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"I diari 1862-1910" di Sof'ja Tolstaja

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Di Annamaria Trevale

Sof'ja Tolstaja, i diari della compagna di Tolstoj

Che fatica essere la moglie di un genio, e quanto meschino si rivela quel genio nell'intimità quotidiana: queste sono le prime impressioni che si hanno leggendo “I diari” scritti dalla moglie di Lev Tolstoj e pubblicati in coincidenza col centenario della morte dello scrittore.
Il volume curato da La Tartaruga (traduzione di Francesca Ruffini e Raffaella Setti Bevilacqua) è in realtà una scelta operata sulla mole di quaderni che Sof'ja riempì nell'arco di quarantotto anni, a partire dalle nozze con Tolstoj fino alla morte di lui, continuando anche nei nove anni in cui sopravvisse alla sua scomparsa (periodo rimasto però inedito). La scelta, per quanto arbitraria, si è resa necessaria per presentare al lettore un volume di dimensioni accettabili.

Sof'ja, come sottolinea anche la scrittrice Doris Lessing nella bella introduzione, era una donna intelligente, colta, che amava la scrittura (fu autrice anche di racconti e di un romanzo, “Amore colpevole”, pubblicato a sua volta da La Tartaruga) e che ebbe un ruolo non secondario nella genesi dei grandi romanzi scritti dal marito, dei quali per anni ricopiò le differenti stesure, continuamente alterate dalle correzioni e dai ripensamenti di Tolstoj, fino a renderle presentabili all'editore. 

Inoltre Sof'ja si occupò non solo di mettere al mondo ben tredici figli (di cui solo tre morirono in tenera età), di allevarli e di istruirli dando loro lezioni in varie materie, ma anche di gestire la vita domestica e l'amministrazione delle proprietà da cui la famiglia Tolstoj traeva il proprio sostentamento, soprattutto dopo che lo scrittore, in preda a una forma di esaltazione mistico-religiosa non condivisa dalla moglie, si era totalmente disinteressato ad esse.
Dalle pagine che Sof'ja riempie in modo discontinuo, saltando lunghi periodi e scrivendo più intensamente in altri, apprendiamo tutta la sua infelicità di donna repressa, sacrificata a vivere lontano dalla società per l'avversione che il marito provava per la vita cittadina, e impossibilitata a coltivare in modo soddisfacente le proprie ambizioni culturali e spirituali: non solo per ovvia mancanza di tempo, ma anche e soprattutto a causa delle idee visionarie professate da Tolstoj nel corso dell'ultima parte della sua vita.
Sof'ja soffre molto per il disinteresse che il marito ostenta nei confronti dei figli, e ancora di più per il fatto che il loro rapporto coniugale le appare basato esclusivamente sulla carnalità, avvertendo per tutta la vita la mancanza di una reale sintonia spirituale con il proprio compagno.

Dalle sue pagine esce il ritratto impietoso di un Tolstoj in preda a manie salutiste, oscillante fra differenti tipi di dieta e alla perenne ricerca di un vano ascetismo, ma tuttavia schiavo fino alla vecchiaia della propria sensualità, nonché assurdamente geloso della moglie e delle sue platoniche simpatie per uomini in cui Sof'ja cercava qualche appagamento alla propria sensibilità.
Esemplare rimane il fatto che, proprio durante la stesura del racconto “La sonata a Kreutzer”, che al momento della pubblicazione destò scandalo per la visione crudelmente negativa dell'amore e del matrimonio, e per le teorie a favore di una totale e improbabile astinenza dai rapporti carnali, Tolstoj aveva messo incinta Sof'ja per la tredicesima volta, in età ormai avanzata per sopportare un'altra gravidanza, cosa che non mancò di suscitare feroci ironie nella società russa.

“La verità era che il grande Tolstoj era una sorta di mostro” sostiene drasticamente Doris Lessing nella sua introduzione, ma arrivati al termine dei “Diari”, non si può che sentirsi partecipi dei problemi, dei dolori e degli slanci mancati di Sof'ja, e darle tristemente ragione.
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