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Scrittore sì, scrittore no.

di Marcello Marinisi

Il significato del termine "scrittore"



Il titolo in effetti sembra ispirato un po’ a La terra dei cachi di Elio e le storie tese e forse il nostro Bel Paese sembra un po’ una Terra dei cachi.
Lo spunto per scrivere questo mio intervento viene da un post apparso su Facebook™, scritto da Giampaolo Simi e condivisa da Barbara Baraldi, nel quale egli esplicava la sua posizione su una questione controversa: chi può “vantarsi” di potere definire se stesso uno scrittore?
Sembra una questione di lana caprina, lo capisco. Tuttavia, se da anni questa diatriba va avanti un motivo dovrà pur esserci. Se ci si accapiglia sulla questione EAP, sull’affare POD ecc. una spiegazione la si dovrà pur trovare. Non si può certo lasciare credere che siamo una gabbia di matti che si sfinisce in discussioni sterili senza né capo né coda!
Questo è il punto.

Perché è così importante definirsi uno scrittore e invece ci si sente sviliti quanto qualcuno dice che siamo soltanto “uno che scrive”?

Una risposta molto banale a questo quesito è che, beh, sì, uno scrittore è uno che scrive, per definizione. Ma, sebbene la differenza sia sottile, questa differenza c’è.
Nel bene o nel male, tutti siamo, dentro di noi, “gente che scrive”. C’è chi lo fa meglio e chi lo fa peggio, non ci sono dubbi. Però, tutti ci siamo trovati almeno una volta nella vita con una penna in mano e un foglio bianco davanti. Ma questo non ha fatto di noi uno scrittore, così come andare a giocare a tennis al mercoledì con un nostro amico non fa di noi un tennista.

Allora dove sta la differenza?

Secondo l’idea di alcuni, uno scrittore è una persona che scrive e che lo fa, più o meno, per professione, cioè guadagna dei soldi perché qualcuno legge il frutto del suo lavoro. Questo non significa che uno scrittore deve necessariamente fare solo quello (sappiamo che sono pochi i posti al mondo che consentono a un uomo di vivere di scrittura e pochi sono quegli uomini che guadagnano tanto da poterselo permettere), ci sono scrittori che fanno gli ingegneri, gli astronomi, i calciatori (dai, lo so che cosa state pensando!), i giornalisti, i chirurghi, ma non per questo non li definiamo anche scrittori.
E poi ci sono “quelli che scrivono”, gente animata dalla passione, che non ha un contratto, che scrive soltanto per il puro piacere della creazione, persone che sentono il bisogno impellente di mettere le loro immagini nero su bianco. Ecco, non tutti questi possono essere definiti scrittori. Perché non guadagnano con quello che scrivono?
No.
Il punto non credo che sia questo.

E qui mi viene in aiuto ancora la discussione sviluppatasi intorno alla nota di Simi, ripubblicata da Barbara Baraldi.
Il nodo non sta nel guadagno, non sta nell’avere un contratto con un editore e non sta neppure nella natura dell’editore con cui firmi il contratto. Ritengo, piuttosto che la vera differenza tra uno “scrittore” e “uno che scrive” stia nel “mestiere”, cioè nella passione e cura con cui una persona produce quello che scrive, nella conoscenza della lingua e delle sue regole. Il mercato viene dopo, sono i lettori (e il marketing) che decideranno la fama di uno scrittore, il suo successo commerciale, ma questo ha poco a che vedere con l’essere “scrittore” in senso stretto.

Ma perché ci si accapiglia tanto allora?

Semplice. È una questione di prestigio sociale.
Lo scrittore è percepito come un unto del signore, una persona che ha un dono meraviglioso e lo condivide con gli altri. Alcuni si atteggiano a divi di Hollywood, altri sono rimasti fedeli alle loro origini. Lo scrittore, spesso, si ammanta di un’aura di misticismo abbacinante, un alone di mistero che lo rende superiore. E, purtroppo, la nostra società vive di immagine.
Per questa ragione, credo, ci si scaglia con tanta veemenza contro un certo tipo di editoria, contro gli scrittori POD, o la vanity press. Perché quelli che si ritengono “Scrittori”, con la “S” maiuscola, si sentono defraudati del loro “titolo”, peccando di vanità tanto quanto gli altri, perché, alla fine della fiera, non conta né l’editore, né lo scrittore, conta soltanto la storia, la qualità di quello che si è scritto.
Allora – e questo è il mio modesto parere – meglio distinguere tra “uno che è bravo a scrivere” e “uno che non lo è”, e tra questi, a sua volta, distinguere tra “chi è un bravo narratore” e “chi non lo è” e, infine, tra “chi ha una buona storia” e “chi invece no”.

I dibattiti sterili non servono a nessuno.

La Letteratura la fa la storia, non la fanno mai i contemporanei, questo lo sappiamo. Forse sarebbe più proficuo concentrare il dibattito su questioni stringenti, come il decadimento della lingua scritta e parlata, l’ignoranza dilagante e sull’incapacità dello stato di creare cultura a tutti i livelli, l’inadeguatezza delle leggi sull’editoria libraria e così via.
Forse, per una volta, sarebbe opportuno lasciare da parte l’invidia, la superbia, l’acredine e concentrarsi su qualcosa di concreto che contribuisca al miglioramento della società in cui viviamo.
Questa è soltanto la mia opinione da quattro soldi.

Voi che ne pensate?

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