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Violenza sprecata. “Noi felici pochi” di Patrizio Bati

Violenza sprecata. “Noi felici pochi” di Patrizio BatiNoi felici pochi (Mondadori) racconta la storia drammatica di un gruppo di amici della “Roma bene”, abituati a ottenere tutto quello che desiderano e a desiderare tutto quello che non potrebbero ottenere. Ma loro sono cresciuti ai Parioli e tutto possono. L’autore ignoto ha scelto come nome fittizio Patrizio Bati, adattamento italiano di Patrick Bateman, vale a dire il serial killer di American psycho. Una nota in apertura del libro segnala che nelle scene di violenza descritte nel romanzo «tutte le persone di cui si parla sono state realmente aggredite e malmenate». E il romanzo è intriso di violenza, così come di cupidigia, arroganza, egoismo, ma – è bene anticiparlo – questo tripudio di emozioni non ha trovato felice realizzazione nella pagina, che si riempie di azioni che poste una di seguito all’altra non mantengono la promessa di una narrazione “potente e maleducata”.

 

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La storia ha inizio con un incidente, o meglio, con una macchina uscita di strada.

 

«La macchina cominciò a rotolare giù dal promontorio, tra cespugli e rocce.

Rotolare.

Trasformando quel vuoto che sentivo in uno stato di incoscienza. Rotolare.

Mentre i vetri scoppiavano mitragliandoci di schegge.

Rotolare.

Mentre noi urlavamo.

Rotolare.

Mentre battevo i denti spaventato, prigioniero di quelle lamiere e di quel buio.

Rotolare. Rotolare. Rotolare.»

 

E c’è da dire che il protagonista, che porta lo stesso nome dell’autore, aveva detto ad Andrea di accostare, di lasciare a lui il volante, che ubriaco com’era non poteva guidare, tantomeno su quella strada a strapiombo sul mare tra il Circeo e l’Argentario. Ma lui non lo ascolta, gioca con i fari manco fosse l’amica di Guccini (cfr. Canzone per un’amica) e a una curva non fa in tempo a sterzare e l’auto finisce giù. L’impatto è forte, il male grande, Costanza pare non potercela fare. I cellulari non prendono, i falò all’occorrenza accesi non riescono a intercettare le barche che navigano a largo della costa. Andrea tenta la risalita per cercare aiuto per loro e la rete per il cellulare. Patrizio, ferito, prova a seguirlo, tra un ricordo e l’altro: l’estate trascorsa solitaria in città a studiare diritto, le feste a Villa Miani, le domeniche all’Olimpico, le serate in discoteca. Le analessi — che progrediscono piano piano verso il presente, fino a far luce su quanto accaduto nelle ore precedenti all’incidente — fanno chiarezza sull’identità gruppo, fascistoidi ultrà della Lazio con i soliti problemi familiari alle spalle (la classica madre ricca e indifferente, il padre assente) e un’idea di lealtà di stampo mafioso. Ascoltano Laura Pausini, indossano camicie bianche Ralph Lauren (per loro «sacre come le vacche per gli indiani»), aspettano i like su Facebook e i messaggi su WhatsApp, vanno allo stadio per picchiare i tifosi avversari e a Disneyland per accanirsi a calci e pugni su una maschera. Intanto la situazione critica, i dolori, la possibilità di perdere la patente, di vedere la fedina penale sporcarsi, rischiano di rompere un legame d’amicizia fino a quel momento lungo e solido.

Violenza sprecata. “Noi felici pochi” di Patrizio Bati

Presentato come un romanzo “travolgente”, capace di far sentire “l’urlo di rabbia di ragazzi intrappolati nel silenzio di famiglie benestanti”, a lettura compiuta dà l’impressione, tuttavia, di un racconto freddo, che tra un’anafora e l’altra, un pugno e l’altro, uno scontro e un altro, lascia ben poco al lettore, che magari ha già visto e letto tante storie sulla Roma bene, ha già visto e letto tanta violenza, sa già che i soldi in Italia assolvono le persone più dei magistrati.

 

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La scrittura dichiaratamente “netta, feroce, pulita, martellante” ha ben poco di feroce, non morde, non ringhia. Anche se ben articolata tra il presente della storia sviluppato intorno all’incidente e il passato del protagonista, la costruzione non ha respiro, il racconto non ha slanci, il ritmo è dato più dagli a capo che dalla velocità della sintassi, in bilico tra la didascalia e l’oralità. La forma romanzo ha bisogno dei suoi tempi, che possono essere veloci o lenti, ma devono essere i suoi, non quelli del cinema o della televisione, altrimenti si può anche chiudere il libro e prendere in mano il telecomando.

L’impressione, insomma, è quella di aver sprecato tanta violenza.


Per la prima foto, copyright: Markus Spiske su Unsplash.

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