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"Io, Jean Gabin" di Goliarda Sapienza

di Alessandro Puglisi


Io, Jean Gabin, della siciliana Goliarda Sapienza, è un libro noioso. Tanto vale dirlo subito. Il volume, edito da Einaudi e curato da Angelo Pellegrino, esce dopo L’arte della gioia, romanzo dal notevole successo editoriale e che ha contribuito a mettere in luce con più forza il personaggio-Goliarda.


Qualche notizia su di lei: la Sapienza nasce a Catania nel 1924, da Giuseppe Sapienza e Maria Giudice. La madre, sindacalista, di origini lombarde; il padre, avvocato e figura di spicco del socialismo siciliano dell’epoca. Goliarda cresce in un ambiente quasi del tutto scevro da vincoli sociali, in quella «casa di via Pistone» che diventa una base, un’oasi, un baluardo dell’antifascismo, in tempi grami come quelli raccontati a più riprese dalla stessa scrittrice.

A 16 anni si iscrive all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica di Roma, dando il via ad una carriera teatrale di grande rilievo, senza disdegnare il cinema, per il quale ebbe parti (seppur secondarie) in produzioni importanti, come Senso di Visconti, oltre a diversi lungometraggi di Alessandro Blasetti.

In seguito, abbandonerà l’attività di attrice per dedicarsi a pieno titolo alla letteratura, da Lettera aperta, fino al “recupero” di L’arte della gioia di cui sopra, opera uscita postuma, nel 2000, grazie a Stampa Alternativa, e poi ripubblicata, con grande arguzia commerciale (un po’ com’era già accaduto con Terra matta di Vincenzo Rabito, a dir la verità opera di tutt’altro spessore), da Einaudi, nel 2008.


Io, Jean Gabin è una narrazione profondamente, intimamente autobiografica, nella quale Goliarda racconta gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, con un piglio discorsivo, spesso perduta tra i meandri delle subordinate, in fuga da pensieri (o in cerca di spiegazioni?), sempre con un occhio ad una memoria storica, necessariamente risicata, ma la cui importanza è colta organicamente, e l’altro al futuro, alla fascinazione, perfino all’immedesimazione col Jean Gabin del titolo, malinconico, dallo sguardo tenero e sognante, talvolta, forse, perso in qualche fantasticheria.


Tuttavia, la vicenda non conquista mai. Oltre a “non concludere”. La peregrinazione di Goliarda dà l’occasione di apprezzare (tanto più nel presente caso, vale a dire conoscendo, così come chi scrive conosce, la città di Catania) le pennellate stese per descrivere quel quartiere, Civita nel romanzo, ma in realtà San Berillo, figlio di quell’architetto dell’inferno che rispondeva al nome di Giovan Battista Vaccarini. Probabilmente, oltre la suggestione legata alla topografia cittadina, già precorrente le più pregnanti riflessioni sulla città moderna e sul suo ruolo nell’esistenza degli abitanti in essa “contenuti”, abbiamo poco su cui gioire.


Certamente avranno le loro buone ragioni, sebbene non spetti a noi indagare, quei critici che hanno parlato del commovente vitalismo della protagonista Goliarda, della struggente rievocazione di Catania; del magnifico tentativo, da parte della Sapienza, di ritornare a distanza di molti anni su episodi della propria vita passata, per capire il gioco della memoria. Avranno sicuramente buone ragioni, dicevamo; ma noi non siamo d’accordo.



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