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Vite che non possiamo permetterci - Faccia a Faccia con Bauman e il suo ultimo libro

Zygmunt BaumanOssia non proprio faccia a faccia, ma “facce a faccia”, questo sì. Centinaia di facce, stipate in un auditorium per poter ascoltare, per poter sentire, fin nel profondo della propria mente, le idee e i dubbi che uno dei più importanti filosofi viventi avrebbe sicuramente dispensato alla platea con la consueta grazia e fermezza, con la speranza che il contatto che si sarebbe generato con quelli che lui stesso definisce “vettori di parola” (gli esseri umani) potesse durare ben oltre quell’ora e mezza di incontro. Per quanto mi riguarda così è stato.

Zygmunt Bauman, sociologo, filosofo e saggista polacco di fama internazionale, inventore della metafora della “società liquida” (una società, la nostra, caratterizzata da forte instabilità ed incertezza, in cui l’essere umano è passato da “produttore” a mero “consumatore”, che trova la sua ragion d’essere e il suo riconoscimento esclusivamente nell’atto del consumo) è oggi un ometto ossuto e un po’ ricurvo. Da vicino sembra reggersi in piedi solo grazie a quei piccoli ciuffetti di capelli bianchi ai lati della testa e ai pensieri che intorno ad essi si muovono, come elettroni intorno al nucleo delle sue idee che, insieme ai grandi occhiali di osso, sono diventati l’emblema di questo acuto pensatore.

Lo osservo, lo osserviamo tutti in silenzio, mentre si sistema tranquillamente il microfono e sceglie di non sedersi sulla comoda poltroncina di pelle rossa che gli hanno preparato perché potesse presentare il suo nuovo libro: “Vite”, sottotitolo: “che non possiamo permetterci.” Un dialogo fra Zygmunt Bauman e Citlali Rovirosa-Madrazo, che punta a sezionare e a decodificare la realtà economica e sociale che stiamo vivendo a seguito della grande crisi finanziaria del 2008.

Il titolo originale del testo (“Living on Borrowed Time” – letteralmente “vivendo in un tempo preso in prestito”) mi fa pensare ad una vecchia canzone di John Lennon (appunto Borrowed time), che metteva a confronto la spensieratezza dell’età giovanile, che sembra vivere il tempo di qualcun altro, prendendolo in prestito, e l’età matura in cui quel tempo è stato speso e non tornerà più. L’idea di fondo di questa raccolta di riflessioni di Bauman è pero molto meno scontata e decisamente più difficile da assimilare, perché evidenzia che la nostra attitudine a vivere il tempo
preso in prestito si basa sulla possibilità di prendere in prestito anche il denaro che ci serve per vivere questo tempo. La nostra attitudine al debito diventa quindi una droga.

Il sistema bancario ci ha pian piano abituato a questa droga, rendendosi conto che un debitore che non è puntuale nei pagamenti è di fatto migliore di uno che restituisce subito il debito. Un debitore inadempiente vorrà comunque consumare e per farlo chiederà altro denaro in prestito per pagare il suo vecchio debito e poter continuare a comprare tutto ciò che gli altri consumatori come lui hanno, vogliono, sentono di dover avere per essere parte della tribù. Ecco quindi che Zygmunt Bauman ci rivela che la grande crisi finanziaria del 2008, che sembrava aver portato al collasso l’intero sistema capitalistico mondiale, non è una debacle, al contrario rappresenta un effetto del più grande successo del sistema capitalistico post-moderno. Successo nel trasformare una stragrande maggioranza di donne ed uomini, vecchi e giovani in una compatta ed omogenea razza di eterni debitori. Le banche avrebbero quindi ottenuto il loro scopo: una condizione d’indebitamento che si auto perpetua.

