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Come scrivere un romanzo in 100 giorni

Intervista a Silvia Avallone

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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Alle elementari, un pomeriggio, imparando a memoria Novembre di Giovanni Pascoli. Dopo averla ripetuta ad alta voce un po’ di volte, qualcosa è scattato. Non ho “capito”, ma ho “sentito” che c’era in ballo qualcosa di grosso in quei versi. Così ho composto la mia prima poesia, e da allora non ho più smesso. Quando ti accade qualcosa del genere, più che di “caso” preferisci parlare di “necessità”.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Terrei insieme i due estremi. Un personaggio, una trama, un ritmo narrativo non li puoi decidere né gestire: li devi sentire, ti devi – istintivamente – lasciar condurre senza opporre resistenze. Ma c’è un secondo momento, fondamentale quanto il primo: il tempo della rilettura, del cesello, della guerra vera e propria con il testo: qui è questione di lucidità spietata e volterriana.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Aspetto la storia: mi si deve formare in testa mentre cammino, faccio la spesa, le pulizie di casa... qualunque cosa. Mi balenano in mente alcune scene significative, come al cinema, certi personaggi cominciano a delinearsi. Quando queste “illuminazioni” diventano abbastanza insistenti, allora comincia il duro lavoro: orari inflessibili, 8-12 al mattino, 14-19 al pomeriggio, e il computer acceso finché la dannata frase, il capoverso, il capitolo non è bello chiaro e compiuto. Molte sigarette alla finestra quando la parola esatta non viene.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Appunto: le sigarette. E poi, una finestra nei paraggi. Ogni tanto ho bisogno di vedere la gente che passa per ricordarmi che comunque sia il mondo là fuori continua a esistere. Se poi i vicini fanno baldoria, allora i tappi di spugna per le orecchie diventano indispensabili: il mondo deve esistere, ma senza baccano, altrimenti minaccia quello che sto faticosamente tentando di creare con le parole.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

I classici sono il motore, oltre che il maestro. Nel senso che, leggendo un immenso come Dostoevskij o Flaubert o Dante, avviene un’accensione tale nel corpo che qualunque sia lo stato di prostrazione o disperazione – tu non puoi fare a meno di aprire una pagina e tentare il tuo minuscolo contributo. Felice, perché comunque vada I fratelli Karamazov sono già stati scritti. Sotto un certo aspetto, tutti i grandi autori sono tuoi contemporanei e tuoi genitori.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Sono nata in provincia, scrivo in provincia, ambiento le storie in provincia. Insomma, per me il centro è la periferia. Con gli altri scrittori srotolo papiri di email e mi basta, non sento la mancanza di “caffè letterari” o di ritrovi metropolitani. Ho bisogno di andare nei bar, nei corsi dove fanno le vasche, nelle piccole realtà periferiche: sedermi tra le persone, ascoltarle e guardarle. Mi piace stare a contatto con la materia.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

La letteratura mi ha salvata, nel senso che mi ha dato un’ossatura e una retta via. Che poi, scrivendo e leggendo, più che protagonisti della propria vita si diventi testimoni della vita altrui, questo dato di fatto non facile da gestire alla fine non mi dispiace affatto. A volte ci litigo: decido che è il momento di prestare più attenzione alla mia persona e al mio tempo. Ma poi passa: me ne frego di me e torno al computer, al lavoro.

La ringrazio e buona scrittura.



Silvia Avallone è nata a Biella nel 1984, si è laureata in Filosofia presso l'Università di Bologna. Ha pubblicato la raccolta di poesie ‘Il libro dei vent'anni’ (Edizioni della Meridiana, Firenze 2007), vincitrice del premio Alfonso Gatto per l’opera prima. Il 20 gennaio 2010 è uscito il suo romanzo di esordio: "Acciaio" (Rizzoli).
Si ringrazia Stefano Lorefice per la fotografia. 
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Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

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