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Il “Gattopardismo” tradotto e tradito

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Di Deborah Pirrera

Il “Gattopardismo” tradotto e tradito

L’argomento è a dir poco scottante almeno quanto il clima di questo scampolo d’estate. Restando in tema di caldo e vacanze ho approfittato delle mie per rileggere, con occhio più attento che si addice a chi non è soggetto a obblighi scolastici, uno degli indiscutibili capisaldi della letteratura italiana, quel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa che tanto deve anche alla felice trasposizione filmica di Luchino Visconti che lo ha definitivamente consegnato all’Olimpo dei libri indimenticati e indimenticabili. Quel “Gattopardo”, ancora, che trova dalla mia anche il parere di un valido scrittore dei giorni nostri, Nicolò Ammanniti, che dalle recenti pagine di Repubblica del 23 Agosto lo consiglia come imperdibile lettura per liceali e non solo.

Dal “Gattopardo” al “Gattopardismo” il passo è breve, e qui si apre il baratro del dubbio. Cercando il termine “Gattopardismo” su internet e dintorni si legge Disponibilità a cambiamenti di facciata, per conservare opportunisticamente intatto il privilegio. Seguono sulla stessa schermata Il Gattopardismo militante e Il Gattopardismo di sinistra e di destra. Mi affido alle, per me, più rassicuranti pagine cartacee del Devoto Oli e leggo Teorica disponibilità a innovazioni e cambiamenti, spec. politici, nella consapevolezza che la continuità prevarrà sul rinnovamento.
Il dubbio è quello di trovarmi di fronte a un voluto fraintendimento letterario, e forse anche storico politico che ha tentato, talvolta, di forzare il significato del termine stesso, talaltra, di coglierne soltanto uno e neanche il principale degli aspetti.
Mi appello quindi alla pazienza del lettore, per confronto e per conforto, e dico la mia.

Se è indubbio che entrambe le definizioni, simili tra loro, non siano del tutto discutibili rappresentando la necessità di un’intera classe in agonia di mantenere un atteggiamento di facciata nella speranza che nulla venisse toccato, a me pare invece che un’intera generazione di critici siciliani e non abbia voluto costruire, di Lampedusa e del suo romanzo, una visione deformata e personale. Sono andata oltre la rilettura, ho voluto visitare i luoghi che ispirarono le migliori pagine del romanzo, la villa dei fratelli Piccolo a Capo d’Orlando (ME) e portare con me un saggio di fresca stampa per la Flaccovio Editore dell’autore Salvatore Savoia sulla figura e l’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tra le cui pagine ho trovato ristoro.

Credo che il fraintendimento parta dal celebre discorso tra il Gattopardo e il cavaliere Chevalley nel quale il principe diceva di non credere nella possibilità di salvezza della Sicilia, della sua arretratezza alla quale non avrebbe offerto rimedio il nuovo scenario politico e quindi dell’inutilità dell’adesione al nuovo modello sabaudo. Quanto suonano tristemente veritiere quelle parole, col senno di poi. Non negò, sempre in quel discorso, la possibilità di una salvezza solo se un siciliano fosse fuggito dalla sua terra prima che si formasse la crosta, da giovane quindi. Ma neanche lo affermò. Anche l’Unità avrebbe offerto alla Sicilia solo un lento e costoso miglioramento, ma nessuna illusione andava cullata contro l’irredimibilità della sua terra. Non al compromesso si alludeva, in quelle parole, ma alla sconfitta in genere nel conflitto contro la vita. Quello di Lampedusa non è una favola che fa l’occhiolino a un furbesco lieto fine, ma una storia che parla di morte. La morte che fu sempre compagna fedele dell’autore, stroncato in soli tre mesi da un tumore ai polmoni che non gli permise di ultimare e completare il suo capolavoro dando il definitivo placet per la stampa. 
La morte del Principe, protagonista del Gattopardo, che rende eccezionali le ultime pagine dell’opera e quelle di una generazione di pigri virtuosi, i Gattopardi, dinanzi all’inarrestabile avanzata della nuova classe sociale di cui Calogero Sedara è il rappresentante, per un verso, e Tancredi (figura anch’essa travisata in un distorto discorso politico), per un altro. Mezzadri e arrivisti a caccia di blasoni e disposti a tutto, niente a che fare con i Signori.

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