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Di Alberto Stigliano

Lo stagista alle prime esperienze

«Graffia la sabbia! Graffia la sabbia! Graffia la sabbia!» proclamo riavvicinandomi alla mia scrivania con vista sulla pioggia di Milano. Da oggi è anche vista sulla postazione dello stagista (a proposito, manco gli ho chiesto come si chiama...), dato che sarò chiamato a fargli da balia. Giuro però che questo è l’ultimo. Questo deve restare dodici mesi, non un giorno di meno.
«Graffia la sabbia! Graffia la sabbia! Graffia la sabbia!» ripeto, lanciandomi in una poco convinta imitazione del mio capo e dei suoi preziosi consigli di scrittura.
Mi siedo accarezzandomi la pancia e penso che dovrei dare un taglio alla birra, almeno le sere in cui resto a casa.
L’ultimo arrivato cerca di guardarmi quando io non lo guardo. Solo che io lo guardo sempre e lui non lo sa. Per questo parla per primo.
«Andata bene la riunione?»
«Come hai detto che ti chiami, stagista?»
«Ettore.»
«Bravo, stagista. No, comunque, la riunione non è andata bene. Devo riscriverla. Ed è la terza volta.»
«Riscrivere cosa?»
«Come cosa?! La bandella. La quarta di copertina, il risvolto... Come la chiamavate al Corso Specialistico di Secondo e Definitivo Livello?»
«Risvolto.»
«Ooh, lo vedi? Tuo papà ha speso bene i suoi soldi. Pensa che io ho dovuto impararlo da solo, ah ah ah. Be’, sì, altri tempi. La cosa importante, stagista...» riprendo, «il bello dico, e forse un giorno lo scoprirai anche tu, è ricevere delle istruzioni chiare.»
Torna con gli occhi sul testo che gli ho assegnato in lettura.
«Oh, ma non ti interessa? Ti sto facendo scuola... Questa non è una scrivania, è una cattedra!»
«Sì... Scusa Lillo.»
«Lascia perdere le scuse, sei perdonato perché mi hai dato del tu.» Non ce la faccio a essere veramente stronzo, mi passa subito. Per questo me li becco tutti io, gli stagisti. Gli stegisti, come direbbe mia mamma.
«E allora, come procede il tuo primo giorno? Ti hanno già fatto vedere dov’è il cesso?»
«Veramente no...» e rituffa subito gli occhi sul testo che ha davanti.
«E dove fumare?»
Sorride. «Non occorre, Lillo, grazie, io non fumo.»
«Nemmeno io, tranquillo. Ma devi pensare come un fumatore qui, mi capisci? Niente discorsi salutisti del cazzo, chiaro?»
«Chiaro.» Ha fretta di ritornare a leggere, si capisce che sta classificando le mie parole come un intralcio al lavoro.
Fa quasi tenerezza la sua serietà, la tenacia con la quale sta mordendo le parole che ha sotto il naso senza avere idea della solenne schifezza che gli è toccata in sorte. È così, oh, niente sconti per nessuno: la scuola-Lillo è la scuola-Lillo. Perciò come prima cosa ti becchi una schifezza, un libro che non leggeresti neppure se fosse l’ultimo testo sopravvissuto a una catastrofe nucleare.
«A che punto sei con il tuo primo libro?»
«A buon punto...»
Sotto questa scorza di cuore, come vi dicevo, trovate ancora della tenerezza, altrimenti me ne sbatterei punto e stop. Invece ora mi sto chiedendo se sia consapevole della robaccia che gli ho propinato ma non vuole sbilanciarsi – cosa che farebbe di lui un tipo a posto – oppure se pensi davvero di avere sotto il naso una proposta con una sua dignità.
«Di che parla?» gli chiedo mettendomi in bocca un Pocket Coffee.
«È un fantasy.»
«Ah, genere “Spadini e Spadoidi”! Fantastico... Una trilogia? Quattro episodi? Sette?»
«Uno, per il momento. Ma nella lettera di presentazione l’autore dice che se glielo chiediamo ci scrive il secondo.»
A momenti mi strozzo col cioccolatino. Non se ne sentono mai abbastanza, giuro.
«Pensa... Quindi a gentile richiesta lui va avanti...»
«Sì. Dice che se non glielo pubblichiamo è inutile che lo scrive.»
«Non fa una grinza» commento. «Un libro senza editore non è un libro, giusto? È una serie di fogli pinzati!»
Non lo vedo convinto di quest’ultima affermazione. Grazie a Dio. “Amico mio, farò di te un grande stagista” penso, ma non glielo dico. Almeno da oggi la mia scrivania confina con qualcosa.

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