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“Zelda” di Therese Anne Fowler

Therese Anne Fowler, ZeldaLa dialettica è impalpabile, l’intenzione ipotizzabile: siamo in pieno Francis Scott Fitzgerald Revival, Roaring Twenties mania, culto dell’età del jazz, etc. dopo la recente uscita cinematografica del remake del Grande Gatsby. Rievocazioni, ricostruzioni, reinterpretazioni di quel periodo affascinante si mescolano e s’incrociano seguendo ogni sorta di traiettoria culturale, risvegliando l’interesse per i protagonisti di quegli anni ruggenti. Tra quegli eletti, tra quegli happy few, si colloca, naturalmente, anche Zelda Sayre, che fu la moglie di uno dei più grandi scrittori americani. Francis Scott Fitzgerald, appunto.

Una storia da romanzo, la loro, e infatti serbatoio costante e universalmente riconosciuto di molta della narrativa fitzgeraldiana: Zelda fu la musa ispiratrice, la golden girl, la flapper, la southern belle, il prototipo, la traccia indelebile di quasi tutti i personaggi femminili del marito. Fu, tuttavia o soprattutto, la donna in crisi, in preda ad accessi incontrollati di esaltazione e depressione che la portarono a ciclici ricoveri in sanatori e cliniche psichiatriche.

«La narrativa basata su persone realmente esistite si differenzia dalla saggistica in quanto l’accento non è posto sui dettagli dei fatti avvenuti, bensì sul viaggio emotivo dei personaggi. Ho tuttavia cercato di creare una storia che fosse quanto più plausibile possibile, basandomi sulle testimonianze a mia disposizione» scrive Therese Anne Fowler tra le note e i ringraziamenti in chiusura di Zelda (traduzione di Marcella Maffi, Frassinelli, 2013).

Una promessa mantenuta con sin troppo zelo: l’accento è rimasto fisso “sui dettagli dei fatti” e il viaggio emotivo dei personaggi non è mai realmente partito, restando al bivio, indeciso su quale strada scegliere: saggio o romanzo?

Di romanzato ci sono (o ci dovrebbero essere) i dialoghi, che però svelano una natura intrinsecamente prefabbricata, ordinari battibecchi coniugali, parole che galleggiano su un mare troppo calmo, e qualche altra cosa, forse, ma, come un segno tracciato sulla sabbia, troppo labile per essere distinta con sicurezza.

Se l’idea era quella di trascrivere il trascendente di Zelda, di Francis, di quella galassia artistica (Hemingway, ne aveva dato un saggio in Festa Mobile), di cui la coppia fu parte (insieme, tra gli altri, a Dos Passos, Picasso, Leger, Dottie Parker…) e che dalla celebre definizione di Gertrude Stein prese il nome di Lost Generation, allora bisogna forse riconoscere che questo romanzo a suo modo avvince ma non convince, e se avvince è proprio per la presenza di cotante leggende (tra l’emblematico e il problematico è proprio il rapporto col giovane Hemingway), e per la cronaca dell’intreccio tra vita e arte che impresse il proprio marchio a un’epoca irripetibile. Cronaca, precisamente, ma senza il respiro di quella incantata golden age. Il lettore gira la pagina e dal bianco passa al nero, senza transizioni chiaroscurali, mezzi toni, sospensioni, solo la cronologica successione degli eventi che precipitano la storia verso il suo tragico epilogo. Registrazioni, annotazioni, come quelli che Fitzgerald usava riportare minuziosamente nei suoi ledger: pubblicazioni, articoli, entrate e uscite.

Un romanzo, però, non è un libro contabile. Solo con le sue differenze di struttura estetica, le sue sfumature più delicate, il suo diritto a una dose supplementare di invenzione e immaginazione, a sottili inferenze tra psicologia e mito, può “respirare”, veramente. Invece il prodotto di una mimesi troppo perfetta è un romanzo asfittico, in cui la realtà prevale sul mito, la materia sulla psicologia, il racconto sulla narrazione, la descrizione sullo scavo interiore. Si gira una pagina e il successo si tramuta in eccesso, se ne gira un’altra e l’amore diventa infedeltà, un’altra ancora e la spregiudicata Zelda diventa la squilibrata Zelda, senza realmente comprendere su quale abisso si affacci, quale dàimon la abiti e la agiti. Il lettore scorge l’involucro esterno, i viaggi, le feste, i bisticci, le conoscenze famose, qua e là legge le sue lettere agli amici, al marito, qualche pallida riflessione; avverte le sregolatezze, lo slancio di esprimere se stessa per mezzo dell’arte (Zelda ci provò con la danza, con la scrittura, con la pittura), conosce l’elenco dei malanni di Zelda e, infine, intuisce (o teorizza?) che fu il troppo e alla fine sterile impegno profuso a esaurirne tutte le energie nervose, più delle dichiarate diagnosi di schizofrenia o bipolarismo riprese dalle cartelle cliniche.

Ma tutto questo non lo si sapeva già? Non emergeva dai carteggi, dalle biografie dell’uno o dell’altro coniuge, da altri scritti, dalle “testimonianze a disposizione”? Un romanzo su Zelda non doveva servire a dirci e a darci altro, a catturare il pathos, la passione feroce con la quale ella si mise costantemente alla prova, la violenza, il fervore, la frenesia e l’impazienza di trovare se stessa oltre l’ingombrante marito. Che vaga tra le vicende qui descritte con una fisicità tale da rendere lei, la protagonista, un fantasma, e la sua voce, la voce narrante, un’eco. Paradosso, o forse no. Il dato di fatto riportato da tutti i resoconti sui Fitzgerald (incluso questo) è che la personalità del marito schiacciasse quella della moglie, che le sue ambizioni strozzassero quelle di lei, che la sua insicurezza aggredisse la fiducia di lei, che la manipolasse, la controllasse, nella vita e nell’arte, sospingendola sullo sfondo mentre lui lottava per (ri)emergere dai continui collassi creativi che ne segnarono la parabola di scrittore. Allora non di paradosso si tratterebbe ma di fedeltà storica. E rieccoci così al punto di partenza. Di nuovo “il dettaglio dei fatti avvenuti”, la lealtà verso le testimonianze raccolte. Ovvero il saggio; la biografia, in questo caso l’autobiografia. Ma non il romanzo. Il romanzo, fosse pure un banale romanzo d’evasione, avrebbe dato a Zelda la possibilità di svelarsi senza interferenze. O magari di inventarsi. Ricrearsi. Rinascere a nuova vita e nuova forma, completando così, definitivamente, la trasformazione da persona a personaggio, una trasformazione a cui proprio Francis Scott Fitzgerald l’aveva iniziata trascinandola nella sua letteratura.

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Commenti

Se l'autobiografia, come è stato osservato (Carver) è la storia dei poveri, la biografia, senza un minimo di infedeltà, è qualcosa che alla povertà rassomiglia. Lucida e acuta a me sembra l'analisi di Sara Minervini e se qualcuno a proposito e a sproposito, non senza un pizzico di malizia, ha osservato che le migliori (traduzioni, narrazioni, rapporti, resoconti o descrizioni) sono le "infedeli", in questo e in qualche altro caso, non possiamo dargli torto. Di recente si è avuto modo di apprezzare come persino l'infedeltà alla cronologia, un certo "navigare nelle acque magiche dell' anacronia" nell'esporre fatti pseudo storici, può giovare alla economia di un racconto. D'altra parte un racconto o un romanzo non hanno pretesa di sostituirsi alla storia, ché in quel caso saremmo all'impostura.

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