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“Chronic City” di Jonathan Lethem

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Di Emiliano Zappalà

“Chronic City” di Jonathan Lethem

L'ultimo romanzo di Jonathan Lethem, Chronic City, pubblicato in Italia da "Il Saggiatore" (traduzione di Gianni Pannofino), è stato giudicato dal "New York Times" uno dei dieci migliori libri editi nel 2009 negli Stati Uniti. L'autore statunitense, che esordì nel 1994 con Concerto per archi e Canguro (Gun, with occasional music il titolo in inglese) si è ormai guadagnato il pieno rispetto della critica con successi come Testadipazzo, pessima traduzione italiana di Motherless Brooklyn, e La fortezza della solitudine (The Fortress of Solitude) entrambi editi da "Tropea".

Il suo ultimo lavoro non delude affatto le aspettative. Dopo la piccola pausa, rappresentata dall'ambientazione losangeliana del precedente romanzo Non mi ami ancora (You don't love me yet, edito in Italia da "Il Saggiatore"), Lethem torna alla sua amata New York. Una New York mostruosa ed affascinante, tormentata, surreale, distopica. Una città «cronica», come suggerisce il titolo; irrimediabile, corrosa dal degrado in alcune sue zone, soffocata dalla corruzione, dai flussi di denaro, dal materialismo, dall'alienazione dei suoi cittadini, ipocrita, impossibile, incomprensibile. 
Ma «El chronic», come scopriamo poi, è anche il nome di un'antica pianta di marjuana dalle proprietà speciali; un'erba dal potere narcotizzante, capace, per chi ne fa uso, di limare i confini della realtà, lasciandola defluire nel sogno ad occhi aperti, distorcendola e storpiandone la percezione. Esattamente come Lethem è in grado di fare con noi lettori. Il narratore americano ci trascina in un mondo costantemente in bilico tra il plausibile e l'assurdo, tra l'ordinario e l'inammissibile; in una Manhattan decontestualizzata ed astratta che rappresenta l'unico luogo ammesso e che racchiude tutto lo spazio della narrazione, escludendo qualsiasi altrove e rigettandolo nel dubbio e nell'oblio. 
Manhattan, la cui downtown è perennemente avvolta da una nebbia impenetrabile, dove fino a luglio cade una neve bianchissima che cancella le sagome dei grattacieli. Manhattan assediata da una tigre gigante che di notte demolisce i palazzi ad affitto bloccato, dalle aquile che scacciano gli inquilini dai loro appartamenti, addolcita a tratti da un intenso odor di cioccolata che si sparge tra i quartieri e abbellita da sculture a forma di cratere in cui alcuni passanti finiscono per precipitare. Manhattan-isola che vorrebbe rappresentare tutto il mondo.

Ed è in questo contesto che si muovono i nostri bizzarri e variopinti personaggi. Il protagonista Chase Instedman (il cui nome tradotto in italiano suonerebbe "uomo-invece") attore ingenuo e belloccio, celebre per una vecchia sit-com e che ormai vive di diritti di immagine; lo strabico Perkus Thoot (il cui nome ad un tratto viene emblematicamente storpiato in Truth), ex critico musicale, distintosi un tempo per i celebri manifesti con cui tappezzava l'area metropolitana e guru del protagonista; Janice Trumbull, la fidanzata astronauta di Chase, intrappolata nella Stazione Spaziale Internazionale da una fascia di mine cinesi; e poi Oona Lazlo ghostwriter di biografie altrui, Richard Abneg, pseudo-politico asservito al sindaco miliardario e l'accattone Biller arricchitosi fabbricando manufatti per un mondo virtuale.

Tra ricerche di fantomatici calderoni, tentativi di ritrovare Marlon Brando, realtà virtuali, amicizie ed innamoramenti, cefalee a grappolo, fumate e sgangherati dialoghi filosofico-ontologici, Lethem dà vita ad una sfavillante commedia, sofisticata e ben tessuta, ricca di citazioni interessanti e di rimandi alla società contemporanea, ai suoi vizi ed alle sue dabbenaggini, alle sue fobie inspiegabili, alle sue manie, alle sue domande irrisolte. Uno splendido esempio di letteratura avantpop magistralmente confezionato, che ricorda Vertigo di Hitchcock, Il Giovane Holden di Salinger ed ovviamente l'immancabile P. Dick. Un romanzo allo stesso tempo divertente e terrificante, familiare ed incomprensibile, realistico e delirante, inafferrabile e vertiginoso, splendido e mostruoso. Lineare ed infinitamente complesso. Esattamente come Manhattan, come la nostra New York. Esattamente come il mondo.
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