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“Woody” di Federico Baccomo, se un cane prende voce

“Woody” di Federico Baccomo, se un cane prende voceWoody è il nuovo libro (Giunti, 2015) di Federico Baccomo, ex avvocato milanese già autore di tre romanzi di successo, tutti pubblicati da Marsilio: Studio illegale (2009), La gente che sta bene (2011), ambientate nel mondo degli studi legali d’affari e successivamente adattate anche al grande schermo, e Peep Show (2014), che seguiva le vicende di un ex protagonista del Grande Fratello per raccontarci il mondo dello spettacolo.

Questa volta Baccomo ci presenta un volumetto, splendidamente illustrato da Alessandro Sanna, in cui una vicenda drammatica è raccontata da un cane, chiamato appunto Woody, che attraverso un linguaggio molto particolare ci descrive il mondo degli umani dal suo punto di vista. Ne abbiamo parlato in anteprima con l’autore, alla vigilia della presentazione ufficiale che è avvenuta nel corso di BookCity 2015.

 

Cominciamo con una domanda maliziosa: nella quarta di copertina dichiara di aver pensato di fare qualcosa dello stesso genere di Un Canto di Natale e del Piccolo principe. Come mai il riferimento a questi due libri “di culto”?

In realtà, quelli sono i due nomi rimasti di una lunga lista con cui avevo mandato il libro alla mia agente. C’erano anche Lo straniero, La morte di Ivan Il’ič, Giro di vite… libri che hanno un tema abbastanza forte, riconoscibile e pochi fronzoli, anche se non volevo mettermi proprio sul loro stesso piano. C’è un’età per ognuno di loro, Il piccolo principe mi piaceva più da ragazzo che da bambino, mentre per me Un Canto di Natale è un libro meraviglioso per tutte le età. Woody viene dopo tre romanzi molto diversi ma è figlio di quelle esperienze.

Sia in La gente che sta bene che in Peep show cercavo sempre di vedere le cose attraverso occhi diversi dai miei. Questo credo che mi venga dall’esperienza della comicità, che si basa su una visione laterale delle cose, sul continuo rovesciamento delle prospettive iniziali. Pensate a una frase di uno dei miei comici preferiti, un americano che dice «mi piace molto andare al parco e vedere i bambini correre e saltare e gridare: non sanno che sto sparando a salve». Oppure a Woody Allen, a cui ho rubato il nome per il mio cane, che ribalta sempre una grandezza metafisica in una comune situazione quotidiana, tipo «Non solo non c’è vita su Marte, ma provate a trovarci un idraulico la domenica mattina» oppure «Le due parole più belle della vita non sono ti amo ma è benigno».

Attraverso la prospettiva inedita dello sguardo di un cane si possono vedere i fatti della vita quotidiana sotto una luce completamente nuova. Pensate al bacio: se tu ti baci di fronte a un cane, lui ti guarda fisso perché non capisce questa forma di affettività. I cani non si baciano, si annusano. Questa prospettiva può apparire comica parlando di piccole cose, mentre cambia registro nel caso dell’avvenimento drammatico che è al centro del libro: il racconto semplificato permette di arrivare all’essenza delle cose.

La semplicità e la fedeltà che ci colpiscono nelle persone, in un cane sono la normalità.

Tutta la storia è nata dall’immagine di un cane dietro alle sbarre, che cerca di capire come può essere finito lì dentro, e da quella è arrivato quasi subito tutto il resto: la padrona del cane, il personaggio negativo, tutta la vicenda.

In un certo senso, questo è il mio libro più personale. Ho usato Woody come il pupazzo di un ventriloquo, per fargli dire molte cose, soprattutto riflessioni morali e spunti narrativi che non avevano mai trovato spazio negli altri libri. Cercavo un cane che avesse un particolare carattere, abituato a fare un po’ quello che voleva senza essere troppo sottomesso, e grazie a un incontro casuale ho scoperto che la razza basenji possiede queste caratteristiche.

Quando ho avuto quest’idea stavo scrivendo un altro libro, che ho piantato a metà per mettermi a scrivere Woody.

 

Se non si fosse imbattuto per caso in questa razza, che tipo di cane avrebbe scelto?

In origine avevo pensato a un golden retriever.

 

Lei ha un cane, oppure ha osservato dei cani per scrivere questo libro?

La mia ragazza ha un cane, un volpino gelosissimo che in principio mi ha odiato. Io e lei non litighiamo mai, ma una volta che ci ha visti discutere un po’ animatamente il volpino ha preso uno dei miei calzini, se l’è portato in un angolo e ci ha pisciato sopra: non poteva abbaiarmi addosso, ma voleva comunque mostrarmi qualcosa.

Finché non hai un cane non arrivi a capire perché certe persone preferiscano i cani agli umani, ma conosco gente dal pessimo carattere che ha saputo costruire un ottimo rapporto con il proprio cane o gatto, e allora penso che chi ama un animale alla fine può essere sempre recuperabile.

 

È fisicamente andato in un canile per poterlo descrivere?

No. Adesso mi hanno invitato a visitare un allevamento di basenji, che in Italia è una razza poco diffusa, e sono abbastanza curioso.

 

Quando sono arrivate le illustrazioni? Le ha scelte lei o le sono state proposte dopo?

Io le volevo fin dall’inizio, ma temevo che la casa editrice mi dicesse di no, perché i libri illustrati sono sempre visti come una categoria particolare, e invece l’idea è venuta anche a loro. Alessandro Sanna è uno dei più bravi illustratori italiani e temevamo che non accettasse, visto che è impegnatissimo, ma è stato molto gentile e ha fatto un lavoro meraviglioso. A livello editoriale, questo è il mio libro più bello, proprio perché Sanna gli ha dato un valore notevole.

