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"Acqua e cenere" di Chiara Lucchini

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Di Geraldine Meyer

Diciamo subito che questo libro non è una semplice autobiografia. Tra le mani mi sono trovata il racconto di un percorso di disperazione, solitudine e paura che avrebbero potuto concludersi in modo tragico. E che, invece, è approdato alla scrittura e da qui all'elaborazione di un disagio scomodo. Scomodo per Chiara e per chi le si è trovato vicino. Ma a farmi pensare che mi trovassi tra le mani un piccolo grande libro è stato rendermi conto di quanto potrebbe essere scomodo per chiunque voglia leggerlo. Chiara ha oggi diciotto anni e circa due anni fa, sfinita, confusa e lucida al contempo, ha portato il suo dolore lungo un binario della stazione centrale di Milano. Fortuna, caso, destino, fato lei è ancora qui. Il suo corpo porta, quasi a imperitura memoria, un segno di quel giorno: un piede amputato. Perché cominciare dalla fine? Ma perché in realtà è come se quel treno, tra i suoi passeggeri, portasse un nuovo inizio. E vissero tutti felici e contenti? Per niente. Non è una storia a lieto fine. Mi sento obbligata a parlare di questo libro con rispetto e pudore. E anche riconoscenza per l'intelligenza, la lucidità, l'ironia (sì ironia) con cui è scritto. E riconoscenza per la bellezza della scrittura. Chiara ha solo quindici anni quando comincia a sentire dentro di sé qualcosa che non capisce, una paura sottile e strisciante che avvolge ogni cosa. dapprima è la consapevolezza dell'impossibilità di rispondere all'immagine che il mondo ha di una quindicenne "normale". Lei non trova divertente ciò che fa ridere gli altri. La compagnia dei coetanei non consola e non aggrega pensieri che vanno veloci. E forse in frantumi. Ma l'intelligenza e la sensibilità non abbassano la guardia, anzi, in questa giovane donna diventano un nucleo che non si sfalda. Le proiezioni sugli altri vengono tradite e si trovano senza fiato su un baratro. Che toglie il respiro. Si butta in uno studio matto e disperatissimo. È brava Chiara. È brava negli studi e negli obblighi quasi ossessivi a cui si costringe per riempire un vuoto che va facendosi ogni istante più insostenibile. Poi qualcosa si rompe e i motivi per andare avanti non si vedono più. Depressione, ricoveri in reparti di neuropsichiatria infantile, dolore indicibile. Diagnosi sterili e fredde. Le parole dei dottori, nel libro di Chiara, diventano qualcosa di pateticamente didascalico. Un comodo classificare un disagio che di classificabile non ha proprio niente. C'è qualcosa di straziante e umoristico insieme nel racconto dei dialoghi tra Chiara e lo psichiatra. C’è qualcosa di straziante e umoristico insieme nel racconto dell'episodio in cui Chiara viene accusata di avere sottratto una piccola somma di denaro. Pensiamo mai al male che facciamo a chi ci ama quando lo lasciamo piombare nel ghiaccio della nostra sfiducia? Quando si è adolescenti gli altri sono uno specchio sul quale e attraverso il quale costruiamo l'immagine di noi stessi. Chi prova cosa si sente quando quello specchio si rompe intraprende un percorso ad ostacoli. E diviene ostacolo a sua volta. Ostacolo a una pacifica comprensione e sostenibilità dei conflitti con chi gli sta accanto. Questo libro è una continua chiamata in causa del nostro credere di sapere una volta per tutte. Ed è la testimonianza di come non ci siano parole consolatorie se non, forse, per chi (amici dottori e parenti) vorrebbe guarire la "malattia" con gli stessi elementi che l'hanno provocata. C'è tanta rabbia nelle parole di Chiara, ma la bellezza e la precisione della sua scrittura sono più potenti del giudizio che portano con sé. Uno degli elementi che colpiscono nel libro di questa ragazza, è il rigore del racconto che, nonostante questo, non diviene mai algido. Che altro dire se non consigliare con entusiasmo di procurarvi questo libro che testimonia senza cedimenti la forza della parola e della scrittura.

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