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Libri e cinema, le parole hanno suoni e colori

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Di Alessia Colognesi

Quando a scuola mi dissero che avremmo letto i Promessi Sposi pensai subito a quelli del trio della tv e a quella brutta Lucia che portava tra i capelli tanti spilloni d’argento e urlava gracchiando al suo Renzo.
Noi figli del tubo catodico a colori abbiamo visto la letteratura sul piccolo schermo assistendo alle trasmissioni televisive senza poter mai vedere Carosello.

Erano gli anni di Mulino Bianco, gli anni della pubblicità e della comunicazione che diveniva sempre più importante, quando coinvolgendo i sensi ci sbalordiva con immagini spettacolari.
Il video catturava gli spettatori di ogni età, influenzandone l’immaginazione e facendoli sentire per la prima volta totalmente avvolti nelle storie.
Era scomparso lentamente in noi il piacere della dimensione intima della lettura, avevamo bisogno di immagini, contesti, voci e suoni per sentirci davvero dentro le storie.

Oggi, siamo sempre di più immersi nell’era moderna della comunicazione e un libro è prima di tutto un oggetto vintage che i più legano ad una fase della vita, quella di quand’erano studenti.
Mi è capitato di pensarci anche qualche tempo fa, rapita dalla conversazione che avevo ascoltato in un caffè.
Stavo bevendo un cappuccino in un piccolo bar vicino casa, quando un uomo tutto vestito da agente immobiliare iniziò a parlare alla barista di libri.

Aveva in bocca un morso di brioche e le diceva:
“Hai mai letto Marcovaldo?”
Lei, azionando lo spruzzo caldo del vapore per la schiuma di un latte macchiato, rispose più o meno così:
“Marco che?”
“Marcovaldo, quello di Calvino? Hai presente il libro. No?”
“Io non leggo libri! Dopo qualche riga mi scoppia la testa e non ci capisco più niente.”
Allora l’agente immobiliare alzò la sua coppola dal bancone e replicò: “Anch’io ho qualche problema di attenzione, ma da quando la tv è così cambiata, guardo solo i cartoni con i bambini, vado al cinema e leggo libri. Leggere mi ha ridato la fantasia.”

Confesso di essere uscita da quel bar un po’ frastornata e intristita per la barista smemorata, mentre la fantasia ritrovata dell’agente immobiliare mi aveva fatto venire un’idea.
Nel mio piccolo dovevo cercare di sconfiggere l’analfabetismo creativo e l’avrei fatto leggendo un libro con i ragazzi stranieri che frequentano il mio corso pomeridiano d’italiano in una scuola professionale della Lombardia. Subito dopo avremmo visto insieme il film tratto dal romanzo, perché nulla come le emozioni delle immagini e dei suoni imprime le storie nella memoria delle persone.

Insegnando l’italiano agli stranieri ti rendi subito conto di quanto le parole siano importanti, perché caratterizzano la lingua di un popolo definendo in maniera indelebile i confini spaziali e culturali di un luogo.
Per un ragazzo straniero è difficile farsi trasportare dalle parole di un romanzo italiano, quasi come lo era per l’agente immobiliare del bar sotto casa mia, che aveva smesso di usare la fantasia da quando non leggeva più; ma le difficoltà di un italiano e di uno straniero alle prese con la letteratura rispettivamente, in lingua madre e in lingua seconda, hanno natura diversa.

Per un ragazzo straniero si tratta di sviluppare competenze di pragmatica interculturale e scoprire dietro alle parole l’immaginario di un popolo che non conosce a fondo, ma del quale usa la lingua solo per farsi capire.
Per un italiano le parole di un romanzo possono avere la forza di un’onda che smuove emozioni, obbligandolo ad usare l’immaginazione per essere viste.

Alla lezione di italiano sul romanzo ho portato con me alcuni capitoli dell’Omonimo, un libro della scrittrice bengalese, Jhumpa Lahiri.
La scelta di un libro è molto delicata, le parole incuriosiscono e suscitano interesse se raccontano una storia in cui ti riconosci. L’Omonimo è un romanzo che parla della storia del nome che un padre e una madre, immigrati dall’India agli Stati Uniti, decidono di dare al proprio figlio.

Gogol Nikhil, così si chiama il figlio di Ashima e Ashoke, vivrà in bilico tra due culture, quella del paese d’origine della famiglia e quella della sua nuova terra: l’America. Il suo nome doppio è l’espressione più significativa della sua condizione di figlio migrante.
Gogol è il nome delle origini, che parla del viaggio che portò via il padre dall’India, mentre Nikhil è il nome pubblico, più adatto alla scuola, perché ha un suono tutto americano.

“Devo dirti una cosa” gli dice suo padre quando finisce la canzone, e hanno già svoltato in Pemberton Road.
“Cosa?” chiede Gogol.
“Riguarda il tuo nome”.
Gogol fissa suo padre sbalordito. “Il mio nome?”
Suo padre spegne la radio. “Gogol”
“Sì Baba. Gogol è il tuo scrittore preferito. Lo so”
“C’è un’altra ragione”
Così seduti uno accanto all’altro gli parla della notte che per poco gli ha tolto la vita e del libro che l’ha salvato …

Questo passo del libro svela il significato del romanzo. Le parole ben calibrate creano un trepido stato di attesa che i ragazzi stranieri hanno colto pienamente solo associandole alle immagini e ai suoni del film che la regista Mira Nair, anch’essa di origini indiane, ma cittadina americana, ha tratto dal romanzo.

Il destino nel nome è un film molto rispettoso del libro da cui è tratto, ha un ritmo pacato costituito da tante pause temporali intercalate da lunghi dialoghi.
La narrazione avanza come nel romanzo in un continuo flash back di avvenimenti che attraversano la vita della famiglia, mostrando con il rispetto e la dolcezza delle immagini di un film, i concetti cardine dell’importanza dei vincoli familiari e del ricordo delle proprie origini.

Usare un film nell’insegnamento di una lingua seconda permette di sfruttare le emozioni per mettere in scena le parole di un romanzo. Mediante un percorso di conoscenza che parte dalla propria lingua madre e dalla propria cultura di appartenenza, i ragazzi stranieri riescono a leggere un altro mondo di significati.

Un libro per un italiano rappresenta una sfida inversa: rimettersi a leggere per imparare a lasciarsi condurre dalle parole.
Vedere un film dopo aver letto un romanzo è spesso sorprendente, ti accorgi del potere della fantasia, riscopri la bellezza della tua lingua madre e spesso l’immaginazione ti appare migliore del grande schermo.
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