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“Due” di Irène Némirovsky

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Di Annamaria Trevale

“Due” di Irène Némirovsky (Adelphi 2010, traduzione di Laura Frausin Guarino) è un romanzo che fa riflettere: a cosa pensavano, come sognavano e come amavano coloro che vivevano la loro giovinezza negli anni attorno alla Prima Guerra Mondiale? Erano molto diversi, oppure potevano al contrario apparire non troppo dissimili dai loro coetanei delle epoche successive?

Il romanzo “Due” di Irène Némirovsky si apre descrivendoci la notte di un gruppo di giovani della buona società parigina, che si è trasformata in una breve e non troppo innocente fuga dalla città, dopo aver abbandonato la festa che li aveva fatti incontrare.
Siamo nella primavera del 1920, la prima successiva alla fine del primo conflitto mondiale, a cui i maschi presenti hanno partecipato combattendo sul fronte franco-tedesco, riportandone lacerazioni psicologiche più che fisiche e il desiderio di riaffermare tutta la propria voglia di vivere.

In un mondo che cerca di tornare alla normalità, molte cose appaiono mutate in modo irreversibile rispetto al passato, perché la guerra ha alterato percezioni e valori, liberalizzando tra l'altro in modo notevole i costumi francesi, almeno per quanto riguarda i ceti più alti della società, a cui appartengono i personaggi.
Le giovani donne descritte dalla Némirovsky godono di una libertà mai conosciuta in precedenza, e possono vivere amori e passioni quasi alla pari rispetto ai compagni, e senza che le famiglie esercitino eccessivi controlli sui loro movimenti: sarebbe sufficiente raccontare ai genitori di aver dormito da un'amica per evitarsi complicazioni, come è pronta a fare una delle protagoniste al momento di rientrare.
Al centro del romanzo si snoda il rapporto fra Antoine e Marianne, che spicca in mezzo alle vicende di coloro che li circondano, le sorelle di lei e i fratelli di lui, oltre ad amici comuni, destinati a formare altre coppie più o meno durature.

Tuttavia, mentre attorno a loro la sorte distribuisce passioni contrastate, amori non corrisposti, morti tragiche e altri destini dolorosi, i protagonisti sembrano evitare tutto ciò, anche se appaiono incerti nel ricercare la loro felicità.
Antoine, che da sempre sente di essere poco amato sia dai fratelli, sia dai genitori, dei quali rifiuta il modo di convivere nell'apparente mancanza di un profondo legame affettivo, si ritiene anche incapace di nutrire un vero amore per le donne con cui ha avuto rapporti, mentre Marianne, avvertendo molto presto lo spegnersi della passione iniziale che l'ha portata al matrimonio, si rifugia volentieri nell'ambito per lei protettivo della casa e dei figli da accudire.
Il romanzo diventa così ben presto una sorta di diario della loro vita coniugale, scandito più che altro dai cambiamenti che si verificano nell'attività lavorativa di Antoine e dalle tappe della crescita dei bambini.
Tuttavia, chiudendo la sua narrazione al principio degli anni '30, quando i sentimenti e le emozioni, che sembravano animare il gruppo che amoreggiava con leggerezza in quella prima primavera postbellica, appaiono ormai molto lontani, l'autrice finisce per mostrarci come, esauriti i tormenti degli anni giovanili, entrambi i protagonisti arrivino a considerare il matrimonio come il solo elemento rassicurante e stabilizzante dell'esistenza.

L'amore coniugale, alimentato dei sentimenti di complicità e solidarietà fra marito e moglie maturati nel corso della convivenza, si rivela in conclusione ben più prezioso delle passioni lasciate alle spalle dai protagonisti senza particolari rimpianti.
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