 

E il nome Woody da dove viene?

Naturalmente da Woody Allen, che considero un mio nume tutelare. Mi sono documentato, e per fortuna non esiste un cane famoso con questo nome.

 

Questo personaggio canino le ha fatto scrivere cose che non avrebbe scritto per un essere umano?

Sì, quello senz’altro. Soprattutto nella parte finale, ho inserito parole che forse non avrei messo in bocca a un altro personaggio. All’inizio avevo inserito una Voce, quella dell’istinto, che parlava spesso al cane, anche se poi l’ho ridimensionata, ma è rimasta comunque importante.

Dopo Peep Show mi sentivo prosciugato, come se non avessi più niente da dire come autore, mentre con Woody mi sono reso conto di avere tante altre possibilità, delle potenzialità narrative che non pensavo e non speravo neanche di avere.

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“Woody” di Federico Baccomo, se un cane prende voceNei suoi libri precedenti lei usava un linguaggio molto libero, con parecchie parolacce, che qui sono quasi del tutto assenti. Pensava forse di fare di Woody un libro per bambini?

No, in realtà non avevo in mente un libro dedicato ai bambini, anche se i ragazzini potrebbero tranquillamente leggerlo. A dire la verità, quando ho iniziato a scriverlo non pensavo nemmeno che ne venisse fuori qualcosa di pubblicabile: era solo una storia che avevo in mente di scrivere, che in principio doveva essere solo di poche pagine. Poi sono arrivate le idee, finché mi sono reso conto che questa sarebbe stata forse la cosa più importante che ho scritto finora. La casa editrice l’ha classificato senza problemi come romanzo per adulti, e non è stato cambiato quasi niente rispetto al testo iniziale.

Ho pubblicato con Giunti perché non era un libro adatto al target di Marsilio. Mi hanno dato quello che volevo, dai disegni alla grafica alla copertina. Insomma, se questo libro andrà male sarà solo per colpa mia…

 

Le è mancato l’uso di quel tipo di linguaggio?

No, perché qui non sarebbe stato appropriato. Woody ha una voce buona, ma soprattutto doveva avere una voce del tutto diversa dalla mia, senza battute e senza troppo umorismo. Il politicamente scorretto, dopotutto, non è più tanto di moda: scrivere questo libro, in un certo senso, mi ha un po’ purificato.

 

Com’è nato il linguaggio molto particolare che ha scelto per il libro?

Non volevo che la voce dell’autore si sovrapponesse a quella del cane protagonista. Mi è già capitato di leggere libri scritti dal punto di vista di un cane, dove però avevo trovato descrizioni troppo letterarie, perciò ho pensato a una lingua molto elementare, da bambino, oppure quella che usiamo quando andiamo all’estero e ci esprimiamo con vocaboli essenziali, senza fronzoli. Amici mi hanno detto che nel mio libro precedente, Peep Show, ci sono alcune pagine di troppo, dove mi lascio andare a degli esercizi di stile, e mi sono reso conto che hanno ragione. Al lettore, secondo me, gli esercizi di stile interessano poco, e la vera voce degli autori non esce usando parole troppo ricercate, ma espressioni che arrivino direttamente al lettore.

 

Nel libro si parla di violenza sulle donne, argomento che purtroppo in questo periodo è all’ordine del giorno. Quanto della sua esperienza precedente di avvocato è stata utile per scrivere la storia, se aveva avuto esperienze dirette in questo ambito?

No, io da avvocato facevo tutt’altro, perché mi occupavo di diritto d’affari. Ho avuto però una cara amica che ha subito un certo tipo di violenze, da cui è riuscita a scappare. Mi è capitato di vedere l’impotenza delle persone in certe situazioni, e le prevaricazioni che si nascondono sotto la maschera dell’amore. La cosa peggiore è che certe violenze continuano a essere giustificate, mentre a me sembra incredibile che stiamo ancora qui a parlarne. In altri Paesi sono molto più severi che in Italia, dove persiste una forma di indulgenza verso violenti e stupratori.

La violenza gratuita è una cosa tutta umana, che gli animali non hanno, ma io sono abbastanza fiducioso nella bontà dell’uomo, penso che certe cattiverie non siano insite nella nostra natura ma vengano dal mondo esterno. Un bambino non è razzista, ma se cresce in una famiglia razzista ripeterà al compagno di scuola di colore ciò che ascolta in casa.

 

Visto che sono stati tratti dei film da suoi libri precedenti, pensa che le piacerebbe vederne uno ricavato da Woody?

C’è già un regista che l’ha letto, e ha cominciato a pensare come si potrebbe rendere cinematograficamente, anche se poi non so se sia effettivamente realizzabile.

 

Questo è un libro che va oltre quello che il lettore si può aspettare da lei dopo aver letto i suoi romanzi precedenti?

Penso di sì. Ma è un libro che non so come andrà avanti, potrebbe essere un fiasco come un successo.

 

Quando sono arrivate le illustrazioni? Le ha scelte lei o le sono state proposte dopo?

Io le volevo fin dall’inizio, ma temevo che la casa editrice mi dicesse di no, perché i libri illustrati sono sempre visti come una categoria particolare, e invece l’idea è venuta anche a loro.

Alessandro Sanna è uno dei più bravi illustratori italiani e temevamo che non accettasse, visto che è impegnatissimo, ma è stato molto gentile e ha fatto un lavoro meraviglioso. A livello editoriale, questo è il mio libro più bello, proprio perché Sanna gli ha dato un valore notevole.


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