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Vivere senza l’infanzia. “La bastarda della Carolina” di Dorothy Allison

Vivere senza l’infanzia. “La bastarda della Carolina” di Dorothy AllisonLa bastarda della Carolina, edito da minimum fax e tradotto da Sara Bilotti, è il primo dei romanzi scritti da Dorothy Allison, autrice statunitense oggetto di culto in patria, i cui principali segni distintivi sono, oltre alla versatilità, la potenza di uno scavo psicologico scevro di qualunque ipocrisia e un anticonformismo così radicale, nella vita come nelle opere letterarie, che in passato ha fatto gridare allo scandalo segmenti puritani dell’America “profonda”. La sua vita è stata contrassegnata, come quella della protagonista di La bastarda della Carolina, che è infatti un romanzo semi-autobiografico, dalla povertà della famiglia d’origine, a causa della quale in giovane età ha dovuto adattarsi ai più svariati lavori, e dal sistematico abuso, nell’infanzia e nella preadolescenza, da parte del patrigno. Eventi cui la Allison ha saputo reagire, trasformando il suo dolore e la sua rabbia in impegno sociale, attraverso la partecipazione attiva al femminismo e ad altri movimenti a tutela dei diritti civili. Per quanto concerne la scrittura si è dedicata tanto a saggi quanto a raccolte di racconti, poesie e romanzi che sono stati utilizzati come soggetti cinematografici, compresa La bastarda della Carolina, il cui omonimo film è stato diretto nel 1996 da Anjelica Huston.

 

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La prima parte del romanzo descrive l’allegra e chiassosa quotidianità dei Boatwright, una famiglia sottoproletaria di Greenville, nel South Carolina degli anni ’50, all’interno della quale nasce la protagonista, Ruth Anne detta Bone, definita nel certificato di nascita “bastarda” perché il padre è fuggito senza riconoscerla otto giorni dopo la sua nascita.Una famiglia allargata, connotata da un’endemica miseria che fa soffrire di una «fame che non dà tregua», dall’irascibilità degli zii di Bone, spesso in galera per ubriachezza molesta e rissa, e dal disprezzo con cui viene trattata dai borghesi (per i quali è solo “white trash”),primi tra tutti gli arroganti parenti di Glen, innamorato e poi marito di Anney, la madre della protagonista. Ma anche una famiglia fiera, protettiva e a dispetto delle apparenze dotata di saldi valori, dentro la quale la bambina vive tante piccole gioie, legate al rapporto d’intensa complicità con la madre, all’affetto sincero che la unisce a tutti gli altri famigliari e all’amore per la musica sia country sia gospel, che la spinge a sperare di poter diventare da grande una cantante.

«Quando penso a quell’estate – a quando dormivo dalle mie zie o a casa mia, al profumo del collo di mamma quando si chinava per stringerci al buio, al suono della risata di Little Earle e al rumore del tabacco di nonna che atterrava sul terreno arido, alla musica country che risuonava leggera dappertutto, che apparteneva alla sera quanto i grilli e la luce della luna – mi sento di nuovo al sicuro. Nessun luogo mi è mai più sembrato tanto dolce e sereno, nessun luogo mi è più sembrato casa.»

Vivere senza l’infanzia. “La bastarda della Carolina” di Dorothy Allison

Ma a un certo punto, complice la crescente frustrazione del viscido e perverso «papà Glen», legata all’ostentata disistima del ricco padre e ai continui licenziamenti, con conseguenti traslochi da una casa all’altra, la narrazione sterza verso l’orrore, in un crescendo di tensione e violenza. Da patrigno fragile e inetto, incapace di provvedere alle necessità della propria famiglia ma “normalmente” interessato alle sue sorti, l’uomo si trasforma infatti in mostro che maltratta l’ancora piccolissima Bone, arrivando spesso a picchiarla in maniera selvaggia, senza alcuna ragione se non la volontà di sfogare su di lei i suoi malumori e punirla in quanto “colpevole” di esistere e suscitargli una perversa attrazione. Il gradino immediatamente successivo lungo la scala delle atrocità è infatti costituito dalle attenzioni sessuali che Glen inizia a rivolgere alla bimba la quale, spaventata e inorridita, non ha il coraggio di parlarne con nessuno, arrivando a sentirsene responsabile e a detestarsi.

«A volte, quando alzavo lo sguardo sulla faccia rossa di Glen e sui suoi occhi in fiamme, mi convincevo che il vero motivo per cui mi picchiava non aveva niente a che spartire con ciò che facevo. Il vero motivo ero io, la mia stessa esistenza, quel che ero ai suoi occhi, e ai miei. Io ero il male. Certo che lo ero.»

 

Anney, pur amando teneramente la figlia, come dimostra anche la sua ostinata guerra contro il Comune di Greenville per ottenere l’eliminazione dal suo certificato di nascita della scritta-marchio “bastarda”, dopo un’iniziale riluttanza accetta le violenze di Glen – che in sua presenza sta peraltro attento a contenerle – come metodo correttivo, lasciandosi convincere della loro necessità. Anney rifiuta cioè di rendersi conto della vera natura dell’interesse del marito verso la figlia, come nella realtà accade a tante mogli/madri, per la difficoltà di accettare una verità così mostruosa e destabilizzante. Solo dopo che la sorella Raylene, accortasi per caso dei lividi sul corpo della nipote, malgrado i tentativi di questa di nasconderli, ne rende partecipe l’intera famiglia, la madre della protagonista di La bastarda della Carolina viene costretta a prendere atto, almeno in parte, della realtà, e ad andarsene da casa con le figlie. Ma questo non mette al riparo Bone, ormai ragazzina, dall’ultima, terribile violenza a opera del sempre più livoroso e sadico Glen.

