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“L’occhio di Porco” di Piero Calò

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Di Cristina Orlandi

"L'occhio di Porco" di Piero Calò e il senso del perché

La vita isolata di un paese sperduto, con continui riferimenti al consumismo e alla globalizzazione.
Globalizzazione sì, eppure autarchia e quasi-feudalesimo. Omertà, miseria, ignoranza, un po’ di violenza, condite con un pizzico di mafia e loschi traffici.
Una storia spesso sordida, ma stemperata in uno stile lirico.
Personaggi frequentemente maleducati e rozzi, dai nomi grotteschi, attribuiti mai a caso, ma dopo una scelta accurata; nomenclatura a cui non manca quasi mai l’ironia: Gigione Lorco, tanto per fare un esempio, oppure il Sig. Anana, misterioso, manco a dirlo, commerciante di ananassi.

Un indefinito punto del Sud Italia, geografia identificata dalla descrizione del clima, ma potrebbe trattarsi di un qualsiasi angolo del mondo: i personaggi sono chiusi, isolati, eppure cosmopoliti: appartengono ad un luogo ben definito, ma potrebbero essere ovunque. Storie di miseria e di tentativi di riscatto, di invidia e di violenza, di sottomissione ma anche di vendetta. Una crudele e quotidiana beffa, un continuo ironizzare su problemi del passato e del presente, tanti mondi gemelli legati in un’unica vicenda.

Tutto e il contrario di tutto, una storia davvero a 360°, di apparenti misteri svelati in estrema semplicità, un apparente “giallo”, che inizia con il ritrovamento di un cadavere ma, siccome la rivelazione di chi è l’assassino avviene al terzo capitolo, ci rendiamo presto conto che si tratta di un romanzo “corale”, il cui luogo di ambientazione è un universo a sé. Ma parliamo davvero di un paesino isolato o, piuttosto, in senso metaforico, del mondo intero?

Tradimenti e paternità nascoste, arricchimenti più o meno leciti, incidenti fatali, ma non troppo casuali, poi corruzione, infrazioni insabbiate: non sono le stesse notizie che si leggono ogni giorno sulle cronache? Con la differenza che qui le notizie vengono narrate con uno stile raro a trovarsi, che musicalmente alterna amarezza e ironia.

Luca, la voce narrante, pare inizialmente uno spettatore esterno, qualcuno che si limita ad osservare a distanza ma, man mano che si procede con la lettura, il personaggio avrà una parte sempre più attiva nella storia, con i suoi interventi e con il suo continuo, straordinario riflettere su ogni fatto, il suo chiedersi senza sosta il “perché” di ogni cosa, il suo analizzare i comportamenti e le persone.

Un altro dei personaggi di spicco è Don Paolo il parroco del paese, una sorta di Don Abbondio per scarsa convinzione religiosa ed ancora più scarso coraggio, che vive come può; come Don Abbondio, è dotato di poca cultura, e cerca di impiegare la propria non certo brillante intelligenza a capire da quale parte conviene schierarsi. Il nostro prete, a differenza del personaggio manzoniano, non è costretto a subire grosse minacce e di conseguenza grossi spaventi; costituisce un punto di riferimento per la morale dei paesani, come se il tema della religiosità non dovesse essere trascurato; eppure anche la fede viene vista in una superba chiave ironica, che si può sintetizzare in questo aforisma: se “Dio è quello che la Chiesa cerca di venderci, non lo si può reputare così coglione da aver non solo concepito, ma addirittura continuato a scommettere su quel pasticcio che è l'uomo”.

Il finale di questa storia, moderna eppure senza tempo, è catartico, ma senza enfasi e platealità; una conclusione assolutamente a sorpresa, tutto tranne che scontata, eppure naturale: una vicenda del genere, in fondo, non poteva finire in nessun altro modo.
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