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Un bisogno immane di scrivere



Perché scrivere?

Continuo le mie riflessioni da quattro soldi sul mestiere di scrivere.

Essere scrittori, oggi, lo abbiamo capito, è un lavoro arduo. Ma è davvero un lavoro? oppure possiamo parlare più puntualmente di un hobby, un passatempo, insomma? qualcosa che facciamo nei ritagli di tempo, ma che in realtà non ci consentirà mai di portare a casa la pagnotta?

L'ultimo mese, queste domande mi hanno attraversato i pensieri più e più volte, facendomi a volte scivolare nell'umore più nero, altre volte spingendomi a cercare una soluzione che potesse essere condivisibile. Non dico una verità assoluta, una panacea che potesse risollevare le sorti di noi poveri scribacchini professionali, ma quanto meno uno spiraglio di luce.

Dopo elucubrazioni durate intere giornate, penso di essere giunto a una risposta molto vacua, sfuggevole, incerta, niente che possa permettermi di dire qualcosa di nuovo sul disgraziato modo degli scrittori, nulla di paragonabile alle perle di saggezza che si leggono nei fiumi di parole della Rete che pullula di santoni ed esperti che sciorinano consigli su come assicurarsi un successo di vendite senza eguali o trovare l'idea che ti cambierà per sempre la vita.

Credo che tutte le domande sul mestiere di scrivere non possano trovare mai una risposta certa, benché molti vi possano assicurare del contrario.

Essere scrittori, implica essere in bilico.

In primo luogo si è in bilico tra il reale e l'irreale, tra la fantasia e la concretezza di ogni giorno.

In secondo luogo si è in bilico tra un guadagno aleatorio e le necessità concrete, i nostri bisogni (dai fisiologici in su, come Maslow insegna, passando dalla sicurezza, all'appartenenza, dalla stima all'autorealizzazione).

In terzo luogo si è in bilico tra un profondo egocentrismo (mania di protagonismo che in un modo o nell'altro assale ogni "artista") e l'amore che proviamo per gli altri (almeno sino a quando non hanno l'ardire di criticare un nostro scritto).

Essere in bilico implica la fondamentale necessità di trovare un equilibrio per evitare di cadere nel baratro, poiché cadere nel baratro significherebbe perdere noi stessi e perdere noi stessi equivarrebbe a morire. Allora ci arrabattiamo cercando la soluzione ai nostri problemi e, fino a quando siamo dei giovani sbarbati, questo è facile. Ma cosa fare quando il peso dei propri sogni diventa insostenibile a causa del peso della nostra età?

Allora, la risposta.

Amare la scrittura è una condanna. Una condanna per sé e per chi ci sta intorno. Però è una condanna dolce, una condanna che permette di fare stare bene gli altri, di divertirli, di coinvolgerli, di commuoverli, farli gioire. Per quanto possa essere una corsa a ostacoli, per quanto le vicende della vita possano portarci altrove, non dobbiamo mai lasciare che queste possano impedirci di perseguire i nostri obiettivi. Perché non possiamo tradire noi stessi.

Allora scrivete, scrivete nonostante tutto, scrivete anche se vi diranno che non serve a nulla, scrivete anche se si tratta soltanto di un passatempo, perché il vostro lavoro è un altro. Essere scrittori non è una cosa che si decide da sé, è un bisogno che si sente dentro, un'urgenza (in molti partono in quarta ma in pochi sopravvivono alla dura selezione naturale).

Scrivere per uno scrittore è come pungere per uno scorpione, non potrà mai farne a meno, perché è la sua natura.

Allora, sì. Che sia un secondo lavoro o un terzo oppure un quarto! Scriviamo la sera, la notte, all'alba, in ogni ritaglio di tempo, rubando ogni attimo come se fossimo dei topi d'appartamento. Forse un giorno la scrittura ci darà la possibilità di non fare nient'altro, oppure no. Ma, alla fine, che importanza ha se quello che sentiamo è soltanto un bisogno immane di scrivere?

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