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“Giornataccia a Blackrock” di Kevin Power

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Di Jacopo Mariani

"Giornataccia a Blackrock" di Kevin Power

Siamo abituati a vedere in tanti film americani, che parlano di ragazzi, dei veri e propri stereotipi di gruppi sociali: il bello, lo sportivo, il nerd, la ragazza del capo, ecc.
La caricatura di questi personaggi è utile ai fini della sceneggiatura o della storia. Sono esagerazioni, ovviamente, ma come in alcune storie inventate c'è un fondo di verità. 

In “Giornataccia a Blackrock” (Blackrock è la zona a sud di Dublino, famosa per essere abitata da famiglie benestanti), di Kevin Power, si racconta una storia della Dublino bene; diciamo la trasposizione irlandese dei giovani muscolosi di una scuola prestigiosa che arrivano sbandando in Cadillac in compagnia di ragazze soltanto “strafighe”.

Nel romanzo ci si concentra sulla vicenda di un caso di cronaca e di tutti i suoi protagonisti: l'uccisione di un ragazzo, Conor Harris, fuori da un pub, ucciso con calci e pugni.
La particolarità di questo libro è che, a differenza degli altri che trattano omicidi e uccisioni, svela subito tutto.
Fin dal principio sappiamo chi è morto, chi lo ha ucciso e come sono finiti i processi.
Trovata geniale, ma non abbastanza. Ritengo che questo gioco a raschiare nelle vite dei protagonisti coinvolti, sia prima che dopo la morte del ragazzo, a tratti sia ripetitivo e ci si ritrova, ad esempio, a parlare dei disturbi alimentari di una ragazza troppo spesso senza un ritorno drammaturgico.
La figura centrale è Richard Culhane, il classico ragazzo ricco che frequenta una scuola prestigiosa, eccelle nello sport e ha davanti a sé un futuro roseo. Fidanzato con la ragazza più bella di Blackrock anoressica sopraccitata, Laura Haines, già ex del ragazzo ucciso.

La storia si complica e si banalizza allo stesso tempo.
Gli altri personaggi, sono il braccio destro e sinistro del “boss”, sempre due ragazzi altolocati e infine il “misterioso” narratore che ovviamente non rivelerò, anche se lo scoprire chi fosse si è rivelata una delusione per me, in quanto per l'ennesima volta si inserisce un elemento che non crea pathos nel finale.
La parte affascinante, nonostante le ripetizioni, è la descrizione minuziosa della vita di questi ragazzi da un punto di vista insolito. La “scusa” del narratore di andare a rovistare fra i panni sporchi di questa Dublino inusuale è il tentativo di razionalizzare la morte di Conor, di dare una spiegazione dove nemmeno i processi e le condanne sono riusciti a trovare una ragione.

Si parla di alcool, si parla di sesso e si parla di ipocrisie.
Quelle ipocrisie tanto di moda che vanno a braccetto con le contraddizioni. Quelle che ormai non stupiscono più nessuno, come il preservativo in un rapporto prematrimoniale.
Siamo nel mondo della religione Pret-a-porter: dove ci fa comodo un crocifisso qua e là, ma dove si parla di soldi, sesso o carriera, il “prossimo” diventa solo quello dopo di te in fila dal dottore.
In sostanza questo libro fotografa una generazione in maniera decente ma il risultato è un po' sfuocato: il soggetto potrebbe risultare vincente se la lettura non fosse appesantita da piccolissime “cadute di stile”.
Potrebbe essere uno spaccato di una qualsiasi compagnia di ragazzi dell'università Cattolica di Milano, figli di industriali o politici; e questa cosa mi ha fatto rabbrividire in qualche modo.
Troppe volte si sentono di risse finite male fuori dai locali e troppe volte il motivo è futile ma ingigantito dall'ubriachezza o dalla droga.
E in questo Kevin Power riesce ad essere convincente: non dà la soluzione alla morte di Conor Harris.
Proprio come avverrebbe nel mondo reale.
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