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"Volevo solo andare a letto presto", incontro con Chiara Moscardelli

"Volevo solo andare a letto presto", incontro con Chiara MoscardelliVolevo solo andare a letto presto (Giunti, 2016) è il quarto romanzo di Chiara Moscardelli, scrittrice romana trapiantata a Milano, che anche questa volta ci racconta una vicenda brillante, in cui però la trama sentimentale si intreccia a elementi thriller.

Agata, la protagonista, è una trentacinquenne single e ipocondriaca. L'essere stata cresciuta in una comunità hippy da una madre svaporata e priva di regole l'ha resa, per contrasto, maniaca del controllo, bisognosa di una psicoterapia e priva di una vita sentimentale appagante, anche se lavora con successo in una galleria d'arte e ha un gruppetto di amici fedeli. Nel momento in cui l'invito a recarsi in una villa sull'Appia per valutare alcuni quadri che il proprietario vorrebbe vendere la porta a scontrarsi con un uomo misterioso, la sua ordinatissima esistenza viene completamente stravolta, trascinandola in una serie di avventure a volte esilaranti, a volte cariche di tensione.

Un'altra donna imperdibile entra quindi a far parte della galleria di protagoniste molto particolari che hanno animato i romanzi precedenti di Moscardelli, con cui abbiamo piacevolmente chiacchierato nel corso di un pranzo per i blogger organizzato a Milano dalla casa editrice Giunti.

 

Quanto c'è di autobiografico nella storia di Agata?

Molto meno che nei romanzi precedenti, anche se mi piace pensare che questa sia la mia quarta personalità. Volevo essere una gatta morta ero proprio io, parlavo in prima persona, e anche in La vita non è un film comparivano ancora tutti i miei amici.

Agata Trambusti, in fondo, mi assomiglia solo perché è una fan delle telenovelas e lavora in una casa d'aste, come ho fatto anch'io per un certo periodo in una delle mie vite passate.

 

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Come le è venuta in mente la storia?

Nasce tutto dalla premessa, che in realtà ho scritto senza immaginare come sarebbe proseguita la storia, solo perché mi piaceva quella scena. La casa d'aste era un ambiente che conoscevo bene e poi avevo appena letto Maestra di Lisa Hilton e forse ne sono rimasta influenzata.

 

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Perché ha scelto la commistione giallo-rosa?

I gialli sono in realtà una passione e il mio sogno sarebbe quello di scrivere delle sceneggiature alla Hitchcock, tipo Caccia al ladro, dove c'è una trama gialla ma anche la storia d'amore tra Cary Grant e Grace Kelly: le sceneggiature di quell'epoca erano veramente dei romanzi completi.

Il giallo mi serve anche come pretesto per far avanzare la storia. Le mie protagoniste sono sempre donne bloccate, la cui vita sentimentale si è fermata: ci vuole un elemento esterno per farle uscire dallo stallo e generare un cambiamento. Nel mio secondo romanzo facevo partecipare la protagonista a uno speed date: ci ho provato davvero di persona per vedere cosa poteva succedere, ma a me non è successo nulla.

 

Le sue protagoniste sono delle antieroine, oppure delle vere eroine della vita quotidiana?

Sono antieroine, perché sempre sfigatissime, ma anche delle eroine, perché combattono comunque il crimine. Per certi versi sono delle eroine dei sentimenti, come me che sopravvivo tutti i giorni senza suicidarmi. Non le ho fatte nascere con una famiglia e un fidanzato perfetto, si devono arrangiare.

 

Però nei suoi libri c'è sempre un lieto fine.

Il lieto fine in realtà mi è stato imposto, perché in origine le mie storie erano più realistiche, e io tendevo a farle finire un po' meno bene. Però mi è stato insegnato che le commedie "devono" avere un lieto fine per essere considerate tali. Per scrivere cose diverse dovrei uscire dal genere commedia: in futuro vorrei creare un personaggio un meno positivo.

 

Perché Agata è ipocondriaca?

