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Intervista a Maurizio Torchio

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho iniziato da adolescente, per consolarmi.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Con l’istinto creativo ci si può fare poco. Dunque mi colloco nettamente dal lato della razionalità. Poi a volte si scopre che il risultato finale è molto diverso da quanto preventivato… e allora ci si chiede: sarà stato l’istinto creativo?

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Una volta ero maniacale: scrittura dalle undici del mattino (abbastanza svegli, non ancora stanchi) all’una (calo di zuccheri. poi digestione, stanchezza, sonno). E con tappi di gomma nelle orecchie (per non sentire, ad esempio, il rumore della ventola di raffreddamento del computer). Da un po’ di anni a questa parte sono diventato molto ma molto più flessibile.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Ormai solo il computer mi è indispensabile. E qualche volta – ma è una conquista recente – per buttare giù un’idea mi basta persino la carta!

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Del presente o del passato: i grandi scrittori sono il metro su cui ci si misura.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

La scrittura, prima ancora delle nuove tecnologie, è una tecnica per astrarre da tempi e luoghi. L’ideale illuminista di una repubblica delle lettere si fonda sulla scrittura, più che sui salotti. Si discute meglio se si sta lontani. Si discute meglio avendo davanti un pezzo di carta, piuttosto che una persona in carne ed ossa. E poi, illuminismo o meno, mi pare fuor di dubbio che un libro sia un mezzo di comunicazione clamorosamente più potente dell’oralità. Gli scrittori parlano attraverso i libri. Poi, certo, può capitare che uno scrittore frequenti altri scrittori, e/o altri pezzi della filiera editoriale. Anche i poliziotti, o i dentisti, tendono a provare interesse per chi fa il loro stesso lavoro. Sono frequentazioni che possono rivelarsi decisive (io, ad esempio, ho sposato la mia prima editor), ma credo c’entrino poco con la letteratura.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Migliorato, senza alcun dubbio. Scrivere mi fa venire gastrite, insonnia, ogni sorta di acciacco psicosomatico. E’ la cosa di gran lunga più faticosa che mi sia mai capitato di fare (e questo lo dicono anche scrittori che nella vita, per mantenersi, hanno fatto lavori veramente faticosi e pericolosi). E tuttavia le soddisfazioni che possono venire dalla scrittura sono enormi, e a combustione lenta.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie.

Maurizio Torchio è nato a Torino nel 1970. Ha pubblicato la raccolta di racconti Tecnologie affettive (Sironi, 2004) e il romanzo Piccoli animali (Einaudi, 2009).

http://www.mauriziotorchio.it

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