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"Volevamo andare lontano", un omaggio agli immigrati italiani in Germania

"Volevamo andare lontano", un omaggio agli immigrati italiani in GermaniaVolevamo andare lontano (Sperling&Kupfer, 2018 – traduzione di Valeria Raimondi) è il romanzo d'esordio di Daniel Speck, noto sceneggiatore tedesco, che arriva in Italia dopo il grande successo avuto in Germania, dove stanno anche girando una serie tv tratta dal libro.

Speck ha voluto raccontare, attraverso la storia di una famiglia che dall'isola di Salina emigra verso nord, in parte a Milano e in parte a Monaco di Baviera, l'epopea di quei milioni di italiani che, tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso, contribuirono con il loro lavoro non solo all'industrializzazione italiana, ma soprattutto alla strepitosa rinascita economica della Germania. È stato anche grazie a loro se un paese uscito completamente distrutto, in senso materiale e morale, dalla follia del nazismo e dalla seconda guerra mondiale, ha conquistato in pochi decenni l'egemonia europea.

La storia, raccontata a ritroso, inizia a Milano, nel 2014: Julia, una promettente stilista tedesca, è chiamata a presentare le sue creazioni nelle prestigiose sfilate milanesi.

In quest’occasione viene avvicinata da un anziano signore tedesco, che si presenta come Vincent Schlewitz e sostiene di essere suo nonno, padre di quel padre scomparso nel nulla nel corso della sua infanzia, di cui lei conserva solo un vago ricordo.

 

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Julia sarebbe tentata di classificarlo come un impostore, però l'uomo le mostra la foto di una ragazza che le assomiglia in modo impressionante, ma è abbigliata secondo la moda di sessant'anni prima, e le dice che si tratta di sua nonna Giulietta. La somiglianza abbatte tutte le difese di Julia, che da quel momento si ritrova ad ascoltare non solo il racconto della storia d'amore tra i nonni mai conosciuti, ma anche a scoprire uno dopo l'altro i membri di una famiglia che non ha mai saputo di avere. Tra Milano e Salina, Monaco e Napoli, Julia rimette insieme a uno a uno i tasselli mancanti della sua vita, ricostruendo un'affascinante saga familiare, che è soprattutto un tributo ai milioni di gastarbeiter, come sono chiamati in Germania i lavoratori stranieri.

"Volevamo andare lontano", un omaggio agli immigrati italiani in Germania

Si parla anche molto di auto, a partire dalla mitica Isetta, la prima utilitaria che, costruita dalla fabbrica di automobili milanese Iso Rivolta, venne poi prodotta con grande successo dalla BMW in Germania. Il lato forse più interessante di questo romanzo è che Speck riesce a raccontare l'Italia e gli italiani in un modo che appare del tutto privo dei soliti cliché, quelli che rendono spesso stucchevoli e superficiali molti romanzi di autori stranieri ambientati nel nostro paese.

Daniel Speck, che parla un italiano perfetto e ha un forte legame affettivo con il nostro paese, dove ha anche vissuto e studiato per qualche anno, ha incontrato un gruppo di blogger nel corso della tappa milanese del suo tour di presentazioni.

 

Qual è il suo rapporto con le auto, che hanno tanta importanza nel libro? Magari possiede una Isetta?

No, ma la Isetta ha accompagnato la mia infanzia: quand'ero bambino, Monaco ne era piena, ed era un po' il simbolo del miracolo economico. Però possiedo una Iso Rivolta coupé, l'auto di Vincent che ritorna più volte nel romanzo: ci ho messo due anni a trovarne una e adesso la voglio usare per il mio tour italiano.

A me piace il design delle auto italiane degli anni Sessanta e Settanta, che per me non sono veicoli ma opere d'arte, e mi hanno sempre attirato.

Il fatto di scrivere un romanzo sulla migrazione è molto legato all'automobile, perché il dopoguerra ha sviluppato la motorizzazione di massa e l'auto è stata il cuore del miracolo economico. Senza le auto, tra l'altro, non si potevano raggiungere le fabbriche, che non erano al centro delle città. I tedeschi iniziavano anche a viaggiare tanto, e le auto per tutti erano prima la Isetta, poi il Maggiolino Wolkswagen. Moltissimi operai italiani lavoravano nelle fabbriche di auto, e quel successo dell'industria automobilistica tedesca non sarebbe stato possibile senza di loro.

Nel periodo dal 1955 al 1973, grazie ad accordi speciali tra lo stato tedesco e quello italiano, in Germania arrivarono ben quattordici milioni di persone dall'Italia. Con la crisi del petrolio del 1973, calarono le auto e quindi anche l'immigrazione.

Per questo parlo di auto, e poi di moda, perché Giulietta doveva avere una passione diversa dal resto della sua famiglia. La moda allora si faceva in casa, le donne cucivano abiti senza dover andare in una fabbrica, tra l'altro gli uomini meridionali preferivano che le mogli stessero a casa e quindi se facevano le sarte andava bene anche a loro.

 

Perché ha scelto di scrivere un romanzo ambientato proprio in quel periodo?

Italia e Germania sono i miei paesi preferiti e volevo raccontare una storia d'amore non solo tra le persone, ma anche fra i due paesi. Ci sono tantissimi romanzi di famiglia che però sono sempre chiusi in una casa, come I Buddenbrok: nello stesso letto in cui nasci, fai l'amore, nasce tuo figlio, muori... Questo concetto del romanzo di famiglia per me è superato, perché oggi non si vive più così. Noi ci muoviamo, superiamo i confini, quindi volevo parlare di persone e di famiglie che si spostano da un luogo all'altro.

 

Il nome Giulietta è stato scelto perché doveva ricordare un'auto oppure è stato un fatto casuale?

