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Di Astrid Fataki

Guardare indietro per non dimenticare

«Fu chiaro dall'inizio che non ero tanto fornito: nell'armadio pur rovistando spillo per spillo non trovammo niente che mi ci potessi infilare senza sentirmi quel morto di fame che diceva Rachele. Bisognava prendermi di tutto, dai vestiti da giorno alle tute d'allenamento, passando per le mutande ai pedalini, fino allo spazzolino da denti, visto che il mio erano mesi che aveva le setole coricate. Non avevamo nemmeno una valigia dentro casa perché a nessuno di noi era mai sembrato necessario oppure utile averne una.
Una sera che le voci in cucina insistevano di più, perché c'era da pagare l'iscrizione e la retta per l'allenamento – e secondo mia madre c'era soprattutto da capire che volessi farne io, della mia vita – mio padre venne a domandarmi direttamente in camera da letto.
"Dimmi una cosa…" mi fece con un tono che tirava via dalle lenzuola.
L'ascoltavo.
"Vuoi passare il resto della tua vita in questo posto scordato dal Padreterno?"
Non risposi.
"Vuoi forse rimanere quel morto di fame che sei per tutta la tua stupida vita?" mi chiese per ultimo.
"Ommadonnamia, no!" dissi.
Decisi così la mia partenza e da quella volta non se ne parlò più."Ecco: ora vai e facci vedere chi sei" me lo disse mio padre quando partii e si vedeva dai chilometri che almeno lui ci credeva, che avessi qualcosa di buono nelle ossa. Forse per questo me ne andai e per il corpo tondo di Rachele e i buoni del tesoro di mia madre.
Ogni sera chiamava mio padre a carico suo e mai che mi chiedesse come stavo, se m'ambientavo, se per caso volessi tornare."Hai fatto goal?" lo sentivo farmi dall'altro capo del telefono e della mia vita».
[Elisa Ruotolo, Ho rubato la pioggia, ediz. Nottetempo]

Conosciamo tutti la tragedia di cui è stato vittima Pietro Taricone detto "il guerriero", un giovane di provincia. Cito Taricone perché in un'intervista disse: «Delle città di provincia se ne parla sempre male perché non offrono nulla, ma è questo "nulla" la variabile che spinge i giovani a sognare e a inseguire i loro sogni». Taricone era uno di loro.
I giovani rincorrono sogni di gloria, di successo e non solo. La vita di provincia non è idilliaca, al contrario, ogni giorno ci si scontra con l'ipocrisia e la chiusura mentale che dominano la routine giornaliera. Talvolta si ha la sensazione di soffocare, di non poterne più e allora si scappa. Cosa accade a chi emigra nelle grandi città in cerca di una vita diversa o forse migliore?

Mi è capitato, di rivedere a distanza di anni amici e conoscenti che per il solo fatto di vivere al nord credono (nella loro eccessiva ignoranza basata principalmente su un complesso di inferiorità), di essere superiori (in che cosa ancora non si é capito) a quanti sono rimasti nella piccola e stretta provincia. Non parliamo poi di coloro che riescono a raggiungere la notorietà nel campo dello spettacolo, d'improvviso la famiglia è qualcosa da riporre nel dimenticatoio. Agli amici di una vita si preferiscono quelli del nuovo entourage, anche se privi di ogni sincero sentimento ma tutti accomunati dallo stesso interesse: il successo.

Ogni volta che m'imbatto in questa tipologia d'individui, mi verrebbe loro da cantare una strofa della canzone "Vita mia" di Nino D'angelo che cito con piacere: "Quanta strada aggio fatto pe sagli' sta furtuna, senza giacca e cravatta accussi' so' venuto mmiez' 'efacce 'mportante c'hanno tuccato 'a luna, guardo areto ogni tanto pe' capi' addo' so'ghiuto".
Non è reato voler migliorare la propria vita, ma bisogna sempre guardarsi indietro per non dimenticare, e Pietro Taricone non aveva mai smesso di farlo.
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