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Intervista a Ettore Bianciardi

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Di Morgan Palmas

Bianciardi, lei ha un cognome che tutti conosciamo bene; nonostante il rapporto fra voi complesso e che ha ricordato più volte pubblicamente, che cosa crede di avere ereditato con più piacere da suo padre?

Il rapporto, più che complesso, è stato carente. Direttamente mio padre non mi ha dato nulla. Dopo la sua morte, dopo aver elaborato una particolare forma di lutto, ho cominciato a leggere la sua opera ed a comprendere lo scrittore. Allora l’eredità è stata considerevole, come quella di tutti gli scrittori che ho letto a fondo. Il contributo più importante di questa eredità è stata la sua lotta per l’affermazione della cultura popolare, da non confondere, si faccia attenzione, con la cultura dei contadini o dei minatori. Cultura popolare significa per Bianciardi far sì che la gente comune possa attingere alla cultura degli intellettuali e non, come si intende spesso oggi, che gli intellettuali sguazzino beati nella cultura della povera gente comune.

C’è chi apre il fuoco e chi lo riapre, per quale ragione lei ha sentito l’esigenza di sviluppare la scia?

Perché Luciano Bianciardi non è mai riuscito ad affermare la cultura popolare, ed allora cerco di farlo io, anche se è molto dura. Oggi, specialmente in Italia, la cultura si tende a contenerla tra una ristretta cerchia di intellettuali autoreferenziali e perciò inutili.

Leggendo il suo blog si intuisce subito che non predilige con gaudio gli editori a pagamento: ci vuole raccontare perché ha fatto sua tale battaglia, se così possiamo definirla?

Io credo che l’editoria deve aiutare la cultura popolare, ossia permettere a tutti o quasi di pubblicare il proprio libro e di diffonderlo. Gli editori tradizionali non lo fanno, neanche ci provano. Allora nascono migliaia di editori a pagamento che si sostituiscono a quelli tradizionali, illudendo gli scrittori esordienti, perché non pubblicano libri, ma stampano alcune copie, facendole pagare moltissimo agli autori e lasciandogliele tutte. Questi sono molto più dannosi degli editori tradizionali, perché almeno questi ultimi, non pubblicando gli esordienti, non li illudono neanche, come fanno gli editori a pagamento, di essere diventati scrittori veri.

Ci si concentra il più delle volte sui mali dell’editoria a pagamento, eppure, senza indugio, sappiamo benissimo che “gli altri” non sono angeli del Paradiso. Vorrebbe fornirci il suo punto di vista? Spiegarci secondo lei in che cosa “gli altri” sono furbi e poco corretti? (Bene inteso che in ogni caso ciò non giustifica i primi).

Gli editori tradizionali stanno scomparendo, perché non hanno saputo, forse non hanno potuto e non potranno mai, seguire il flusso editoriale dei nostri anni. Cinquant’anni fa, ai tempi in cui scriveva Bianciardi, gli scrittori nuovi italiani erano una decina e gli editori dovevano contenderseli tra loro. Quelli che scrivevano e non riuscivano a pubblicare saranno forse stati qualche centinaio e tutto sommato, prima o poi trovavano un modo di pubblicare.
Oggi gli scrittori italiani saranno forse un milione, forse di più, tutti o quasi vogliono scrivere e ciò è sicuramente un bene, ma come si fa a pubblicare tutti? E anche se si riuscisse a pubblicare come fare a far arrivare i loro libri nelle librerie? L’editoria tradizionale si rifiuta di prendere in esame questo problema, e non ne coglie neanche le opportunità, si limita a concentrarsi su pochi autori, o stranieri con un successo alle spalle nei loro paesi o su fenomeni da baraccone importati dalla televisione. Pubblicano poco e male, i loro costi si ingrossano sempre di più, i libri costano sempre di più, la gente ne compra sempre meno. Tra poco un libro costerà più di cinquanta euro a copia, per sostenere i costi delle case editrici e nessuno comprerà più un libro.
Poi si penserà ad un altro modello di sviluppo. Sarebbe forse però il caso di pensarci subito e non aspettare la catastrofe...

E quale sarebbe questo modello di sviluppo?

L’autoeditoria, nelle sue varie forme oggi rese possibili dallo sviluppo dei mezzi informatici e delle nuove tecnologie di stampa. Oggi se un ragazzo vuole scrivere un libro, deve seguirlo anche nella fase di stampa e soprattutto in quella di promozione e di vendita. Non deve assolutamente sperare di convincere un editore tradizionale ad interessarsi di lui, non è possibile; né buttare i suoi soldi con un editore a pagamento, sono soldi sprecati inutilmente. Deve invece impaginare il suo libro, portarlo ad uno stampatore, farsene stampare cento copie, promuoverlo e venderlo, poi stamparne altre cento o mille e vendere quelle.
A questo punto può succedere o che abbia un grande successo e non sappia far fronte alla richiesta di copie o che non ne riesca a venderne neanche una.
Nel primo caso sarà felice e dovrà stare attento ai vari pescecani che gli nuoteranno intorno, vorranno mettere le loro zanne sul suo libro, perché hanno sentito odore di profitto, ora il nostro scrittore è meglio di un comico televisivo: non si lasci incastrare, ora è lui che comanda e detta le condizioni, ponga le più onerose per l’editore, tanto ha già imparato a vendere il suo libro da solo.
Se invece non ha successo, riprovi con il secondo libro: se il risultato è lo stesso, si convinca che non è uno scrittore e smetta di scrivere e cominci o ricominci a leggere.