Come reagisce allora l’essere consumatore-debitore a tutto questo? Zygmunt Bauman ci dice che si crea spazi di autoconservazione, realtà virtuali, in cui rivedere la propria identità. Diverse comunità virtuali in cui produrre diversi se stessi per moltiplicare il poco tempo rimasto, tempo che ha un valore crescente proprio perché prenderlo in prestito costa sempre di più. Il consumatore-debitore quindi si crea un network di sostegno. Non a caso in questa raccolta di pensieri del grande sociologo polacco si parla di network e non di community. Il primo è molto più dinamico della seconda, e permette di creare ed eliminare un collegamento con un altro essere umano con molta più facilità e rapidità, essendo riuscito ad eliminare la fisicità che caratterizza la comunità. Il network genera quindi una realtà “on-line” ben più interessante di quella “off-line”, poiché multipla e ancora più “liquida” della precedente. Una realtà in cui si può essere più persone differenti allo stesso tempo ed in cui è possibile interagire in modo diverso con persone simili, solo per provarne l’effetto e senza doverne scontare l’eventuale impatto negativo di carattere emotivo che si cela in una esperienza “off-line”.

Mentre Bauman srotola il papiro del mondo in un inglese forbito, il suo ruvido accento polacco si conficca nelle orecchie della platea, disturbandone la mente. Mi guardo intorno per un attimo e il rumore dei dubbi che stanno scalando insieme la cima della nostra quieta libertà è quasi insopportabile.

Non condividerete tutto delle duecento pagine di questo libro, ne sono certo. Sarà troppo pessimistico, semplicistico, solipsistico. Vi infastidirà in alcune pagine e poi vi farà ricredere, tentando di negare ciò che vi è sempre sembrato chiaro. Ed è per questo che ve lo consiglio.

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Commenti

Ma se siamo solo dei debitori cronici e dei simulatori di vite altrui, perchè insistiamo a volerlo prendere in prestito questo tempo? Lasciamolo scorrere e noi con lui, senza spendere, senza cercare di integrarci, senza mangiare la nostra stessa vita, pur di riposarci nel cantuccio dell'appartenenza. Chissà che non nasca una nuova possibilità: l'essere pensatore.
Dario

Sarà vero che viviamo un tempo preso a prestito, ma forse è più vero - anche se non ci consola - che siamo noi, precari e provvisori, prestati ad un Tempo che credevamo Tempo-galantuomo, e non lo era.
Questa condizione, ovviamente, contribuisce a far venir meno ogni impegno etico con la vita, a renderci tristemente irresponsabili, ad affrettare la fine del mondo dove sin'ora abbiamo abitato, prima che un altro, un mondo nuovo, si prospetti all'orizzonte.

Grazie a Dario e a Carmelo per i loro commenti.
Non so se sia più saggio lasciarlo scorrere questo tempo, senza tentare costantemente di fermarlo per inserire sotto le sue unghie un pezzetto delle nostre volontà oppure accelerare così tanto il nostro passo (e con esso il nostro pensiero) da renderlo inutile, da impedirgli di "prenderci in prestito".

Ottima idea quella di commentare l'ultima raccolta di saggi di Bauman. Con pensatori del genere possono sempre nascere dibattiti interessantissimi.
Mi è molto piaciuto il commento di Carmelo. Il problema per Bauman è esattamente questo. Il tempo è diventato inquantificabile ed incalcolabile, come indefinibili siamo diventati noi. Il tempo non si estende più in maniera lineare; si è rarefatto. E' diventato segmento, frammento, punto. Noi viviamo in una costante simultaneità in un insieme di "adesso" che si susseguono senza speranza. L'esplosione del tempo, o meglio la sua implosione, ha portato alla deflagrazione dei rapporti sociali stessi che sono costretti a diventare "liquidi" e ad allentare i propri legami per resistere al bombardamento di hic et nunc a cui sono sottoposti.
Aspettiamo la fine del mondo ad ogni ora....però io sono convinto che, nel complesso questa non sia la fine, ma soltanto un nuovo, magari esaltante, inizio.

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