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"Londra chiama" di Valentina Agostinis

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Di Anna Fioravanti

Valentina Agostinis è riuscita ad emozionare in Londra chiama?

Londra. La mia amatissima Londra.

Quando ne ho scoperto l’esistenza, sono corsa in libreria ad acquistare Londra Chiama di Valentina Agostinis, perché “c’è chi ha avuto un donna, come musa. Io ho avuto Londra” (p 81). E forse è questo il motivo per il quale da questo libro non potevo che rimanere delusa. Cos’ha di deludente un libro che parla di Londra, contiene interviste di scrittori che raccontano il loro modo di vivere e narrare un luogo che amano e, a volte, anche le loro tecniche (come nascono le idee, come prendono forma), un libro che include anche la mappa della ‘Literary London’ disegnata da Martin Rowson (quella della vita letteral-editoriale londinese, per capirci)?

Ho letto questo libro due volte. La prima, stregata da un titolo così semplice e speciale al tempo stesso. La seconda, per riuscire a scrivere con obiettività (beh, provarci), un commento che potesse raccontarvi il lavoro fatto da Valentina Agostinis, visto attraverso gli occhi di una persona che, come me, non solo ama Londra, ma che era proprio là quando venivano scritti drammatici pezzi della sua storia (il 7 luglio, per esempio).

Otto scrittori raccontano la loro metropoli. Mi rendo conto che sceglierne solo otto sia stato difficoltoso, ma mi domando quale sia stato il criterio. C’è una sola donna, Monica Ali; nessun poeta; idee politiche che vanno tutte nella stessa direzione.
Chi è il lettore di e per questo libro? A tratti ho avuto la sensazione che le differenze tra questi ‘pochi eletti’ non fossero ‘personali’: l’esperienza di scrittori e personaggi era solo un mezzo per dividere il mondo in ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Cattivi. Cattivi, come il politico X, descritto come un vero inetto ma, per qualche strana ragione, capace di spingere un terrorista a dare vita a quel giorno di grande dolore che è stato il 7/7.

Devo fare una confessione. Quando sono arrivata a pagina 100 (X era già stato nominato 22 volte) mi sono messa a ridere perché, per associazione di idee, X non era più una persona, in carne ed ossa. Era, piuttosto, una sorta di personaggio che “aspetta Godot”. Non è particolarmente intelligente, né ha una personalità forte, ma nella sua semplicità, nella sua goffaggine, nella sua dedizione e ‘fedeltà’ nell’aspettare Godot fa ridere e sei quasi costretto a trovarlo simpatico.
Sindrome da crocerossina? Sì, forse ne soffro.
La spiegazione che mi do, però, è un’altra. È quella di una persona che quel giorno, col suono di ambulanze e vigili del fuoco in sottofondo, cercava disperatamente di chiamare casa, di far sapere a sua madre che lei stava bene. Conoscete quella disperazione? Avete mai avuto la sensazione che se anche vi dovesse accadere qualcosa di brutto vorreste almeno avere la possibilità di dire addio a chi amate, quell’unica ultima volta?

Ora, forse, capite perché non mi interessa sapere/raccontare se e quanto sia incapace X, politico di turno, ma dire, piuttosto, che la colpa non è né può essere sua perché non stiamo parlando di un trattato andato male, di un contratto non stipulato. Stiamo, invece, raccontando un attentato, un giorno in cui delle madri hanno perso i loro figli, dei figli hanno perso le loro madri. Ha senso tutto questo? Chiunque abbia messo, o fatto esplodere, quelle bombe non si è vendicato di X, ha ucciso tanti innocenti. E se anche X fosse così inetto, sono convinta che ciascuno di noi abbia la possibilità di scegliere (mi vendico? Faccio esplodere quella bomba? uccido?). Se così non fosse, starò seduta ad aspettare che le XII Tavole trovino nuova vita. Per esempio, nella parte in cui più creditori di uno stesso debitore avrebbero potuto spartirsene il corpo, dopo averlo fatto a pezzi [per fortuna, non vi è testimonianza dell’applicazione di questa legge].

In questo libro non troverete refusi, ma un uso, a volte insistente, di vocaboli in inglese. Per esempio, “UK” (United Kingdom, il Regno Unito). Amo tanto questa lingua. Ma era necessario usare sempre UK? Non si poteva alternare con termini italiani? E poi le foto: alcune, mi hanno trasmesso tanta tristezza perché non mi aspettavo fotografie da guida turistica, ma ha senso inserirne una di un negozio di maglieria intima solo perché contiene “London” nel nome? Ho sempre pensato che i luoghi raccontassero le persone che li abitano, ma forse basta indossare una maglietta con il nome (o il CAP) per sentirsi/essere ‘Londinesi’, ‘Parigini’, ‘Romani’…

Chi è il lettore di e per questo libro? Se avessi dovuto creare la campagna pubblicitaria di questo volume mi sarei soffermata su potenziali lettori (a-politici, quelli che forse non sono stati considerati): Marco, studente dell’ultimo anno di liceo, che attraverso questo libro ha capito (o avrebbe potuto farlo) che la storia non è solo un insieme di date ed avvenimenti senza personalità; Giada, orfana di padre, che a quattordici anni ha smesso di studiare per aiutare una famiglia numerosa: non conosce l’inglese e non ha mai avuto i soldi per viaggiare, ma ha trovato questo libro in biblioteca e per un attimo, chiudendo gli occhi, si è trovata (o avrebbe potuto farlo) “dalle parti di Portobello Road” (p 178).

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