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Romanzo, fiction e “massificazione culturale”

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Di Daniela Nardi

Qualche tempo fa mi è capitato uno scambio d’idee con altri componenti dei famigerati comitati di lettura e, senza troppa sorpresa, abbiamo riscontrato un fenomeno comune che imperversa nei lavori sottoposti alla nostra attenzione. Eravamo infatti tutti d’accordo nel sostenere che più che romanzi, quelli che leggevamo erano simili a sceneggiature, con uso e abuso del discorso diretto e gergale, profili dei personaggi piuttosto scontati e trame contenute in meccanismi ripetitivi.
La cosa mi ha dato da pensare perché, al di là della scarsa qualità dei contenuti, sembrava comune a questi aspiranti scrittori la visione di una letteratura omologata al mezzo di comunicazione per eccellenza: la televisione. Tant’è che mi sono anche inventata un orrendo neologismo per stigmatizzare il fatto: la fictionizzazione del Romanzo.
Essa è figlia della cosiddetta Massificazione culturale, nella quale, alle buone letture come base per prendere poi la penna in mano (si fa per dire), si preferiscono gli sceneggiati o fiction, tanto è lo stesso, lo dicono anche i titoli di testa: tratto dal romanzo

Questa parolaccia, intesa come annullamento dell’individuo nella totalità della massa, usata per lo più per evidenziare gli aspetti negativi della globalizzazione, ha origini remote, risalenti nella sua accezione moderna, ai primi del ‘900, quando l’industrializzazione aprì finalmente un varco tra le strette maglie dei confini tra Stati. Con merci e prodotti presero a circolare anche idee e pensieri che tracimarono su popolazioni ignoranti e fino allora culturalmente isolate, scuotendo le coscienze, mobilitando le masse, non sortendo sempre effetti positivi, vedi per esempio i regimi dittatoriali di forte connotazione ideologica sorti in Europa tra le due guerre.

È nel secondo dopoguerra però, che la massificazione culturale, chiamata anche Industria Culturale dai filosofi Horkheimer e Adorno, si evolve, diventa una fabbrica del consenso. È l’avvento della nuova comunicazione di massa, dei Mass Media, della tecnologia che, come sostengono i membri della Scuola di Francoforte, diventa legittimazione del potere costituito. "Film radio e settimanali costituiscono un sistema. Ogni settore è armonizzato in sé e tutti fra loro [...] Film e radio non hanno più bisogno di spacciarsi per arte. La verità che non sono altro che affari serve loro da ideologia, che dovrebbe legittimare gli scarti che producono volutamente." (Adorno 1947 Dialettica dell’Illuminismo pp.130-131) .
Tutto così si appiattisce in una standardizzazione che risponde alle esigenze di un mercato di massa dove l’individualità, l’originalità del pensiero vengono ghettizzati, risultando incomprensibili, estranei. «La massa», scrive a riguardo Josè Ortega y Gasset «travolge tutto ciò che è differente egregio, individuale, qualificato, e selezionato. Chi non è come "tutti", chi non pensa come "tutti", corre il rischio di essere eliminato» (Ortega 1972 Scritti politici). 

Così si assiste a un’inversione dei ruoli culturali: il Romanzo che è fiction della realtà rendendola fruibile al pubblico dei lettori, adattato al linguaggio televisivo e cinematografico, si trasforma in contenitore di fiction deformate e svuotate a uso e consumo della massa.
La fictionizzazione parte proprio da qui: la tivù produttrice di storie realistiche (non reali) con improbabili contenuti, diventa fonte attendibile d’ispirazione, pelago rassicurante in cui far navigare la propria mediocrità, strumento che definisce un’identità di gruppo in cui riconoscersi. Assistiamo così inermi alla redazione di romanzi in serie, infarciti di frasi da Baci Perugina, con personaggi e intrecci così desolatamente stereotipati da risultare irritanti e quel che è peggio, percepiti dall’immaginario collettivo come opere realistiche di valore.

In questa sorta di lobotomia culturale, fanno eco le parole di Leo Longanesi: “Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.” Serve quindi, per chi si accinge a diventare un Autore vero, una nuova e certa consapevolezza della propria idea di letteratura, non lasciandosi irretire da comode visioni della realtà, tenendo sempre spalancata la porta a tutte quelle possibilità, anche difficili o impegnative, che può offrire la fiction della vita.
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