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“When the Killing’s Done” di T.C. Boyle

“When the Killing’s Done” di T.C. BoyleÈ una sera di tarda primavera e Mr T.C. Boyle fa il suo ingresso sul palco del teatro centrale di Friburgo in Brisgovia con una giacca color giallo indecifrabile. È magrissimo, Mr Tom Coraghessan Boyle, ma ha riempito il teatro; non solo uno: Londra, Amburgo, Zurigo, tutte le date del tour europeo di presentazione del suo When the Killing’s Done, pubblicato negli States da Viking Press (2011) e negli altri paesi anglofoni da Bloomsbury. 

Chi è questo Mr Boyle che si permette tour europei e teatri pieni? Si parla forse di uno degli scrittori americani contemporanei più rilevanti insieme a McCarthy, King e la Atwood: premio PEN/Faulkner Award nell’88 con World’s End, tredici romanzi all’attivo – in media uno ogni due anni – e più di trecento storie brevi tra un libro e l’altro, raccolte in antologie.

In Italia, tradotto e pubblicato a fasi alterne da Einaudi, Bompiani e Feltrinelli, si può dire non abbia mai raggiunto una grande popolarità, e al momento l’acclamato When the Killing’s Done rimane non tradotto, e forse così rimarrà.

Cosa si perdono i lettori italiani – o almeno coloro che ancora leggono autori inglesi in traduzione?

When the Killing’s Done ci trasporta nelle Channel Islands of California – poco a largo della Los Angeles in cui Boyle vive – tra le incontaminate isole di Anacapa e Santa Cruz, parte del Channel Islands National Park.

È proprio il parco naturale il vero protagonista di questo libro, o – se non tanto – il “casus belli” tra i veri protagonisti. Come molte altre parti del “nuovo mondo”, la California ha visto la sua flora e fauna endemica minacciate da quelle “importate” con gli spagnoli, e non pochi californiani vorrebbero rivedere il volto originale della propria terra, sentimento incarnato dalla severa politica delle autorità del Parco, che monitorano l’impatto delle specie invasive arrivando al punto di eliminarle, se necessario. Questo è il The Killing che Boyle ci racconta. E ce lo racconta – come con una certa defiance britannica sottolinea il The Guardian (Le Guin; 2011) – ben coscio che “agli americani piace vedere tutto come una guerra contro qualcosa”. 

È così che, a una conferenza delle autorità del parco, mentre Alma – la risoluta protagonista femminile, PHD in biologia e parte del Forest Service – espone la dura decisione di eliminare definitivamente dalle isole i ratti (colpevoli dell’eccidio dei passeracei endemici) tramite il lancio di bocconcini avvelenati, Dave – il collerico protagonista maschile, idealista membro del locale gruppo animalista – sale in cattedra e la attacca pubblicamente. La questione è una e molto semplice: giù le mani dal Parco. Lasciare gli animali ad arrangiarsi da soli, non giocare a fare Dio, se non altro per non ripetere gli errori di quell’arbitrario intervento umano che lo stesso parco impugna come scusante per il proprio operato nel presente. 

Descritto così, il romanzo parrebbe una storia di etica ferrea, drammatica. Chi già conosce Boyle però sa che non sarebbe stato possibile, e per fortuna. Il realismo di Boyle è ironico, tagliente nel dipingere come una problematica sacrosanta e oggigiorno necessariamente al centro dell’attenzione possa sfumare nella dozzinalità della diatriba fine a se stessa; i protagonisti, da paladini delle proprie posizioni a caricature di loro stessi e delle loro stesse ‘fazioni’, in una miratissima allusione ai toni in cui spesso e purtroppo sfocia il dibattito sui temi ambientali. È così che Alma, brillante dottoranda del Forest Service, si rivela un personaggio nevrotico, soffocato dalla sua stessa necessità di compostezza e rigore scientifico. Così come Dave, paladino dell’ambientalismo “giusto a priori”, un individuo corroso dalla rabbia contro tutto e tutti, che – alla ricerca della coerenza perfetta delle sue azioni rispetto alle sue convinzioni – è capace di contraddizioni caricaturali: come l’enorme BMW con cui va in giro, o come nell’episodio in cui il suo immacolato prato di fronte casa (comprato a strisce già pronte e srotolato sulla terra dissodata come quello di tutti i suoi vicini di casa in perfetto stile boulevard della West Coast) inizia a essere sforacchiato dai procioni. La soluzione di Dave in principio è nientemeno quella di ucciderli, ma quando si rende conto che, così facendo, commetterebbe lo stesso crimine di cui si macchia chi con tanta solerzia combatte, ha la brillante idea di liberarsene trasportandoli nel parco, de facto introducendo una nuova specie.

Il tutto è narrato in uno stile sincopato, senza tregua, al Present Tense e con i tipici periodi ‘germanici’ di Boyle, molto poco inglesi nell’essere senza fine, un rincorrersi di virgole e digressioni in flussi di coscienza che durano decine e decine di righe prima di arrivare al punto e a capo. I fedelissimi di Boyle mormorano che, venendo dagli altri suoi lavori, When the Killing’s Done si collocherebbe forse su un gradino ‘inferiore’.I personaggi, ben delineati in principio, risulterebbero più ‘deboli’ rispetto alle grandi personalità descritte per esempio in The Women o in The Inner Circle, sfumati e sacrificati nel grand melee del degenerare della vicenda. Forse però è proprio questo precipitare senza sosta nel contesto che rende When the Killing’s Done speciale. Boyle – grande camminatore, solitario, dichiaratamente ambientalista – tratta per la prima volta esplicitamente un tema a lui così caro, ma lo fa con una leggerezza e uno spirito critico che riesce a dipingere contraddizione a volte grottesche dell’animo umano con un’ironia che non sfocia mai nel sarcasmo.

Questo lo stesso atteggiamento che Boyle riserba anche alla platea. Riduttivo definirlo uno scrittore: una persona di genio puro, un artista a tutti livelli con il divino dono di fare ironia anche e soprattutto su se stesso. Una grande personalità, il fatto che scriva viene dopo, come forse sempre dovrebbe essere e come molto spesso non accade.

Non risparmia neanche il proprio trovarsi là, a riempire un teatro. Pensava di essere un intellettuale, uno che rimane mesi da solo a guardare fuori dalla finestra e ticchettare su una tastiera, e invece si ritrova a fare tour europei, a riempire teatri, con le telecamere dello speciale per la TV tedesca che gli si puntano addosso dalla sveglia in albergo sino all’ultima fermata del treno. Questo pare essere diventata l’industria del libro oggigiorno – commenta. Ironizza sui blog e sugli e-reader; lui, che è stato uno dei primi scrittori americani di spicco a utilizzare il blogging a livello militante; lui, che contro gli ebook non ha nulla, che anzi, ha brevettato una speciale penna per autografare i Kindle: a getto d’acido.

Si inchina, Mr T.C. Boyle, con la sua giacchetta gialla, e il teatro lo ringrazia con uno scroscio di applausi lungo, come si addice ai teatri, ai grandi libri, alle grandi personalità.

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