrarre e disegnare quello che vede. In particolare, l’oggetto delle sue osservazioni è un pezzo antico e unico, il candelabro di Gloucester. I due ragazzi lo seguono, al di là di una porta dissimulata, al di là di infiniti, e misteriosi, corridoi, e svelano fino in fondo il suo segreto. Il ragazzo scappato di casa, si è ridotto a vivere temporaneamente nel museo, arrangiandosi come può. Sporco, lacero come un Oliver Twist, come un David Copperfield che sfugge al malvagio patrigno, porta con sé le sue misere cose: una borsa di tela, un album di schizzi e un mozzicone di candela.

Da qui in poi, la tradizionale storia del trovatello da accogliere e sfamare mette in moto la vicenda e fa uscire alla luce i numerosi personaggi del complesso affresco della Byatt. Il ragazzo, che si chiama Philip Warren e rivela un talento singolare nel disegno, verrà introdotto e in qualche modo “salvato” da un mondo ben diverso dal suo. Julian e Tom sono figli, rispettivamente, di Prosper Cain, conservatore di metalli preziosi e interno al museo il primo, e di Olive Wellwood, scrittrice di fiabe per bambini il secondo.

Insieme al marito Humphry Wellwood, impiegato alla Banca d’Inghilterra e membro della società fabiana (particolare che acquista una forte rilevanza all’interno della complessa trama), Olive ha impiantato una sorta di comunità sperimentale in una fattoria del boscoso Kent, una residenza restaurata seguendo lo stile Arts and Crafts, dal nome Todesfright. La struttura si rivelerà in seguito una modernissima, e non priva di problemi e segreti, famiglia “allargata”. La narrazione della vicenda appare legata alla tradizionale terza persona, in realtà si tratta di una ben più complessa narrazione con un punto di vista tutto interno al personaggio, in una trama in cui il sistema dei personaggi è eterogeneo, sia per età che per condizione sociale. È come se la Byatt avesse tratto spunto dal tradizionale pattern del romanzo vittoriano, affresco letterario per eccellenza (penso ovviamente a Thackeray e all’ancor più vittoriano Trollope, passando poi per suggestioni jamesiane) per coralità e opulenza nei dettagli, e lo abbia però smontato e lavorato dall’interno, portando alla luce personaggi modernissimi e attuali che spiccano meravigliosamente nella cornice che li ospita e finiscono quasi per vivere di vita propria.

Ne è un esempio la figura femminile di cui si diceva prima, Olive Wellwood: un personaggio dotato di forza centripeta, malinconico eppure creativo, nella cui orbita buona parte degli altri personaggi entrano, per uscirne talvolta trasformati. Anche la stessa casa in cui vive è il simbolo di lei, della sua energia traboccante e ambivalente, la cui descrizione più efficace è quella degli occhi del figlio Tom: Tom…sentiva che il suo mondo era minacciato, e il suo mondo era Todefright, intimamente intessuto della luce di boschi e prati, di estate e inverno, di calore e gelo; intimamente intessuto anche della tela delle storie di sua madre, storie i cui colori smaltati e le ombre inchiostrate, le porte segrete e gli animali volanti facevano talora della vera Todefright una candida maquette di gesso, solo un modellino di casa, che poggiava sul mutevole mondo di sotto, il cui ingresso era sottoterra. (ed. cit., pp. 170-1) Olive rispecchia il dissidio della condizione femminile moderna, in cui spesso è difficile scegliere tra la realizzazione della propria carriera e creatività e la cura dei propri figli, comunque amati: proprio Olive, presa dalla creazione di fiabe di successo, i cui protagonisti sono le trasfigurazioni narrative dei suoi figli, non si accorge di cosa i suoi stessi figli siano diventati nella realtà, come se ci fosse sempre un prezzo da pagare nella scissione insanabile arte/vita.
La vicenda giunge cronologicamente fino alla prima Guerra Mondiale, e non ne sveliamo l’esito finale. Su un romanzo così ricco, vero traguardo di una delle più grandi scrittrici contemporanee di lingua inglese, l’emblema simbolico di due citazioni del libro, quasi metafora del ruolo speculare dello scrittore e del suo lettore:

...le storie sono storie, si diceva Olive, che vengono ripetute e si riformulano all’infinito, come i vermi troncati, o il ramificarsi delle vene d’acqua e di metallo. (…) Troverai la sistemazione un po’ sacrificata, ma abbiamo cortili, scalinate e armadi segreti che fanno sognare.


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