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Vita in attesa. “Berta Isla” di Javier Marías

Vita in attesa. “Berta Isla” di Javier Marías«Chi si abitua a vivere nell’attesa

non ne accetta mai del tutto la fine»

 

Berta Isla – l’ultimo romanzo di Javier Marías (pubblicato nella traduzione di M. Nicola), autore per Einaudi, fra gli altri, di Un cuore così bianco e di Gli innamoramenti – è una formidabile matriosca narrativa: una storia d’amore nella conca di uno spaccato temporale circoscritto, ossia quello che nella guerra fredda impegna la vita delle spie nel vecchio continente, ben rappresentato dal co-protagonista della storia e marito di Berta: Tomás. Ma a differenza della già presente letteratura di genere, Marías si interessa a una direzione differente: «Quello che ho voluto raccontare delle spie sarebbe cosa succede a una spia prima di diventare spia, come mai lo fa, e anche cosa succede quando una spia smette di essere spia, ovvero ciò che normalmente i libri di spionaggio non raccontano. L’altra parte che mi interessava raccontare era cosa succede alle persone vicine agli individui che fanno la spia, come nel caso di Berta Isla con Tomás, suo marito» (Marías all’ultimo Salone Internazionale del libro di Torino).

 

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L’autore spagnolo ha strutturato un romanzo la cui polifonia si limata all’intreccio fra l’esistente di Berta e quello di Tomás, che però è sempre interpretato e raccontato dalla donna. La quale si scopre impotente e incerta di fronte alla vita segreta del marito: «Ti conosco dall’adolescenza. Da allora ti ho amato con determinazione. Ma dopo, in un lunghissimo dopo che ormai mi trascino dietro e mi attende, quanto poco ho saputo di te» (Berta Isla, Einaudi, pag. 334).

Vita in attesa. “Berta Isla” di Javier Marías

Berta Isla, sul piano più propriamente tematico, si snoda anzitutto seguendo due filoni narrativi: quello dell’attesa, e quello della vicenda amorosa. Mariás è molto abile a individuare nel primo la concausa del secondo, ma al contempo mantenerli separati fino al termine del libro. Legandoli però, per tutta la vicenda, da un elemento quasi innovativo: quello conoscitivo, che si confa perfettamente all’alone di imprevisto e incomprensione che deriva dalla conca in cui si inserisce la narrazione. Le parole dello stesso Marías sono emblematiche a riguardo: «[…] tutto quello che sappiamo lo sappiamo perché ce lo hanno raccontato altre persone, oppure i libri, i giornali e le enciclopedie, oppure è stato consegnato alla storia attraverso cronache, archivi e annali, ai quali diamo credito in quanto li sappiamo antichi e consolidati, come se non si fosse mentito e travisato il vero nei tempi passati e non avessero prevalso le leggende. Noi non assistiamo a quasi nulla, non vediamo quasi nulla, non siamo in grado di affermare quasi nulla con certezza, anche se lo facciamo di continuo» (Ibidem, pag. 355).

Il romanzo, inoltre, vive e carpisce da un potentissimo sostrato letterario quale quello di T.S. Eliot – lo stesso Tomás è così simile al Prufrock del poeta americano. In Berta Isla, infatti, c’è tutta l’opera di Eliot, da The love song of J. Alfred Prufrock ai Four Quartets, per arrivare fino a The Hollow Men. La citazione di Berta da Little Giddinga pagina 367 lo certifica «Qui è finita la mia, di storia. Che cosa mi attende, visto che sono ancora qui, e ora è sempre. Questa è la morte dell’aria. Ma si sopravvive».

Vita in attesa. “Berta Isla” di Javier Marías

La narrazione in terza persona conferisce alla vicenda un’oggettività al contempo bipartita: da un lato rispettando il linguaggio scientifico della spia, dall’altro indagando nel profondo i moti dell’animo dei due personaggi principali. In questo senso, Marías ci regala la sua fatica più riuscita, assumendo i contorni della figura di “scrittore - palombaro”: ovvero egli riesce nel complesso esercizio di mostrare, a intermittenza,  quello che Hemingway avrebbe definito con le parole di iceberg narrativo (che recentemente ha trovato nel romanzo di Marco Balzano, Resto qui, una prova esaltante. Qui la recensione del libro). L’autore di Berta Isla, invero, estrae dal passato il sommerso e il nascosto, descrivendolo come se non avesse mai assunto tale status e sia parte organica del presente. In parallelo, tutto ciò, edifica l’apparizione futura e finale del romanzo, anch’essa gravida di una varietà di intenzioni, che non posso essere meglio riassunte da questi due brevi estratti del romanzo: «Il ritorno è l’infedeltà più profonda» (Ibidem, pag. 343); «E se non fosse morto? E se un giorno ricomparisse perché non ha più dove nascondersi o non sa dove andare? Solo allora si torna, quando non si sa dove andare» (Ibidem, pag. 332).

Il sofisticato scrittore spagnolo, con questo ultimo romanzo, ha voluto tessere le fila di un genere che apparentemente è ben ancorato al reale, per la sua maniacale accuratezza sia storica che documentaristica, ma che allo stesso tempo tuffa la sua natura in quella fittizia e inventiva, che lo rende per l’appunto memorabile. Così dice Berta: «Appena chiudevo l’album tornavo a non immaginarlo più, e nulla esiste senza immaginazione. Perfino quando succedono le cose e fanno parte del presente c’è bisogno dellimmaginazione, perché solo lei dà rilievo ai fatti e ci insegna a distinguere, mente avvengono, le cose memorabili da quelle che non lo sono» (Ibidem, pag. 332).

 

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Ma come accade tutto questo? «È un processo lungo, non è come una freccia che va dritta al bersaglio senza deviare, ma avanza e retrocede e si smarrisce per vie laterali» (Ibidem, pag. 332). Berta Isla procede allo stesso modo.


Per la prima foto, copyright: NeONBRAND.

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