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Doors e le porte della percezione - parte seconda

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Di Fabiana Giovanetti

Doors e le porte della percezione

“Sono sempre stato attratto dalle idee di rivolta contro l'autorità. Amo l'idea di spazzare via e sopraffare l'ordine costituito. Sono interessato a tutto quello che riguarda la rivolta, il disordine e il caos.”
(Jim Morrison, gennaio 1967)

Come in Rimbaud anche in Jim Morrison riecheggiavano le parole Passione, Rivolta, Caos.

Nella sezione “Jamaica” della raccolta evoca Rimbaud quando presenta la distruzione del vecchio mondo a causa del diluvio universale “l’ora del lupo / adesso è finita”.
Questi versi ricordano la premonizione presente in “Illuminazioni”, in cui il diluvio permette il ritorno dell’innocenza e dove la rigenerazione dall’acqua rappresenta il trauma della nascita. “Wilderness” è nel suo complesso uno dei tanti spunti autobiografici in cui Morrison analizza la propria vita “rock” ed adolescenza, definendo i viaggi dei Doors come esperienze di “giovani su strada”. Le canzoni dei Doors sono il materiale che permette al cantante di sperimentare un complesso raccordo tra letteratura e musica.

In “the Crystal Ship” Morrison racconta della fine di una relazione traendo spunto alla mitologia celtica. Il titolo è ispirato al “Book of the Dun Cow” in cui un eroe irlandese è corteggiato da una dea che lo conduce su un nave che solca i mari e la terra. 

Non è questa l’unica canzone a risentire di una diretta influenza letteraria. Anche “End of the Night” è frutto della lettura di “Viaggio alla fine della Notte” di L.F. Celine, famoso per i suoi personaggi negativi ed atmosfere raccapriccianti.
In “Not touch the Heart”, ispirata ad un saggio sulla magia delle culture primitive “Il ragno d’oro” di J.G. Frazer, Morrison riprende il concetto secondo cui le danze tribali sono origine dell’arte drammatica. Da questo derivano le danze sciamaniche sul palco, spesso indotte dall’abuso di alcool e droghe ma anche da una presenza scenica strabiliante. 

La canzone dei Doors che più si presta a poter essere definita manifesto di poesia rock è indubbiamente “the End”, ultima traccia dell’album di esordio “the Doors”. L’opera si articola in ben undici minuti di angoscia, un lungo viaggio nei territori della metà oscura. Il testo introduce l’addio di due amanti per poi evolversi in un dramma edipico estremizzato nel finale della canzone – in merito al quale la band fu bandita dal locale Whisky a Go Go.
Edipo inconsciamente uccise il padre e sposò la madre e per il rimorso si strappò gli occhi.
Il testo prosegue in deliranti immagini: il serpente lungo sette miglia, l’autostrada del Re, l’autobus blu. Un incontro fugace fra tragedia greca e psicanalisi freudiana. 

Tutto per Jim Morrison era un incontro tra poesia e musica. Una liricità percepita come un crudo, diretto e quotidiano appello a qualcun altro là fuori che potesse ascoltarlo. Singolare è infatti l’”Ode a L.A. pensando a Brian Jones, deceduto”. In questa poesia Jim stesso riflette sulla caducità della vita in questa sofferente preghiera rivolta al chitarrista dei Rolling Stones trovato morto, a soli 27 anni, nella piscina di casa. Nella poesia stessa sono enigmatici i richiami alla tragedia shakesperiana l’”Amleto”, testimoniata dalle apostrofe dirette ad una ipotetica “Ofelia” e la personificazione del poeta con il “semplice cittadino scelto per impersonare il principe di Danimarca”.

La preparazione letteraria classica e moderna è alla base dei testi come delle poesie del cantante, testamenti che egli stesso ci ha consegnato e che racchiudono la tormentata anima dell’ultimo vero sciamano moderno.
Interessante l’episodio della lettera che Wallace Fowlie ricevette nel 1968, primo spunto per i suoi successi studi contrastivi dai quali pubblicherà “Rimbaud e Jim Morrison - il poeta come ribelle”.

“Caro Wallace Fowlie, volevo solo ringraziarla per la sua traduzione di Rimbaud. Sono un cantante rock e il suo libro viaggia sempre con me. Jim Morrison”.
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