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"Punto Omega" di Don DeLillo


Di Alessandro Puglisi

Don DeLillo e il "Punto Omega"

Don DeLillo è uno scrittore importante. E con Punto Omega (tradotto da Federica Aceto, per Einaudi), lo dimostra ancora una volta. Nello sfaccettato e multiforme panorama della postmodernità, ma più precisamente nello scenario degli ultimi quindici o vent’anni, lo scrittore di New York, classe 1936, è stato, e continua ad essere, una figura di spicco, accanto ad artisti quali Pynchon e Auster, nonché punto di riferimento imprescindibile per numerosi scrittori della nuova generazione, soprattutto statunitensi. 

Opere, solo per citarne un paio, come Underworld e Cosmopolis, hanno di fatto sostanziato un veritiero e assolutamente plausibile trasferimento, sul piano dell’invenzione letteraria, dello straniamento e della silenziosa devastazione, morale e “materiale”, dei nostri tempi recenti, attraverso una scrittura a tratti disgregata a tratti marmorea, compressa o diluita fino alle estreme possibilità del periodare.

In Punto Omega, la storia, se di “storia” così come intesa nel senso comune si può parlare, vede un giovane regista entrare in contatto con un ex consulente del Pentagono, e chiedergli una collaborazione per registrare un documentario sulla sua esperienza al servizio degli Stati Uniti. Elster, questo il nome dell’anziano studioso, dapprima si mostra restìo ad accettare ma poi invita il regista in una località, perduta nel deserto, nelle vicinanze di San Diego, in California. Proprio il luogo nel quale insisteranno i due personaggi principali diventerà così un protagonista “aggiunto”, location che, oltre a definizione geografica, topografica, si fa mappa di una riflessione sull’esistenza e sullo scorrere del Tempo. 

Si eviterà, in questa sede, di far cenno ad un terzo e fondamentale personaggio, latore, forse, dell’unico spunto narrativo “classico” in tutta l’opera. Non si prenda l’ultimo periodo come un giudizio di valore: la caratteristica precipua del testo di DeLillo è di mettere in campo, ancora una volta, una maestosa, seppur breve, affabulazione sul nulla. Basti far riferimento ai due capitoli, che aprono e chiudono il volume, intitolati rispettivamente Anonimato e Anonimato 2, nei quali un uomo assiste alla video installazione 24 Hour Psycho, dell’artista Douglas Gordon, esposta per la prima volta nel 1993, e ospitata nell’estate del 2006 dal Museum of Modern Art di New York, in cui il celebre lungometraggio di Hitchcock viene dilatato fino a farlo durare ben 24 ore, innescando così un processo di nuova interpretazione dell’opera, a partire da un sistema e da un tempo di fruizione completamente diversi.

La definizione “punto omega” è stata coniata da uno scienziato francese, gesuita, Pierre Teilhard de Chardin, il quale, in Le Phénomène Humain, del 1955, la utilizza per definire un ipotetico punto di massima “complessità” e “coscienza” di un universo, individuandolo attraverso alcuni attributi fondamentali: è sempre esistito, deve essere personale, deve essere trascendente, deve essere autonomo, deve essere irreversibile.
Nel romanzo di DeLillo, la vicenda dei due uomini che parlano, sotto un cielo enorme e incombente, con un buon bicchiere di whisky in mano è, allo stesso tempo, universale ed estremamente soggettiva; il giovane regista, forse vagamente idealista, e l’anziano, compassato studioso sono, probabilmente, due parti di uno stesso Io, due punti su una stessa retta. Due momenti di evoluzione, due stati discreti su una medesima, e infinita, timeline.

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