I Video di Sul Romanzo
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Autore: La RedazioneDom, 12/05/2013 - 09:53
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Autore: La RedazioneGio, 09/05/2013 - 09:30
Ormai sono all’ordine del giorno nuove notizie su dispositivi che permettono di percepire una realtà “ulteriore”, che in parte si sovrappone e arricchisce la realtà: una realtà aumentata, appunto, come nel caso dei nuovissimi Google Glass, o la "mixed reality" di Canon, o ancora il grande sviluppo di un device come Oculus Rift.
L’ultimo annuncio arriva da un gruppo di studenti del Royal College of Art di Londra, che ha ideato e costruito due dispositivi in grado di aumentare la portata della nostra vista e del nostro udito per moltiplicare esponenzialmente la nostra capacità sensoriale.
Eidos Vision e Eidos Audio, questi i nomi dei due congegni. Il primo è una sorta di visore che produce, come affermano gli stessi creatori, qualcosa di simile ad una foto a lunga esposizione, consentendo di rintracciare, grazie a una telecamera, e in maniera selettiva, pattern di movimento nello spazio.
Eidos Audio, invece, è costruito come una sorta di maschera a metà, da indossare coprendo bocca, naso e orecchie; il dispositivo è capace di acquisire i suoni in tempo reale, anche in luoghi molto affollati, e selezionarne uno solo, la voce di un amico in una stazione, per esempio, amplificandolo e riducendo i rumori di fondo. L’aspetto interessante sta nell’utilizzo della conduzione per via ossea, già applicata in soggetti con perdite uditive nelle quali la trasmissione all’orecchio interno è impedita.
Anche se al momento il progetto è solo un concept, le applicazioni potrebbero essere moltissime, dalla realtà aumentata vera e propria, allo sport, alla medicina.
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Autore: La RedazioneMer, 01/05/2013 - 16:30
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Autore: La RedazioneVen, 26/04/2013 - 09:30
Leon Keer è uno tra i più talentuosi artisti della scena contemporanea. La sua specialità è il cosiddetto 3D street painting, vale a dire quei disegni, realizzati sulle strade o sulle piazze che, grazie al fenomeno dell’anamorfosi, se guardati da un determinato punto di vista, offrono effetti di sfondamento e profondità straordinari.
La tecnica dell’anamorfosi, del resto, è stata utilizzata in maniera proficua sin dal Rinascimento, come mezzo per suggerire realtà e significati altri in pittura. Keer, da un paio d’anni ai massimi livelli tra gli street painters, ha pensato che ci voleva qualcosa in più, per offrire a ciascuno “spettatore” la possibilità di vivere il disegno e, perché no, interagire con esso.
La risposta sta nella realtà aumentata: è stato infatti creato un sistema per cui ciascuno potrà, inquadrando l’opera col proprio smartphone, osservarla in 3D da ogni angolazione ma non solo, vedere spuntare oggetti e poter interagire con essi come se li avesse di fronte.
In questo senso, il progetto è stato chiamato, significativamente, 4D Street Art. Com’è mostrato nel video, la “fruizione” dell’opera diventa qualcosa di più, si trasforma quasi in una “esperienza” vera, della medesima opera.
Da questo punto di vista, la realtà aumentata mostra le molteplici possibilità d’impiego e la sua capacità di trasportarci su un livello diverso di “visione” del mondo, in cui alle informazioni che raccogliamo coi nostri sensi “tradizionali” si aggiungono input (e output) ulteriori, in uno strato aggiuntivo di “verità”.
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Autore: La RedazioneMer, 24/04/2013 - 16:30
Come vi sentireste ad essere intervistati da un piccolo robot? È quello che è accaduto a numerosi partecipanti al Tribeca Film Festival, ai quali un simpatico automa ha rivolto, con una voce da bambino, numerose domande personali.
Le risposte sono state filmate, grazie agli occhi del robot, due videocamere, e montate assieme per la produzione di un cortometraggio.
Il progetto si chiama Robots in Residence e il nome del robot è Blabdroid. Quello che possiamo definire a tutti gli effetti un “esperimento” poggia, da un punto di vista teorico, sul cosiddetto “Effetto ELIZA”, secondo cui, in determinate condizioni, il comportamento di un computer può essere percepito come comportamento attribuibile a un essere umano.
ELIZA, del resto, è il nome di un programma, scritto tra il ‘64 e il ‘66 da Joseph Weizenbaum. In quel caso, si trattava di un chatterbot, cioè di un programma che simulava i comportamenti umani in una conversazione mediata dal computer. Ma già nel 1950 Alan Turing, studioso tanto geniale quanto perseguitato, aveva pubblicato un articolo che sarebbe poi diventato celebre, Computing Machinery and Intelligence, in cui proponeva quello che avrebbe preso il nome di “test di Turing”.
Insomma, sembra che gli umani riescano a interagire in maniera più sincera e disinvolta con una macchina, piuttosto che con un altro essere umano. Se è vero quello che sostiene il ricercatore David Levy, e cioè che per il 2050 vi saranno relazioni e matrimoni tra umani e robot, non stentiamo a crederci.
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Autore: La RedazioneMar, 23/04/2013 - 09:30
Google fornisce una notevole quantità di servizi diversi. E questo ormai non è più un mistero. Ma non solo, migliora anche servizi preesistenti e “storici”; come nel caso di Google Earth.
Per chi ancora non lo conoscesse, Earth è, in sostanza, un software che genera immagini della Terra combinando telerilevamento, fotografie aeree e dati geografici. Leap Motion è invece un’interfaccia uomo-macchina che permette di interagire con un dispositivo attraverso i movimenti delle mani, promettendo una vera rivoluzione nell’utilizzo quotidiano dei computer. Dalla combinazione di Google Earth e Leap Motion viene fuori un’esperienza molto interessante: “navigare” il nostro pianeta a piacimento, solo muovendo le mani.
In effetti, una domanda ce la poniamo, timidamente: non sarà un po’ troppo faticoso?
Certo è che strumenti come Google Maps e Google Earth e, più in generale, il moltiplicarsi di rappresentazioni, più o meno fedeli, dello spazio che ci circonda, così come dei posti più lontani da noi, hanno innescato un nuovo modo di guardare e di “vedere” il mondo. Mentre scriviamo questa notizia, con un paio di clic, potremmo andare a vedere com’è fatta Los Angeles, esplorarne le strade, costruire dei percorsi.
E tutto ciò non è cosa da poco: la carta di Mercatore e Google Earth sono due modi molto diversi non solo di rappresentarsi, ma anche di sentirsi all’interno del mondo. In tempi di compressione spazio-temporale sempre più potente, non è indifferente capire che davvero “la carta non è il territorio”.
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