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Viaggio di frontiera nella “Terra ignota” con Vanni Santoni

Vanni SantoniÈ l’autore Vanni Santoni ad accompagnarci in questo viaggio di frontiera nella sua Terra ignota. È questo, infatti, il nome che il giovane scrittore toscano ha dato alla serie fantasy composta dai primi due romanzi pubblicati con Mondadori Terra ignota – Risveglio (2013) e Terra ignota – Le figlie del rito alla fine del nel 2014, firmandosi come “Vanni Santoni HG”, in omaggio a Guido Morselli. Un terzo volume è ancora in lavorazione e dovrebbe uscire per la fine del 2015.

Santoni esplora il genere fantasy con personalità e inventiva che qualcuno non ha esitato a definire post-tolkeniana. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanziGli interessi in comune (Feltrinelli, 2008), Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza, 2011) e, da coordinatore, In territorio nemico (minimum fax 2013), Personaggi precari (Voland, 2014).

Abbiamo posto qualche domanda a Vanni Santoni, a margine di un incontro presso la Libreria  Disco Shop di Poggibonsi (SI).

 

Ci parla di questa trilogia e del nuovo lavoro Terra ignota?

In realtà non si tratta di una vera e propria trilogia, piuttosto di un 2+1. Terra ignota e Terra ignota 2– Le figlie del rito, anche se possono essere letti in maniera indipendente l’uno dall’altro, costituiscono una singola unità narrativa. Stesso mondo, molti personaggi in comune, un arco narrativo che comincia nel primo e si conclude nel secondo. Il terzo volume fantasy che farò per Mondadori, sarà, oltre che a sua volta un romanzo autosufficiente, un prequel, perché racconterà eventi svoltisi precedentemente a quanto raccontato nei primi due. Anzi, prima ancora della creazione stessa dell’universo in cui si muovono Ailis, Vevisa, Brigid, H.H. e compagnia.

Vanni Santoni, Terra ignota, Risveglio

Nel genere fantasy ci sono numerosi filoni che a voi scrittori ed esperti risultano sicuramente più riconoscibili che al grande pubblico…

La suddivisione in filoni nasce dalla specializzazione degli appassionati, ma trova spazio anche per esigenze di catalogo: per le grandi case editrici che fanno narrativa di genere è utile suddividere in questo modo i libri per progettare meglio il marketing, per dare un taglio chiaro alla grafica di ciascun libro, e anche per tentare un’attività divinatoria che le porti a capire che cosa funzionerà l’anno prossimo, cosa che peraltro spesso non accade. In realtà i generi si ibridano tra loro e i confini non sono così netti – neanche tra “genere” e “non genere”. Sicuramente, al di là dei tratti e degli elementi specifici più visibili, il fantasy, così come in senso più ampio il fantastico, ha la caratteristica di essere un genere transmediale, perché molte delle opere che oggi ne compongono il canone e ne hanno definito l’estetica appartengono a medium diversi dalla letteratura, come cinema, fumetti, serie TV, giochi di ruolo, videogame e addirittura giochi di carte collezionabili. È facile intuire come in un simile contesto possano nascere tantissime nicchie e sub-generi, così come può accadere che si ribaltino i valori in campo – ad esempio quando si vedono romanzi tratti da videogiochi, e non viceversa. Anche se per ora non sono emersi grandi romanzi in questo modo, è comunque un interessante cambio di paradigma. Terra ignota può essere visto come un po’ in controtendenza, avendo soprattutto radici letterarie, ma in realtà il suo importante debito nei confronti del cinema, del fumetto e del gioco di ruolo risulta evidente a chi sa dove guardare.

 

Lo ha scritto pensando ai giovani o anche agli adulti?

Non credo si debba mai scrivere pensando al pubblico che ti leggerà. Vedo che Terra ignota viene letto per lo più da adulti, ma anche da moltissimi ragazzi dai 12 anni in su. Spesso mi è capitato di presentarlo nelle scuole, con ottimi riscontri. La lingua non è proprio semplicissima ma ha un registro comunque più accessibile rispetto ai miei libri più letterari, e il livello intertestuale può essere seguito o non seguito senza che la cosa pregiudichi la lettura – mi premeva, pur volendo fare un fantasy postmoderno con migliaia di rimandi, fare anche pura e semplice letteratura popolare, fruibile senza star troppo a pensare a “cosa c’è dietro”. È vero che il secondo volume è più adulto, perché le protagoniste sono cresciute e i registri sono cambiati con loro, ed è anche più esplicito, dato che presenta scene di sesso e una violenza più cruda e meno estetizzata. Tuttavia non credo che la presenza di questi elementi costituisca un ostacolo per la lettura da parte di un giovanissimo, visto e considerato ciò che viene trasmesso ogni giorno in televisione, anche nel primo pomeriggio.

Vanni Santoni, Terra ignota, Le figlie del rito

Come lavora ai suoi romanzi? 

La mia regola principale, oltre a quella di scrivere tutti i giorni, è di avere un certo numero di ore davanti: se ho una o due ore libere, non contemplo la possibilità di impiegarle scrivendo, perché non avrei la giusta concentrazione. A volte per innescare la scrittura servono ore. In simili ritagli di tempo mi posso dedicare alle revisioni, all’editing. Per me è necessario sapere di avere quattro, cinque, sei ore libere davanti a me. Ovvio poi che per averle devi prima aver sgombrato il campo da altri impegni lavorativi e non. Per questo, tendenzialmente, preferisco scrivere di sera e di notte, cerco di cenare presto e alle 21 inizio il lavoro.