Tutti i personaggi hanno nomi collegati con le auto: Vincenzo, ad esempio, vuole ricordare Vincenzo Lancia, ma Giulietta mi piace comunque come nome. Solo dopo ho pensato di collegarla all'auto, facendo comparire anche quella.

A volte, quando leggo dei romanzi d'amore li trovo un po' troppo dolci, per cui volevo inserire degli elementi un po' maschili, un po' duri e concreti: la fabbrica, la meccanica, la fatica del lavoro. Non volevo rischiare di essere troppo melodrammatico.

Quello che amo del neorealismo cinematografico italiano, ad esempio, è la capacità di raccontare storie molto toccanti senza essere sdolcinato. il padre di Ladri di biciclette è prima di tutto un uomo che deve lavorare. Ho letto molto e mi sono documentato il più possibile su quel periodo così pieno di avvenimenti, come il terrorismo di cui poi ho dovuto parlare.

"Volevamo andare lontano", un omaggio agli immigrati italiani in Germania

È stato difficile immedesimarsi in due personaggi femminili così intensi come Giulietta e Julia?

Il mio lavoro di sceneggiatore è da sempre quello di essere un camaleonte, di vivere le vite degli altri. Forse per impersonare una donna devo fare uno sforzo in più, però direi che in loro c'è sempre qualcosa che trovo anche in me. Quando ero un giovane sceneggiatore vivevo come Julia, sacrificando tutto alla mia passione: questi sentimenti non sono solo femminili. Non mi sono sentito un inventore, ma un testimone di una storia vera, come se questi personaggi fossero effettivamente vissuti.

Incontro molte persone e scrivo tante storie, per cui non mi è poi così difficile mettermi nei panni di una donna.

 

Quali sono state le parti più difficili da scrivere?

Non ho avuto particolari difficoltà, perché avevo già in mente tutta la storia e sapevo esattamente come si sarebbero comportati i personaggi. La difficoltà maggiore per me è stata trovare un mio linguaggio da scrittore, perché da sceneggiatore devi usare una lingua molto semplice e secca, quindi la sfida era scrivere da romanziere. Ho trovato il mio stile pensando che i personaggi che descrivo sono umili, persone modeste, quindi non hanno una lingua troppo elaborata e si devono esprimere in modo semplice. Ho cercato di dar loro un linguaggio naturale, lavorando soprattutto per sottrazione e concentrandomi sugli eventi.

Non devi descrivere troppo le emozioni. Ci sono romanzi che usano tantissime parole ma in cui non succede niente, e queste storie mi annoiano terribilmente. Forse il linguaggio cinematografico mi ha aiutato a descrivere più le azioni delle emozioni.

 

Come mai, dopo anni passati a scrivere storie come sceneggiatore, ha avvertito l'esigenza di passare al romanzo?

Perché mi sento più libero. Il lavoro di sceneggiatore ha molte costrizioni, a partire dal budget. Io qui scrivo che i personaggi si trovano in piazza del Duomo a Milano, negli anni Cinquanta, ma un produttore cinematografico mi direbbe "Sei pazzo? Duecento comparse, i costumi, le auto d'epoca..." e questa frase tradotta al cinema costerebbe un milione di euro. In un romanzo posso scriverlo senza problemi.

Scrivere sceneggiature vuol dire scrivere un testo che poi diventerà un film. Il regista ha le sue esigenze, magari vuole un'attrice che ha dieci anni meno di come hai pensato il personaggio e te lo fa cambiare, come è successo per la versione televisiva diVolevamo andare lontano. Io volevo scrivere una storia senza pormi dei limiti.

Sono così contento di questa esperienza che adesso sto scrivendo un secondo romanzo, e forse per un po' non scriverò sceneggiature.

 

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Di cosa parlerà questo prossimo romanzo?

Racconto sempre di una famiglia italiana, ma è ambientato in Tunisia, durante la guerra. A Tunisi c'era una comunità italiana molto interessante, soprannominata "piccola Sicilia" e da cui è venuta anche Claudia Cardinale, per cui racconto i rapporti tra la piccola e la grande Sicilia nel corso di tre generazioni. C'è sempre la scoperta di un tabù familiare, come è accaduto anche in Volevamo andare lontano.

"Volevamo andare lontano", un omaggio agli immigrati italiani in Germania

Perché questa scelta di spaziare tra le generazioni?

Perché mi piace, m'interessa il passato e il salto nel tempo, come noi nel presente siamo influenzati dal passato, a volte anche senza saperlo.

 

Anche i luoghi sono molto importanti in Volevamo andare lontano.

Senz'altro! Per me scrivere è viaggiare: senza essere stato a Milano, o a Salina, non avrei potuto scrivere il libro in questo modo, perché cerco sempre di trasmettere al lettore quello che sento io in un luogo.

Voglio aggiungere che la storia degli italiani emigrati in Germamia è una storia di successo: sono riusciti a portarci la loro cultura e a insegnarla ai tedeschi, che hanno cambiato un po' il loro modo di vivere. Grazie agli immigrati la Germania è diventata un paese più aperto, più accogliente, allontanandosi dal cliché del tedesco rigido e inquadrato. Sapete che i tedeschi hanno imparato a mangiare all'aperto grazie agli italiani che per primi hanno messo i tavolini davanti ai loro locali? Prima, per i tedeschi era impensabile mangiare "fuori" da un ristorante. Cominciarono gli studenti, negli anni della contestazione, a sedersi ai tavolini all'aperto delle trattorie italiane in opposizione ai loro padri borghesi che mangiavano al chiuso: adesso i tedeschi sono capaci di mangiare all'aperto anche ad Amburgo nel mese d'aprile, quando fa ancora un freddo tremendo!


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