La Allison descrive in modo esemplare il coacervo di sentimenti, emozioni e pensieri che si agitano dentro Bone, sorretta da uno stile di straordinaria limpidezza e intensità espressiva. Una bimba/ragazzina descritta con sconvolgente veridicità, «piena di speranza almeno quanto di disperazione»; tenace sino all’ostinazione, ladra e vendicativa, ma anche coraggiosa, fiera e lucida, intrisa di un profondo senso di giustizia, tenerezza filiale e capacità di amare. Una bambina costretta a crescere troppo in fretta, chea dodici anni si trova deprivata per sempre dell’infanzia/adolescenza ma ciononostante riesce a non arrendersi alla disperazione.

Ci sono in lei vergogna e senso di colpa, che i centri antiviolenza ritengono i sentimenti più pericolosi per la destrutturazione della personalità: «Era colpa mia, era tutta colpa mia. Avevo rovinato tutto… Sprofondai nella vergogna come un suicida che si getta in un fiume.»

Vivere senza l’infanzia. “La bastarda della Carolina” di Dorothy Allison

«Dalla vergogna nasce la negazione» scrive Allison nella toccante postfazione. Infatti è proprio sulla vergogna delle vittime innocenti che, spinte dai propri carnefici a sentirsi responsabili degli abusi subiti, si rifiutano di uscire dal silenzio, perdendo ogni fiducia in se stesse e nella possibilità di una vita “altra”, che spesso s’innesca quella spirale perversa che le porta a trasformarsi a propria volta, col tempo, in “orchi”.

Ma in Bone c’è anche il disperato sforzo di capire, malgrado la giovanissima età: «Forse non era colpa sua. E neanche mia. Forse non importava di chi fosse la colpa. Forse era come diceva Raylene, era così che andava il mondo, i cuori si spezzano continuamente.»

C’è la furia violenta dell’odio e dell’istinto di vendetta, che lascia però sempre aperto uno spiraglio alla fiducia, all’amore e al perdono: «lasciai che mi facesse voltare il capo per poi appoggiarmi. Mi fidai delle sue braccia e del suo amore… Mamma mi liberò il viso dai capelli, mi racchiuse il volto tra le mani, mi tenne al sicuro. Nascosi il viso sul suo collo e lasciai andare tutto. Il dolore. La rabbia. La colpa e la vergogna.» C’è un fortissimo istinto protettivo, invertito rispetto alla norma perché, mentre quello di Anney cede di fronte ai ricatti morali del marito, quello di Bone non si ferma nemmeno di fronte al tragico diapason della crudeltà di Glen, aggravato dal quasi simultaneo perdono concessogli dalla moglie: «Ero molto più terrorizzata di far del male a lei che di ciò che sarebbe accaduto a me… Volevo dirle una bugia, volevo dirle che non avevo mai dubitato di lei, che nulla avrebbe mai potuto mettere in discussione il mio amore per lei.»

 

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C’è, soprattutto, la forza “scandalosamente sovversiva” della resilienza, perché La bastarda della Carolina mostra come l’umanità possa riemergere dall’orrore, a patto che sappia mantenere la sua capacità di “amorosa comprensione” e compassione, verso di sé e verso gli altri. Purché cioè trovi la forza da un lato di sopportare lo strazio di quanto subito, interiorizzandolo nel proprio vissuto, dall’altro di condividerlo e guardare oltre, re-imparando ad amare, sperare e stupirsi “della meraviglia del mondo”.

Un lacerante, magico per potenza di stile e pathos e non a caso pluripremiato, libro-verità, che pone interrogativi cui è impossibile dare adeguate risposte, ma che è anche un monito a riflettere, leggere segnali che magari sinora abbiamo fatto cadere nel vuoto, perché pensiamo che i mostri possano esistere solo in certi ambienti degradati, non nelle nostre famiglie “perbene”. Per queste ragioni bisognerebbe ringraziare Dorothy Allison e diffondere quanto più possibile, in particolare tra gli adolescenti, la lettura del suo romanzo, anziché censurarlo, come è stato fatto da alcune scuole americane. Non solo perché, come scrive l’autrice, censurare un libro significa rinunciare a una possibilità in più «di crescere e trovare un senso alle cose del mondo», ma perché è auspicabile che chi forma le giovani menti comprenda prima di altri che solo guardando l’abisso si può imparare a difendersene e a non averne paura, aiutando chi ci è ancora dentro a fare altrettanto. Per cercare di risalire insieme, come l’indimenticabile Bastarda della Carolina, oltre l’orrore di un buio abitato da solitudine e mostri, verso la luce di una vita degna d’essere vissuta.


Per la prima foto, copyright: Cherry Laithang.

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