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"Case altrui" di Hilary Belle Walker

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Di Claudia Verardi

Mi capita di pensare alle case degli altri. Di immaginare come sono fatte dentro, di fantasticare sul mobilio e su chi ci abita. Mi piace vedere le persone affacciate alla finestra, o sul balcone mentre innaffiano le piante, e anche le strade sotto, talvolta gonfie di gente.
E così, per la prima volta, mi sono fatta incuriosire dal titolo di un libro: Case altrui, di Hilary Belle Walker. Aggiungo che uno dei miei film preferiti è La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock e il passaggio “morettiano” che prediligo è quello del primo episodio di Caro Diario, In Vespa, in cui il protagonista si aggira per Roma considerando le case che incontra sul suo tragitto. Detta così, questa passione potrebbe assomigliare a un interesse morboso, invece la mia attrazione per le case degli altri è di tipo fantastico, è un’immaginazione onirica più che una curiosità fine a se stessa. Sono convinta che dalle vite altrui – e quindi dalle case – si possa, qualche volta, capire meglio anche la propria esistenza.

Leggendolo, però, ho scoperto che il libro d’esordio della Walker non sbircia esattamente dentro le case, ma preferisce indagare sulle realtà delle persone che ruotano intorno al personaggio principale. L’autrice, una stravagante americana che risiede da nove anni a Milano, ha scritto un libro strutturato in racconti, dieci per l’esattezza, che ne fanno un vero e proprio romanzo, oltre che un’opera quasi autobiografica. La protagonista delle storie si chiama Hilary come l’autrice e, come lei, è bionda, giovane e statunitense trapiantata nel Belpaese. Hilary si accorge che guarda Milano con occhi incantati, come se la città fosse avvolta da un’intensa luce gialla, e si avvicina piano allo stile di vita italiano attraverso l’osservazione di persone che vivono nei vari angoli della città. Quando trova lavoro come commessa in una libreria arrivano le prime difficoltà, non ultimo qualche piccolo problema economico. Ma Hilary riesce a cavarsela con l’aiuto e la sensibilità delle persone che incontra: Jacopo, il collega che l’aiuta ad apprendere la lingua; Silvia, l’amica del cuore con la quale condividere “pezzi” di esistenza; la dottoressa, che le offre sedute gratuite di psicoanalisi; l’innamorato, che lei chiama “il Giovane” e Bart, il cane, che diventerà il fedele compagno di tante situazioni più o meno complicate.

Chissà perché Hilary vuole perdersi in quelle vite e nelle loro case? Magari perché è un modo per trovare il conforto e il calore che le mancano da un po’ di tempo. Chissà.
Case altrui traccia una storia di cuore ed emozioni, ma anche di speranze, come quella che nutre la protagonista, che sogna di veder pubblicato il suo primo libro e si rende conto che deve smettere di pensarci e passare a scriverlo sul serio, perché ciò si avveri.
È un libro che offre spunti stimolanti, anche se si tratta di un lavoro senza troppe pretese: la narrazione procede senza intoppi tra storie di difficoltà legate al momento di crisi (Hilary si troverà in quella che definisce “Nouvelle povertà”, un momento difficile che riuscirà a superare solo grazie all’aiuto degli amici) e una Milano descritta vividamente, con le sue strade, le case, i mercatini dell’usato, corso Magenta, i Navigli. E, ancora, si procede tra l’interesse linguistico della protagonista (di lingua inglese) per l’italico idioma - che ci fa apprezzare ancora di più la nostra lingua - al desiderio di una casa, di affetti, di interiorità. La casa, degli altri o nostra, è sempre il luogo prediletto, soprattutto se siamo riusciti a trovare il nostro posto nel mondo.

Case altrui, un libro a metà tra un manuale di sopravvivenza urbana e un arguto divertissement sospeso tra Alice Munro e Candace Bushnell, a momenti intimista, a momenti sdolcinato, dal tratto stilistico, tutto sommato, brioso e naturale. Una curiosità: in una recente intervista l’autrice ha definito la sua scrittura colorata di fucsia acceso e verde muschio, come le pareti di casa sua. Potremmo definire il libro come un racconto di frammenti di vita in cui, anche se per gioco, ci si può fingere un’altra persona e sognare di abitare in case bellissime. La casa, luogo materiale dei corpi, può diventare anche luogo dell’anima. Ed è proprio questo il bello.


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