Se dovesse citare tre mali dell’editoria italiana, che cosa nominerebbe?

Le morti, d’altronde inevitabili, di Angelo Rizzoli, Arnoldo Mondadori e Giangiacomo Feltrinelli. Loro erano degli imprenditori coraggiosi e anche matti. Li hanno sostituiti persone non degne di loro, che non sono editori e neanche imprenditori e l’editoria italiana è ridotta a pubblicare le Vespe e i Papi.

Sappiamo che non ama i centri e che preferisce le periferie, che privilegia le persone genuine a certa intellighenzia spocchiosa, l’impressione è che abbia una famigliarità interessante con gli “ultimi”, o almeno quelli che così sono ritenuti: è un bastian contrario professionista o vi sono motivazioni più serie come crediamo?

Perché c’è qualcuno che ama l’intellighenzia spocchiosa? A che serve? Non è tra l’altro nemmeno divertente. Avete mai provato ad andare nella sala d’aspetto di una stazione alle tre di notte? C’è un’umanità straordinaria che avrebbe tante cose da raccontare. Lì si può incontrare la grande letteratura. Forse per questo, stanno chiudendole tutte.

L’insegnamento sembra possedere un ruolo chiave nella sua vita, per quale motivo? E soprattutto, che cosa pensa che l’insegnamento serva nel nostro paese nel quale la figura dell’insegnante è sempre più sottovalutata?

Il mio progetto da giovane era quello di fare l’insegnante universitario. Ci ho provato, ma non ci sono riuscito. Per meglio dire, sono diventato ricercatore universitario, ma mi sono trovato la carriera chiusa perché la precedenza veniva data ai figli di professori universitari.
In Italia è sempre stato così e sempre così sarà, con qualunque governo. Lo dimostra il fatto che nelle università straniere ci sono molti docenti italiani, ma in quelle italiane non ce ne è uno, dico uno, straniero.
Sembra incredibile, ma in Italia non ce ne rendiamo conto. Consiglio vivamente ai ragazzi che vogliono fare l’Università di andare a farla all’estero, costa un po’ di più, ma apre scenari impensabili. Qui in Italia vi fanno solo perdere tempo e denaro.
Ma anche qui ho trovato la soluzione alternativa: mi sono messo a fare corsi sulle cose che so, nelle strutture pubbliche e gratuitamente. La partecipazione è massiccia e, a sentire loro, entusiastica. Ho riscoperto l’arte di insegnare, senza pretendere di guadagnare soldi, che era di moda un paio di millenni fa.
Insegnare è il miglior modo di imparare, è la sintesi perfetta del pensiero, della razionalità, dell’analisi critica. Insegnare mi dà gioia e soddisfazione.

Che cosa pensa della narrativa italiana contemporanea?

Forse esagero, ma mi sembra che non esista. Non riesco a pensare ad uno scrittore italiano valido dopo Italo Calvino, Primo Levi, Dino Buzzati, ma insomma siamo agli anni ‛60. Ah no, uno ce n’è, anzi ce n’era, grandissimo, immenso, il più grande di tutti, si chiamava Marcello Gallian, ma l’hanno ignobilmente sepolto, perché fu fascista. E comunque è morto negli anni ‛60. Dopo vedo il vuoto, forse non perché nuovi autori validi non ci siano, ma sono sommersi dai cabarettisti, dai Papi e dalle vespe. Per questo bisogna far presto con il nuovo modello di sviluppo.
Però in altri paesi non è così. In Italia nessuno conosce la nuova narrativa israeliana per esempio. Ci sono autori che fanno venire i brividi alla schiena, altro che i Baricchi e gli Ammaniti nostrani. Solo che nessuno li legge.
Adesso io ne pubblico tre nella nostra collana dei bianciardini, i libri che costano solo un centesimo di euro, tre racconti spaventosamente belli, li leggano i nuovi autori italiani famosi o non, e se si sentono inferiori a loro, smettano di scrivere, perché lo standard di scrittore buono è quello, non il loro..

Sa indicarci alcuni autori che ha letto negli ultimi anni e sui quali scommetterebbe sul loro futuro letterario?

No, perché il successo in Italia dipende dalla televisione e dalla evanescente industria editoriale che non sa neanche dove andare ed è preoccupata unicamente dal mantenimento del loro mediocre posto di lavoro. Come si fa in questa situazione a dire che un autore avrà successo? Bisogna chiedergli se sa fare il comico o se ha voglia di scrivere qualcosa sul mondo delle veline o dell’isola dei famosi.

Se la sentirebbe di dare un consiglio ai più giovani sulla base della sua esperienza di vita?

Credete a quello che ho detto in questa intervista. Lo so che sembrano esagerazioni, ma purtroppo è la realtà.
Poi soprattutto una cosa: cercate, con tutte le vostre forze di fare le cose che vi piacciono e quelle che sentite più vostre, non piegatevi alle convenienze economiche.
Quando avevo vent’anni io c’era una frase che ebbe un certo successo e che dovrebbero utilizzare anche i giovani d’oggi:

Siate realistici, chiedete l’impossibile!

La ringrazio.

È stato un piacere, ho fatto un’altra lezioncina, proprio quello che piace a me!


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