Io non lo sono, e non lo sono mai stata, però lo è la mia migliore amica, e così mi sono ispirata a lei. Del resto, se ti chiudi in un tuo mondo personale, in fondo stai bene, sei al riparo da qualsiasi sofferenza. Anch'io sono talmente terrorizzata al pensiero di relazionarmi con un uomo che preferisco passare le sere chiusa in casa a scrivere.

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"Volevo solo andare a letto presto", incontro con Chiara MoscardelliI personaggi seguono comunque un'evoluzione, perché dalla timidezza iniziale, dalla posizione bloccata, escono ad affrontare i problemi che si presentano.

Sì, è vero, e mi piace che questo appaia nella storia. L'ultimo anno per me è stato pieno di cambiamenti, tanto che io ho cambiato il mio atteggiamento nei confronti del mondo. Mi sento più solida e con meno paure, perciò il personaggio rispecchia quello che io sono adesso.

 

Anche il protagonista maschile è un antieroe?

Sì, i miei personaggi maschili lo sono sempre. Questo, in particolare, è più approfondito rispetto a quelli dei libri precedenti, che sono sempre un po' ricalcati sugli eroi delle telenovelas, sfaccettati e misteriosi ma forse non troppo reali: li ho descritti come vedo il mio uomo ideale.

 

E cosa ci dice del personaggio della mamma hippy di Agata?

Mia madre è esattamente l'opposto, una donna asburgica che mi ha educato in modo molto rigido. Mi ha inculcato un senso del dovere faticoso, che mi ha anche rovinato un po' la vita. Rosa, per certi versi, è la madre che avrei voluto avere, sebbene l'eccessiva libertà non sia ammissibile. Vorrei togliermi di dosso le responsabilità e ricominciare da capo, anche se so che a 44 anni non mi è più possibile bigiare la scuola, come non ho mai fatto quand'era il momento. Mio padre è un uomo molto colto e brillante, ma non c'è mai stato, visto che se n'è andato di casa quand'ero piccola: per questo le mie protagoniste hanno di solito dei padri assenti.

 

Cosa pensano i suoi genitori dei romanzi che scrive?

Sono fierissimi, li leggono ancora in bozza. All'inizio ero imbarazzatissima, visto che i miei libri erano molto autobiografici, soprattutto quando raccontavo le mie storie con gli uomini. Dopo aver letto il primo, mia madre mi ha detto "Chiara, che brutta vita che hai avuto!" e si è pure messa a piangere. Mio padre critica l'assenza delle figure paterne, ma dimentica che lui è stato così con me.

 

Che tipo di amore è quello sbagliato?

L'amore più sbagliato è quello che ti sminuisce, per desiderio di essere accettato dall'altro: piegarsi, accettare tutto, sentirsi non degni per amore è sbagliato. La cosa più importante per una donna è piacere soprattutto a sé stessa, il fatto che un uomo ti dica che sei bella e in gamba dev'essere un valore aggiunto.

La vera forza di una donna sta nel capire che può fare tutto da sola, anche senza un uomo accanto. La società non fa che chiederti perché non sei sposata, perché non hai figli, ma chi stabilisce che la maternità dev'essere obbligatoria?

Io certe volte dico che sono vedova. Se sei legata al ricordo di un marito morto nessuno ti rimprovera di non avere altro, o di non avere avuto dei figli, come mi è capitato spesso.

Ho 44 anni, non ho avuto figli e quasi sicuramente ormai non ne avrò più, ma questi sono o no fatti miei?

 

Nel romanzo è importante il ruolo dello psicologo che segue Agata. La scrittura può essere una terapia?

Sì e no, perché scrivendo io mi chiudo nel mio mondo, a vivere una vita che in realtà non ho. Il rischio è che poi, nella vita reale, incontri un uomo normale e lo scarti perché non assomiglia all'eroe delle tue telenovelas. Però quando scrivo, io sto bene e mi sento in pace con me stessa: in quel momento esistiamo solo io e i miei personaggi.


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