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Viaggiare verso l’inesplorato. “I miei occhi sul mondo” di Annemarie Schwarzenbach

Viaggiare verso l’inesplorato. “I miei occhi sul mondo” di Annemarie SchwarzenbachDescrivere la vita di una persona può essere complesso. Se poi la persona in questione è Annemarie Schwarzenbach lo è ancora di più. Per questo, Il Saggiatore ha deciso di affrontare questa vita attraverso una prospettiva particolare a farle da guida, quella del viaggio.

Con la pubblicazione de I miei occhi sul mondo (a cura di Tina D’Agostini), l’editore sembra infatti voler dimostrare come il tradizionale ancoramento della vita al viaggio possa, per alcuni, uscir di metafora ed entrare nel reale. La scelta della casa editrice è stata quella di raccogliere gli articoli della giornalista, procedendo poi a un loro riordinamento seguendo un criterio non tematico, ma cronologico, che porti a leggere dei viaggi di Schwarzenbach e, al contempo, della sua vita in un periodo di tempo compreso fra il 1934 e il 1942.

La panoramica topografica è delle più ampie: si passa dalla Costa Azzurra, all’estremo oriente con Palmira, Baghdad e l’Afghanistan, ma anche gli USA, il Portogallo e infine il Marocco, «ultima meta» di una vita in fuga. Motore primo del viaggio dell’autrice, svizzera di nascita e cosmopolita per vocazione, pare sia un desiderio di allontanamento che la perseguita dovunque, unito a una volontà di esplorare.

 

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Nata in una famiglia ricca e discendente di Bismarck, Annemarie cerca di allontanarsi dai vincoli che quest’eredità le impone fin dal suo legame con Klaus ed Erika Mann per arrivare, infine, ai viaggi: il moto perpetuo che la caratterizzerà per tutta la vita. In un vorticoso fluire di città e stati diversi il lettore si trova ad ammirare attraverso una prospettiva soggettiva e mai celata – ben evidente sin dal titolo della raccolta – Paesi diversi, dal punto di vista sia geografico sia culturale. A innestare questo dinamismo inarrestabile, che si conclude solo con la morte, un desiderio di fuga dalla famiglia, dalle proprie nevrosi, ma anche il piacere della conoscenza, resa evidente dal ricorso alla semantica del conoscere e del vedere.

«Ho visto spesso, sul limitare del deserto, uomini vivere con lo sguardo puntato sull’orizzonte accecante della steppa […] So che si può vivere senza elettricità e senza giornali. Ho visto esseri umani vivere al di fuori dell’impetuoso fluire del tempo.»

 

L’idea che emerge da righe come queste è che si possa conoscere solo attraverso l’esperienza diretta, in una concezione epistemologica saldamente empirica. È solo provando a confrontarsi con realtà altre che diventa possibile arrivare a una qualche verità antropologica universale:

«Ho imparato, nei miei molti viaggi verso est e ovest, che l’essere umano può vivere praticamente ovunque, che per questa poca vita ha bisogno di poco, ma anche di molto: di quel pizzico di speranza alla quale non si riesce a dare un nome e che è come una specie di cibo celeste.»

Viaggiare verso l’inesplorato. “I miei occhi sul mondo” di Annemarie Schwarzenbach

Il viaggio, quindi, come strumento di piacere, di fuga, ma anche di formazione, da svolgere all’insegna della lentezza: lo slow travel dell’Ottocento, che proponeva al viaggiatore non un itinerario prefissato, ma il raggiungimento di una comunione con l’Inesploratoche partisse da un rapporto anti-idealistico con i luoghi. Un rapporto costruibile solo lasciando da parte le guide e addentrandosi, con quella vocazione testimoniale che Schwarzenbach ben conosceva, nella realtà di un Paese. Tuttavia, con il procedere delle pagine – e degli anni – il clima di fa più cupo e “il viaggio di piacere” si trasforma in coatto.

Una volta di ritorno dall’India, l’impossibilità di sbarcare sul suolo europeo a causa del conflitto mondiale impone all’autrice di far rotta, insieme a molti altri emigranti, verso l’America, patria di esuli e occasione di riflessione. Infatti, se per i viaggi precedenti la possibilità del ritorno non era mai stata oggetto di discussione, quando lo diventa emerge un’identità nuova, europea, prima celata al di sotto delle contrapposte tendenze di apolidismo e cosmopolitismo. Così è in America, il Nuovo Mondo salvezza di molti, che emerge una tensione verso quel Vecchio Mondo che, all’apparenza eluso senza rimpianti nelle peregrinazioni precedenti, si rivela, epifanicamente, come polo attrattivo e identitario.

