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Frammento Uno

Se peregrino per la storia dall’antichità, consapevole che l’impresa sia, da un lato, grossolana, dall’altro, mai un percorso compiuto, ma perfettibile, affronto con drammatica disillusione il continuo palese scoramento di chi desidera una società più giusta. Qualora volessi invece credere che il sopraccitato scoramento rappresenti una modalità del coraggio civile, come taluni amano pontificare nelle più diverse occasioni, né un impeto di rabbia né una logica stringente mi permettono di accettare in maniera esaustiva che il nocciolo della matassa sia, per così dire, definito. Forse perché della debole natura umana bisognerebbe parlare, forse perché l’età non occlude l’ultimo filo di lucidità che mi rimane (maledetta età che vieta ciò che si discosta dalla gerontofilia italica), affermo in ogni caso con forza che lo scollamento fra la letteratura italiana con impegno civico e i comportamenti dell’italiano medio sia incolmabile.
Gomorra, il celebre libro di Saviano, vende milioni di copie, è presente in tantissime case italiane e le coscienze, si potrebbe sostenere, sono state informate, avvisate, redarguite. Eppure, grazie a una gelida risposta di massa, a una serie di abitudini che si rincorrono al pari di un salmone che risale il ruscello, la società nostra continua ad accettare soprusi, estorsioni, corruzioni, raccomandazioni e un’infinità di posizioni passive od opportunistiche che rendono i rapporti certamente falsi, ma anche quieti, o almeno sembrano tali. Perché oramai uno degli obiettivi delle ultime generazioni è la quiete, o, detta in termini più aulici, “non rompersi i coglioni con ciò che non ci riguarda”. Giacché il confine contemporaneo fra la storia individuale e la storia collettiva è un unico pensiero: spingiti fino a dove ti appartiene “strettamente”, appena varchi lo “strettamente” abbandona, fuggi, stai zitto, non ascoltare, non vedere, non commentare, cerca l’isolamento interiore.
Siamo giunti dunque all’evoluzione più degenerante dell’utilitarismo, con buona pace dei Mill e dei Bentham, dei Rawls e dei Sen. Mi chiedo allora come si possa definire “coraggio civile” ciò che dovrebbe assurgere invece a dignità di scoramento. Mi sembra di sentirli gli ottimisti speranzosi o gli utopisti creativi, no, non mi infinocchiate più con le vostre algide speranze di rinnovamento; non permettetevi di reiterare le vostre squallide promesse. La dignità non è più lavorativa o appartenente al diritto, nel vostro caso è più profonda la questione, scendendo dalla nuca, attraverso la schiena, fino all’osso sacro, ecco, la dignità dovrebbe andare là, in ognuno dei vostri orifizi.
Lo scoramento di fronte a una società che continua ad essere ingiusta verso i più deboli si è impadronito del mio spirito quanto la fede appartiene a un cardinale o a un vescovo, con la differenza che la fede permette loro di sbarcare il lunario, mentre il mio scoramento insiste affinché io cessi hic et nunc il mio passaggio terreno, figuriamoci accumulare la mesata.
Se non cedo al passo fatale è per un unico motivo. Non sono a capo chino sul precipizio, pronto a saltare, neppure colui che guarda il folle a pochi metri tentando di salvarlo prendendolo per la caviglia di getto o quanto meno di parlargli con calma affinché si eviti il peggio, sono con una mano attaccato all’ultimo sasso prima del vuoto, sotto il folle, non lo vedo… Questa maledetta parete rocciosa è a forma di fungo, perciò ciondolo tenendomi con forza. Li voglio vedere tutti cadere uno dopo l’altro, nomi e cognomi, perché il mio scoramento civico abbisogna di volti e tormenti, unica soddisfazione in una società che ineluttabilmente ha negato anche il potere della letteratura a vantaggio del rassegnato quieto vivere.

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