Se per i due Terra ignota ho lavorato molto alla struttura e ai singoli elementi narrativi prima di mettermi a scrivere, quando lavoro invece a un romanzo letterario, come è stato negli ultimi tempi per Muro di casse, che uscirà a maggio per la nuova collana Solaris di Laterza, seguo più il flusso della scrittura e solo in corso d’opera comincio a schematizzare. Questo perché in casi del genere sono molto più importanti la lingua, lo spessore dei personaggi e delle situazioni, i rimandi interni. Anche per il romanzo lungo che sto scrivendo adesso ho preferito buttare giù un bel po’ di pagine, anche andando a tentoni, prima di azzardare schemi vincolanti rispetto alla trama o peggio ancora all’impianto filosofico e simbolico. Nel fantasy, ma più in generale in tutto ciò che è riconducibile all’“avventuroso”, invece, non si può prescindere da una storyline equilibrata in termini di momenti di pathos, di crisi, di risoluzione – il passo della trama è cruciale.

Ciò avviene anche nel romanzo storico, anzi a pensarci il lavoro su In territorio nemico (il romanzo collettivo ambientato nella seconda guerra mondiale uscito nel 2013 per minimum fax) mi ha insegnato molto rispetto alla strutturazione di questo tipo di opere. Nella cosiddetta letteratura popolare, o se vogliamo nel feuilleton, devono succedere cose continuamente, servono battaglie, ribaltamenti di fronte, colpi di scena, agnizioni, imprigionamenti, fughe, ambientazioni altamente scenografiche... Per questo tipo di lavoro, molto cinematografico, occorre uno storyboard completo di tutte le scene, che poi via via che si procede si allunga a seconda delle esigenze. Nello storyboard del primo volume di Terra ignota, ad esempio, c’erano all’inizio 35 tavole per le scene maggiori che poi via via che scrivevo sono diventate 70 aggiungendo le scene di collegamento, alcune delle quali però nel frattempo si sono rivelate più importanti delle scene principali, richiedendo nuove scene di collegamento... Con le rifiniture e le ultime aggiunte le scene totali sono diventate 101.

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La narrativa italiana sta attraversando un periodo di notevole fermento, con una sovrapproduzione di titoli: come si concilia questo dato con la crisi dell’editoria?

Concordo sul fatto che si tratta di un momento molto buono per la letteratura italiana contemporanea. Ci sono tanti autori che stanno lavorando bene, e una buona parte è rappresentata da giovani. Quello che manca in questo momento forse è il grande romanzo, una boa potente, ma ciò deriva anche da come nasce e si sviluppa la letteratura italiana moderna e contemporanea rispetto a quella di altri Paesi. È sicuramente curioso come l’editoria in crisi continui con questa sovrapproduzione, ma è importante notare che il dato va scorporato. Sessantamila titoli l’anno sembra un numero vertiginoso, ma va subito dimezzato perché una buona metà è rappresentata da titoli usciti a spese dell’autore, la cosiddetta EAP o vanity press,che per quanto riguarda la scena letteraria reale è come se non esistesse. Dai trentamila restanti, va tolta la varia. Libri di cucina, manuali di html, cose di questo genere. E la saggistica la contiamo o no? Alla fine restano alcune migliaia di titoli, un numero elevato ma che ben rappresenta la diversità, una sana pluralità: in fondo ogni autore ha bisogno di pubblicare, sia per la sua gratificazione, sia per quei riscontri che arrivano e lo stimolano a continuare. Nulla esclude che un autore che scrive due o tre libri mediocri, che escono magari con una piccola casa editrice e senza grossi riscontri, possa in questo modo farsi le ossa e arrivare poi a scrivere un ottimo libro.

Vanni Santoni

La vulgata è che oggi scrivono tutti. Bene, mi sembra un fatto positivo, perché chi vuole scrivere deve leggere e ciò, di conseguenza, farà bene al mercato o almeno alla cosiddetta “scena”. Guardo con molta attenzione ai blog letterari italiani, perché creano dibattito e movimento d’opinione intorno ai libri – del resto tutto questo è stato quasi bandito dalle pagine dei giornali. Curando per Tunué una collana di narrativa che sta pubblicando soprattutto esordienti, guardare al web è essenziale per trovare nuovi talenti. Un compito, quello dello scouting, che sta tornando a riguardare soprattutto le piccole case editrici, visto che si è appena chiuso un ciclo: sta finendo infatti quel periodo iniziato tra il 2006, anno in cui uscì Gomorra – ai tempi Roberto Saviano aveva solo 27 anni – e il 2008, quando uscì La solitudine dei numeri primidi Paolo Giordano, altro clamoroso successo firmato da un esordiente sotto i trent’anni. A quel punto l’editoria è entrata in una vera e propria sbornia da debuttante e le porte delle case editrici, anche delle major, si sono spalancate agli esordienti come mai era successo prima, perché l’esordiente sembrava funzionare “per sé”. Qualche altra volta, in effetti, ha funzionato, ma sono stati successi costruiti su una strada lastricata di cadaveri, perché una marea di gente si é vista aprire e poi richiudere immediatamente le porte dell’editoria che conta.

Diceva Giorgio Fontana, la cui vittoria al Campiello mi ha molto rallegrato perché so che è uno che si è fatto, come si suole dire, il culo quadro, che in Italia era diventato più difficile pubblicare il secondo romanzo che il primo, un paradosso assolutamente reale. Ora il clima è cambiato, ci sono meno possibilità per un nuovo scrittore di esordire con una major, e sembra anche che nelle stanze delle case editrici si sia capito che è più sano puntare sugli autori anche sul lungo termine piuttosto che scagliarli nell’arena uno dopo l’altro e poi abbandonare quelli che non diventano best seller, il che fa sì che la strada principale per il debutto sia tornata a essere quella di pubblicare per una piccola casa editrice di qualità.


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