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Di Alessia Colognesi

Moccia, Brizzi, Frascella e i giovani

La biblioteca della mia città è un bell’esempio d’architettura industriale rurale, un macello ristrutturato di pietra a vista e marmo bianco, dove il denominatore comune dei suoi avventori sono solo i libri.
In questo largo openspace perennemente attraversato dai sussurri indomiti dei lettori e completamente sommerso di parole, ti può capitare di vagare a vuoto cercando invano di trovare il tuo posto.
Un pomeriggio, mentre percorrevo rassegnata il lungo corridoio davanti al bancone del prestito alla ricerca di un angolo tutto mio, intravidi dai vetri lucidi all’estremità della sala qualche sedia vuota. Nella piccola stanza riservata ai giovani rimanevano pochi posti liberi e un cartello altisonante appiccicato alla porta bloccava ogni avventore:

IL POMERIGGIO LA SALA È RISERVATA AI RAGAZZI FINO AI 16 ANNI

Varcai la soglia senza titubanze e mentre il cristallo si chiudeva dietro di me, mi ripetevo forte nella mente che ero ancora nel fiore degli anni e che era tutta una questione d’immedesimazione. Se fossi incappata in un controllo, avrei potuto abbassare la testa e mettermi a leggere i libri dei giovani.
Quel pomeriggio con nonchalance attraversai la sala, presi tre romanzi e violai le regole per compiere un esperimento letterario.
Eludendo qualsiasi controllo volevo capire come sono i giovani raccontati nei libri per ragazzi.
Davanti a me tre opere prime di scrittori molto conosciuti nel panorama editoriale italiano, un protagonista maschio non ancora maggiorenne, un’ambientazione anni 80-90 e in mente almeno un trailer di un film che li ha rappresentati.

Quando frequenti una scuola di scrittura la prima cosa che ti dicono è che per iniziare a buttar giù qualcosa devi avere bene in mente la storia e che non ti devi preoccupare se ce l’hai presente solo a grandi linee, ti si dipanerà nella testa pian piano come un grosso batuffolo di lana che diviene il filo che tutto fa accadere.
Bene, l’abstract di questi tre romanzi è davvero molto simile, la storia balenata nella mente di Moccia, Brizzi e Frascella deve essere stata grossomodo la stessa.
Un ragazzo non ancora maggiorenne. Un mondo non troppo bambino, né troppo adulto. La lotta solitaria con i problemi cruciali della vita: l’amore, l’amicizia, la famiglia, la morte, il lavoro.
Ma i giovani di «Tre metri sopra il cielo», «Jack Frusciante è uscito dal gruppo» e «Mia sorella è una foca monaca» sono ben diversi l’uno dall’altro, come se il tempo dell’ambientazione e l’età di chi li vive non contassero niente rispetto al modo di essere scrittori che contraddistingue i tre autori.

Pasolini diceva che la scrittura è semplicemente un modo di esprimersi che manifesta un bisogno esistenziale come mangiare o dormire, un modo di vedere il mondo in cui l’unico vincolo è il linguaggio.
Da quanto ne so Kant non parlò mai di scrittura, usò invece la splendida immagine degli occhiali per descrivere la conoscenza.
Gli occhiali di Kant hanno lenti speciali che frappongono lo sguardo dal mondo e lo modellano in base al tempo e allo spazio di chi sta a guardare.
Credo che se Kant avesse incontrato Pasolini e si fossero messi a discutere di scrittura forse avrebbero concluso che scrivere esprime il bisogno esistenziale dell’uomo di portare alla luce la propria conoscenza, un modo di indossare gli occhiali speciali di Kant sbirciando tutt’intorno con la penna in mano.
Gli occhiali che uno scrittore indossa per raccontare la sua storia rappresentano in assoluto l’espressione più alta del suo stile.

La scrittura di «Tre metri sopra il cielo» sembra proprio quella di un testimone oculare che indossa degli occhiali di moda senza lenti, Moccia descrive ogni particolare della vicenda come uno spettatore fuori scena senza riuscire a far trapelare emozioni.
Le lenti degli occhiali di Moccia non ci permettono di vedere lo spazio e il tempo caratteristici dell’intera vicenda.
La travagliata storia d’amore di Step e Babi è infarcita di infiniti luoghi comuni raccontati come un copione borghese a canoni fissi: la differenza di classe sociale che divide i due innamorati, l’opposizione dei genitori all’amore di due ragazzi, la grettezza di Step e la delicatezza di Babi. Risultato, i protagonisti sono lontanissimi dal lettore che avanza tra le pagine inebetito dalla forza dell’amore.
Step e Babi non parlano il linguaggio dei giovani a tal punto che per un lettore distratto, a cui fossero sfuggiti alcuni indizi denotativi della loro età, potrebbero sembrare arzilli over-trenta dei giorni nostri.

«Jack Frusciante è uscito dal gruppo», è invece un romanzo molto connotato linguisticamente.
Gli occhiali con cui Brizzi legge la sua storia sono Ray ban dalla montatura colorata con le lenti a specchio dietro cui il lettore non smette di emozionarsi.
Alex D. è totalmente caratterizzato dal linguaggio che racconta “il suo salto fuori” da un mondo di regole consuete. Ogni parola è ben calibrata e si riferisce ad un cosmo di cose, oggetti, film e musiche che appartengono ad un tempo e ad un’età indistinguibili.
C’è totale anarchia nella forma, senza nessun rispetto degli standard di punteggiatura. Per la prima volta il linguaggio dei giovani e la semiotica del mondo dei ragazzi vengono riportati dal vero in un libro e le scelte narrative di stile incarnano i suoi protagonisti.
La scrittura di Brizzi è talmente impregnata di riferimenti temporali e spaziali a Bologna dei primi anni 90 da rappresentare una scelta linguistica che diviene filtro di senso per l’intera vicenda.

In «Mia sorella è una foca monaca» non viene mai citato il nome del protagonista, il fratello della foca monaca, voce narrante e inquieta dell’intera vicenda, è al centro del romanzo solo con le sue parole.
La storia procede nell’alternarsi di flusso di coscienza e discorso diretto di un diciassettenne in lotta per la propria rivalsa personale che racconta in modo ironico e dissacrante di un’età difficile e incompresa.
Il primo libro di Frascella scorre veloce e a tratti inconsueto, è come se l’autore avesse osservato la vicenda da un paio di occhiali fumé. Dal lato chiaro delle lenti, l’universo giovanile è fragile e sensibile, dal lato scuro, all’opposto, i ragazzi si proteggono dalla grettezza della vita dietro una corazza di forza e spavalderia.
Lo stile di Frascella è estremamente espressivo, ogni personaggio ha una propria connotazione linguistica che ci permette di associargli un ruolo emblematico nella vicenda.
A differenza dei romanzi di Moccia o di Brizzi questa storia è narrata da un ragazzo di una periferia urbana, in un’Italia culturalmente ben identificata dove un lavoro a tempo indeterminato appare il valore assoluto che nobilita l’uomo, ma al contempo gli impedisce di realizzare i propri sogni. E allora la fuga è il solo modo per riappropriarsi della vita, mantenendo il proprio sguardo in equilibrio tra ombra e trasparenza.

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