Alla gratitudine per la protezione che l’America, non senza interesse, fornisce a lei e a molti altri intellettuali, fa seguito una consapevolezza della propria diversità rispetto a quel mondo, del proprio profondo europeismo, che genera una dialettica noi-voi inevitabile.

«E dalla nostra prospettiva di europei ci chiedevamo quasi con timore se questi americani, queste persone appartenenti ad una nazione giovane che si era nella stessa misura liberata della nostra eredità e dei nostri peccati, se questi cittadini di un paese ricco […] si rendevano conto di quanta ricchezza veniva loro offerta e affidata dai più grandi esponenti di tanti paesi europei approdati nei loro porti come rifugiati, esiliati, apolidi, senza passaporto e privi di ogni avere. Se avrebbero capito, questi americani privi di preoccupazioni […] quale compito si erano assunti.»

 

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In un’Europa martoriata dai conflitti intestini, Annemarie tornerà prima, nel 1941, poi alla fine del conflitto. Nel primo caso si tratta di una breve tappa a Lisbona, prima di partire di nuovo alla volta dell’Africa, rifugio di tanti profughi, con l’amarezza tipica di chi è costretto al viaggio.

«Poi quando la nostra nave è salpata mi sono posta un’altra domanda angosciosa: che cosa speravo di trovare al di fuori di questa terra, di questa Europa tanto amata? Quale lotta ci attende - noi, figli di un mondo che palesemente si sta disintegrando - in queste contrade rischiose, straniere e lontane?  […] abbiamo dovuto tutti lasciare le coste europee e tutto ciò che amiamo. E nessuno, nella sua solitudine, dispone degli strumenti per misurare questo tipo di dolore.»

Viaggiare verso l’inesplorato. “I miei occhi sul mondo” di Annemarie Schwarzenbach

Dichiarazioni simili oggi ci sono familiari attraverso testimonianze di altri emigranti che, nello specchio-riflesso della diacronia percorrono la rotta inversa, dall’Africa all’Europa, in preda, però, alle stesse motivazioni: conflitti, macerie e ricerca di quel pizzico di speranza-cibo celeste che per Annemarie si sostanzia nella vista, dopo un lungo esilio, delle coste portoghesi. Di fronte a questo spettacolo, l’apolide e la vagabonda Annemarie trova la forza di rispondere, facendo ricorso ancora una volta alla sua esperienza diretta – quella del ritorno –, a coloro che sostengono che l’Europa sia finita o inesistente. È significativo che la risposta alle critiche non avvenga su un piano argomentativo, ma su quello più incontestabile, quello emotivo, rafforzato ulteriormente dalla veridicità dei fatti narrati. L’esule rimpatriata si limita a dimostrare la tenacia di un legame sotterraneo, trascurato fino agli “anni americani”, attraverso la descrizione emozionale del ritorno, non tanto su di sé, quanto sui volti degli altri passeggeri.

«Molti non sapevano in quali condizioni avrebbero trovato la loro patria e se avrebbero ritrovato i loro familiari […] ma la felicità di rivedere la costa europea era più grande delle preoccupazioni che li aspettavano in quest’Europa. […] Guardavo con stupore i volti dei miei compagni di viaggio: sembravano non avere più paura, era come se il soffio proveniente dalla riva europea li avesse rafforzati e nutriti […] Ero circondata dall’aria leggera, dal vento secco, dai colori delicati, dalla vicinanza piena di tenerezza e dalla vastità blu e struggente della primavera europea.»

 

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Così nella complessità di questa donna decentrata e perennemente in moto pare che, in tanti viaggi extra-vaganti, almeno un punto fermo vada definendosi: l’appartenenza a quell’isola-Europa da cui è sì legittimo allontanarsi in cerca di risposte universali, ma a cui è bello poter ritornare, se non altro per abbeverarsi alla sorgente di un’identità culturale definita, presupposto necessario per confrontarsi anche con quell’Inesplorato che, per Schwarzenbach, era stato il primo polo attrattivo.


Per la prima foto, copyright: Mesut Kaya su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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